Cambiamento climatico: vademecum antibufale

Cambiamento climatico: vademecum antibufale

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Mai, prima d’ora, si erano viste le strade e le piazze di città in tutto il mondo riempirsi di migliaia di giovani e attivisti per chiedere ai governi un cambiamento radicale per affrontare l’emergenza climatica. Una mobilitazione globale senza precedenti per dimensioni. L’ingresso sulla scena mondiale dei movimenti FridaysForFuture ha spinto il tema della crisi climatica all’interno del perimetro del dibattito pubblico, dopo anni di sostanziale disinteresse da parte di molti media e anche di larga parte della società.

La mobilitazione degli studenti deve aver toccato numerosi nervi scoperti. Almeno a giudicare da certe reazioni infastidite dalle sfilate dei “ragazzini”,  dalle scemenze sui “gretini” della stampa di destra, dagli attacchi al movimento e all’attivista svedese Greta Thunberg, con contorno di ipotesi complottiste su chi c’è dietro, su chi la manda, sul “perché deve essere lei a parlarci di clima e non gli scienziati” (che da anni denunciano il problema, inascoltati dai più). Reazioni che molto spesso giungono da personalità e settori del mondo politico ed economico che ancora minimizzano, quando non negano, la gravità degli impatti del cambiamento climatico o le stesse responsabilità umane.

A Valigia Blu ci siamo occupati del cambiamento climatico quando, possiamo dire, non era ancora mainstream. Nel 2015 avevamo pubblicato un approfondimento alla vigilia della Conferenza sul clima di Parigi. Lo abbiamo fatto quando anche testate giornalistiche importanti pubblicavano articoli scorretti.

Anche in questi mesi – ed era prevedibile – la disinformazione ha ricominciato a circolare. Mai come in questo momento, quindi, è necessario contrastarla. Per questo motivo abbiamo raccolto qui le risposte ad alcuni degli interrogativi e dei dubbi più diffusi sul cambiamento climatico. Un vademecum che può tornare utile anche nelle discussioni sui social media.

Come facciamo a sapere che il pianeta si sta davvero riscaldando?

Monitorare l’evoluzione della temperatura globale non è un’operazione banale. È necessario mettere insieme numerosi dati registrati sul pianeta da migliaia di stazioni meteorologiche a terra, a bordo di navi o su boe galleggianti nei mari e negli oceani oppure trasmessi dai satelliti.

Dalle temperature gli scienziati possono ricavare l’“anomalia termica”, cioè il parametro che indica se in un determinato luogo e giorno dell’anno fa più freddo (anomalie negative) o più caldo (anomalie positive) rispetto a un periodo di riferimento. Sono proprio le anomalie termiche a dirci come la temperatura media globale cambia nel lungo periodo.

Il Goddard Institute for Space Studies della NASA (GISS) è una delle maggiori istituzioni scientifiche che realizzano queste analisi.  Questo ente ricostruisce l’andamento della temperatura globale dal 1880 ad oggi basandosi su dati acquisiti da stazioni meteorologiche in quasi tutte le aree del pianeta, comprese stazioni di ricerca in Antartide, e considera come periodo di riferimento gli anni dal 1951 al 1980. Le basi di questo progetto furono gettate verso la fine degli anni ’70, in un periodo in cui erano disponibili stime sui cambiamenti della temperatura terrestre che si basavano su dati ancora incompleti, relativi soprattutto all’emisfero settentrionale della Terra.

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Nel 1981 un gruppo di ricerca guidato dal fisico e climatologo James Hansen, allora a capo del GISS, pubblicò sulla rivista Science i primi risultati delle loro ricerche: l’aumento delle temperatura terrestre, dal 1880 agli anni ’70 del secolo scorso, era stato di 0,4 gradi. Lo studio di Hansen e colleghi stimava già allora diversi scenari di riscaldamento globale, sulla base delle previsioni sui consumi energetici e di fonti fossili nei decenni successivi e avvertiva:

Il cambiamento climatico indotto dal rilascio antropico di CO2 sarà probabilmente il più affascinante esperimento geofisico globale che l’uomo avrà mai condotto.

Dagli anni ’80 a oggi le ricostruzioni si sono arricchite di nuove informazioni, come le temperature misurate a livello dei mari e degli oceani, e l’analisi dei dati è migliorata. Uno di questi miglioramenti ha riguardato il cosiddetto “effetto isola di calore urbana”. In passato c’è stato chi ha messo in discussione la qualità delle ricostruzioni delle temperature globali, sostenendo che le anomalie termiche positive fossero da attribuire al fatto che molte stazioni meteorologiche si trovano all’interno di aree urbane, dove le temperature sono più alte a causa del cemento, dell’asfalto, degli impianti di riscaldamento e condizionamento e di altre fonti di calore.

In realtà è stato verificato che sia le temperature registrate in città che quelle in campagna mostrano da tempo la stessa tendenza verso il riscaldamento. Lo ha dimostrato per esempio uno studio che ha indagato gli effetti della rapida urbanizzazione avvenuta nei decenni scorsi in Cina sulla misurazione delle temperature.

È vero, le città sono in genere più calde rispetto al territorio rurale circostante, ma questo non distorce le ricostruzioni della temperatura media globale dell’ultimo secolo. Sia le stazioni meteorologiche urbane che quelle rurali registrano infatti temperature più elevate. Peraltro le anomalie termiche maggiori, rispetto al periodo di riferimento, si sono riscontrate in regioni del pianeta pressoché disabitate e non urbanizzate, come la Siberia, l’Alaska, la Groenlandia.

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Se si affiancano in un unico grafico la ricostruzione del GISS e quelle prodotte da altre istituzioni scientifiche, si vede come essere restituiscano un risultato pressoché identico. L’anomalia termica annuale, dalla fine del diciannovesimo secolo fino ai giorni nostri, ricalca in tutti e quattro i casi lo stesso andamento di alti e bassi, con una tendenza generale all’aumento, più marcata dagli anni ’70 ad oggi.

https://www.giss.nasa.gov/research/news/20110113/509983main_adjusted_annual_temperature_anomalies_final.gif

Nel corso del tempo sono arrivate numerose conferme degli studi sull’andamento delle temperatura globale. Quella più forse significativa è arrivata dal Berkeley Earth, un’organizzazione fondata nel 2010 con il preciso scopo di rispondere alle principali obiezioni mosse dagli “scettici” (lo stesso fondatore, il fisico Richard Muller, condivideva alcune di queste tesi). I ricercatori del Berkeley erano interessati in particolare a verificare che gli studi precedenti non fossero davvero stati falsati da fattori confondenti, come l’effetto isola di calore urbana, da dati di stazioni meteorologiche di cattiva qualità o da una selezione scorretta dei dati. I loro risultati rispecchiavano pienamente quelli precedenti. Muller disse che:

La nostra più grande sorpresa è stata che i nuovi risultati hanno concordato strettamente con i dati sul riscaldamento pubblicati in precedenza da altri gruppi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ciò conferma che questi studi sono stati condotti con attenzione e che le possibili distorsioni segnalate dagli scettici dei cambiamenti climatici non hanno influenzato seriamente le loro conclusioni.

Gli studi parlano chiaro: la tendenza al riscaldamento che rileviamo da decenni non può essere il prodotto di dati scadenti o incompleti, di errori strumentali o statistici, di artefatti o di fattori locali. I risultati ottenuti nelle ricerche compiute negli ultimi 40 anni, ripetuti e confermati da gruppi di ricercatori in diversi paesi, convergono verso un’inequivocabile evidenza: il pianeta sta attraversando una fase di marcato e rapido riscaldamento e oggi la temperatura media globale è aumentata di circa 1 grado dall’inizio del secolo scorso.

Ma il clima non è sempre cambiato?

Sì, il clima della Terra è cambiato molte altre volte in passato. 20mila anni fa i ghiacci ricoprivano buona parte del Nord America e del Nord Europa. La Terra ora si trova in un’era glaciale iniziata circa 2,6 milioni di anni fa e che ha visto succedersi periodi di estensione e di ritiro dei ghiacci. Non ce ne accorgiamo perché stiamo attraversando proprio una di queste fasi interglaciali.

Il clima sulla Terra è cambiato molte altre volte. Ma questo non deve esserci di conforto di fronte a ciò che sta accadendo oggi. Circa 56 milioni di anni fa, 10 milioni di anni dopo l’estinzione dei dinosauri, si verificò un rapido riscaldamento globale, un evento chiamato Massimo termico del Paleocene-Eocene, indotto da un massiccio rilascio di gas serra, come l’anidride carbonica, per cause che non sono ancora del tutto chiare. Sono state fatte diverse ipotesi su quale possa essere stato l’evento scatenante: una forte attività vulcanica, il rilascio di metano dal fondo degli oceani oppure perfino l’impatto di una piccola cometa. Quel che è certo è che la temperatura sul pianeta aumentò di almeno 5 gradi e gli oceani diventarono più acidi man mano che assorbivano l’anidride carbonica che veniva emessa nell’atmosfera. L’aumento dell’anidride carbonica che portò verso il massimo termico si verificò nell’arco di migliaia di anni.

Nella percezione comune migliaia di anni è un periodo di tempo molto lungo, ma si tratta di un battito di ciglia sulla scala del tempo geologico. Questo battito di ciglia diventa quasi un’eternità se confrontato con la velocità con cui oggi stiamo spedendo anidride carbonica nell’atmosfera: dieci volte superiore a quella di 56 milioni di anni fa. Nello scenario peggiore di riscaldamento globale, la Terra potrebbere sperimentare un aumento di temperatura di più di 4 gradi già alla fine di questo secolo.

Il riscaldamento globale in corso diventa ancora più impressionante se si considera che si è verificato in gran parte dagli anni ’70. Con un’ulteriore accelerazione dalla fine degli anni ’90. I dieci anni più caldi finora registrati sono concentrati dal 1998 a oggi.

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(Immagine via ClimateCentral)

Come rileva uno studio pubblicato nel 2019 sulla rivista Nature, questo riscaldamento globale in corso è senza pari, sia per le temperature che si stanno raggiungendo, sia per la sua portata globale. È un cambiamento climatico che coinvolge la maggior parte del pianeta a differenza di altri, relativamente recenti, come il cosiddetto Periodo Caldo Medievale. Questo periodo è stato un fenomeno per lo più regionale, confinato nella regione dell’Atlantico Settentrionale e allora la temperatura, a livello globale, non era affatto più alta di oggi (come qualcuno sostiene). Le temperature globali che registriamo oggi sono le più alte da almeno 1400 anni.

La specie umana è diventata una forza geologica capace di modificare il pianeta nell’arco di un paio di secoli.

Come possiamo essere certi che questo cambiamento climatico è colpa dell’uomo?

Lo sappiamo perché constatiamo una forte correlazione temporale tra due fenomeni che si stanno verificando: l’aumento della temperatura e l’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera. E perché conosciamo il rapporto di causa ed effetto che lega questi due eventi.

Quando la radiazione solare raggiunge la Terra in gran parte viene assorbita dalle terre emerse e dagli oceani, riscaldando il pianeta. Questa energia viene poi rilasciata sotto forma di radiazioni infrarosse. L’anidride carbonica e altri gas, come il metano e il vapore acqueo, sono capaci di trattenere parte di questa radiazione e di emetterla a loro volta in tutte le direzioni, riscaldando la bassa atmosfera e la superficie terrestre. Fu John Tyndall, nel 1859, a scoprire che l’anidride carbonica è un gas capace di intrappolare il calore. E nel 1896, per la prima volta, lo scienziato svedese Svante Arrhenius stimò l’effetto sulla temperatura globale di un aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Arrhenius calcolò che un raddoppio della concentrazione di CO2 avrebbe fatto aumentare la temperatura di 5 o 6 gradi centigradi. Sappiamo perciò da più di un secolo cos’è e come funziona l’effetto serra e cosa lo determina.

Da due secoli gli esseri umani emettono nell’atmosfera anidride carbonica utilizzando combustibili di origine fossile (petrolio, carbone, gas naturale) per la produzione di energia, i trasporti e diverse attività industriali. Prima della Rivoluzione Industriale nell’atmosfera erano presenti 280 parti per milione di anidride carbonica. Quest’anno la concentrazione ha toccato 415 parti per milione, la più alta da 3 milioni di anni.

Sappiamo per certo che la concentrazione atmosferica di CO2 sta aumentando a causa dell’uso dei combustibili fossili. Il carbonio in natura è presente sottoforma di tre isotopi, di cui due sono il C13 e il C12, più leggero del primo. Sappiamo che le piante “preferiscono” utilizzare il carbonio più leggero. I combustibili fossili, come il petrolio, derivano da resti di organismi vegetali vissuti milioni di anni fa, perciò il loro impiego ha immesso finora nell’atmosfera molecole di CO2 con meno atomi di C13 delle molecole di  CO2 che erano già nell’atmosfera. Se è così, il rapporto tra C13 e C12 dovrebbe essere progressivamente diminuito. Ed è proprio ciò che è stato osservato.

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Tutto questo ci dimostra che è senza senso rifiutare l’idea di un cambiamento climatico di origine umana, invocando cambiamenti climatici naturali già avvenuti in passato. Come se gli esseri umani non potessero modificare il clima. Anche il cambiamento climatico che stiamo vivendo oggi è naturale. Lo è perché è causato dagli esseri umani, che sono una specie animale. Lo è perché si svolge secondo leggi e meccanismi naturali. Il cambiamento climatico in corso è tanto naturale, quanto causato dagli esseri umani.

E se fosse colpa del Sole o di altri fattori come le eruzioni vulcaniche?

Non c’è dubbio: il clima della Terra è certamente un sistema complesso, il cui funzionamento è il risultato di interazioni tra diverse componenti: l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse, i ghiacci. Diversi fattori esterni possono causare fluttuazioni periodiche, anche consistenti, del clima.

Il Sole è la nostra principale fonte di energia e la sua attività è caratterizzata da variazioni cicliche di circa 11 anni, durante i quali l’energia emessa raggiunge un minimo e un massimo. Dagli anni ’50 ad oggi l’attività solare ha seguito periodiche fluttuazioni, mentre negli anni ’70 la temperatura della Terra si avviava verso una brusca risalita.

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(Immagine via NASA)

Tra i due fenomeni perciò non c’è alcuna correlazione temporale. Sembra anzi che il Sole sia attraverso una fase piuttosto”tranquilla” e si ipotizza che stia andando incontro a un periodo prolungato di scarsa attività.

E i vulcani? Nel 2018 le attività umane hanno emesso nell’atmosfera 37,1 miliardi di tonnellate di CO2. Secondo i dati del progetto scientifico internazionale Deep Carbon Observatory, si stima che la CO2 emessa ogni anno dai vulcani e altri processi geologici ammonti a circa 300 – 400 milioni di tonnellate.

L’attività solare e vulcanica degli ultimi 50 anni non può essere responsabile del riscaldamento globale. Anzi, la loro azione combinata, in assenza delle emissioni umane di gas serra, avrebbe molto probabilmente causato un leggerissimo raffreddamento del pianeta.

Perché dovremmo preoccuparci dei cambiamenti climatici?

Siamo abituati a sperimentare variazioni della temperatura anche di decine di gradi da una stagione all’altra. Avvertiamo che la temperatura può cambiare rapidamente e sensibilmente nel corso di una stessa giornata o appena ci spostiamo dalla pianura alla montagna. È anche per questo che fatichiamo a comprendere cosa significhi un aumento della temperatura globale di “appena” 1 grado centigrado. Può sembrare poco, ma non dobbiamo confondere le variazioni meteorologiche locali con la tendenza climatica globale.

Per convincersi della vastità degli effetti che può scatenare un aumento della temperatura di “appena” 1 grado, basterebbe osservare ciò che sta accadendo alla criosfera, cioè l’insieme del ghiaccio che ricopre il pianeta. A settembre il ghiaccio del Mare Artico ha raggiunto la sua estensione minima annuale: 4,15 milioni di chilometri quadrati. Come scrive il National Snow and Ice Data Center, è il secondo dato più basso (vicino ai valori del 2006 e del 2017) in 41 anni di rilevazioni satellitari ed è in linea con la tendenza alla progressiva diminuzione dell’estensione del ghiaccio artico che si registra dal 1979.

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Le regioni artiche si stanno riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta.

L’Antartide sta perdendo masse di ghiaccio a una velocità che da 40 miliardi di tonnellate l’anno, nel decennio 1979-1990, è salita a 252 tra il 2009 e il 2017.

Il ghiaccio che ricopre la Groenlandia si sta sciogliendo a una velocità che, secondo una ricerca, è la più alta da 350 anni e miliardi di tonnellate di acqua scorrono verso l’oceano innalzando il suo livello.

I ghiacciai di montagna sono in ritirata in quasi tutto il pianeta. Nello scenario peggiore, da qui al 2100, i ghiacciai di diverse catene montuose, tra cui le Alpi, potrebbero perdere l’80% della loro massa.

Un altro effetto del riscaldamento globale particolarmente preoccupante è lo scioglimento del permafrost, il suolo ghiacciato che ricopre le regioni artiche della Siberia, del Canada, dell’Alaska e della Groenlandia. Solo nell’emisfero settentrionale della Terra la sua estensione complessiva è di 23 milioni di chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella, sommata, degli Stati Uniti, della Cina e dell’Unione Europea. Il permafrost è un suolo particolarmente ricco di carbonio organico, che si è accumulato dopo millenni di processi di decomposizione degli organismi viventi che il freddo di quelle regioni rallenta. Ne contiene quasi il doppio dell’atmosfera.

Un’enorme deposito di carbonio che, distruggendosi, può trasformarsi in una nuova sorgente di CO2 e metano (un gas serra più potente della CO2), contribuendo quindi ad aumentare il riscaldamento globale. Da qui al 2100 il permafrost del pianeta ne potrebbe rilasciare una quantità enorme. È uno dei molti meccanismi di rinforzo che il riscaldamento globale sta innescando e che peggiorano il problema. Gli autori di uno studio hanno stimato che, se l’aumento della temperatura si fermasse a due gradi rispetto ai livelli pre-industriali, la superficie del permafrost potrebbe ridursi del 40%.

Anche gli oceani sono tra gli ecosistemi più vulnerabili al riscaldamento globale. Più del 90% del calore che si è accumulato sul pianeta negli ultimi 50 anni è finito proprio negli oceani.  Oltre ad avere accumulato un’enorme quantità di calore, hanno anche assorbito il 20-30% dell’anidride carbonica emessa dagli anni ’80 a oggi. Come 56 milioni di anni fa, gli oceani si scaldano e si acidificano a causa dell’aumento della concentrazione di CO2 atmosferica, un fenomeno che minaccia l’integrità e l’esistenza stessa della barriere coralline. Come nota la International Union for Conservation of Nature, le barriere coralline ricoprono appena lo 0,1% del fondo oceanico ma ospitano più di un quarto delle specie di pesci marini e diverse altre specie animali. E gli oceani diventano non solo più caldi e più acidi, ma anche più poveri di ossigeno.

L’innalzamento del livello dei mari minaccia tutte le zone costiere del pianeta esposte, perché aumenta il rischio di inondazioni causate da eventi climatici violenti, come gli uragani.

Le ricadute dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi, l’economia, la società, l’agricoltura, la salute umana sono innumerevoli. Anche in questo caso le evidenze parlano chiaro: nulla di ciò che sta accadendo sul pianeta ci consente di minimizzare le conseguenze del riscaldamento globale.

Negli anni ’70 gli scienziati non avevano previsto un raffreddamento del pianeta?

No. È un mito ricorrente, ma si fonda su un equivoco. Va notato, innanzitutto che, come abbiamo visto, negli anni ’70 gli effetti del riscaldamento globale non erano conclamati, come lo sono oggi, e la climatologia, come la conosciamo oggi, era una scienza in fase di fondazione. Ma gli scienziati erano già a conoscenza del problema. Già nel 1965 alcuni scienziati americani avevano lanciato avvertimenti, allo stesso presidente degli Stati Uniti, riguardo alle possibili conseguenze delle emissioni di gas serra. Uno di questi studiosi, Wallace Smith Broecker, pubblicò nel 1975 un articolo sulla rivista Science, intitolato Cambiamenti climatici: siamo sull’orlo di un notevole riscaldamento globale? Negli anni ’70 la Terra stava uscendo da una breve fase di leggero raffreddamento, iniziata nel dopoguerra probabilmente a causa dell’emissione di inquinanti seguita al rapido aumento dell’attività industriale alla fine del conflitto. Anche se all’epoca era in corso un dibattito nella comunità scientifica sulle tendenze future del clima, un’analisi della letteratura scientifica di quegli anni ha rilevato che mentre 44 studi indicavano la possibilità di un riscaldamento, solo 7 parlavano di raffreddamento. Dove origina dunque il mito? In sostanza da una narrazione mediatica del tempo. Ad esempio, divenne parecchio popolare (e poi molto citato in seguito) un articolo di Newsweek del 1975, intitolato The Cooling World, in cui l’autore dava una rappresentazione non corretta e sensazionalistica della scienza dell’epoca, trattando come fossero evidenze empiriche quelle che in realtà erano solo congetture. Newsweek non fu l’unico, tra i media, a parlare dell’argomento. Ciò diffuse la sensazione che l’ipotesi di un imminente raffreddamento globale fosse scientificamente fondata e sostenuta dagli scienziati.

E i 500 scienziati che hanno affermato che non c’è nessuna emergenza climatica?

Cominciamo con il chiarire che non sono “500 scienziati”, se per scienziati dobbiamo intendere ricercatori che nel proprio curriculum possono vantare pubblicazioni sul clima e i cambiamenti climatici, al di là del loro settore disciplinare (di cambiamenti climatici se ne occupano studiosi di diverse materie: fisici dell’atmosfera, geofisici, biologi, etc.).

I “500 scienziati” sarebbero comunque le persone che hanno sottoscritto una lettera inviata il 23 settembre al Segretario generale dell’ONU e firmata da 14 “ambasciatori”. Il primo firmatario è Guus Berkhout, un ingegnere olandese che ha iniziato la sua carriera professionale all’interno della compagnia petrolifera Shell ed è poi diventato un docente di geofisica. Berkhout è il fondatore della Climate Intelligence Foundation, un’organizzazione che si è battuta contro i tagli alle emissioni di CO2 e che ha collegamenti con personalità dell’industria petrolifera e altri gruppi del negazionismo climatico.

Tra i 14 “ambasciatori” compare anche l’italiano Alberto Prestininzi, geologo docente all’Università La Sapienza di Roma. Nel novembre del 2018 Prestininzi è stato tra i partecipanti di un convegno che si è tenuto proprio a La Sapienza e cha visto tra i relatori anche Franco Battaglia, docente di chimica fisica all’Università di Modena. Battaglia non è uno studioso di clima ma ha acquisito una certa notorietà, in Italia, per le posizioni negazioniste climatiche che sostiene da molti anni e che ha difeso, tra l’altro, in diversi articoli pubblicati sul quotidiano Il Giornale.

Tra i firmatari c’è Richard Lindzen, che è in effetti l’unico del gruppo con qualche competenza sul clima. Fisico dell’atmosfera e docente al Massachusetts Institute of Technology, Lindzen non ha mai riconosciuto il consenso scientifico sul riscaldamento globale e ha più volte parlato di “allarmismo” in riferimento al timore per i cambiamenti climatici.

Ci sono poi, tra gli altri, un ingegneri minerario, un ex professore di filosofia, un matematico autore di un libro, lobbisti del settore dei combustibili fossili, un altro ex dirigente della Shell (dovremmo forse riflettere sull’abuso mediatico della qualifica di “scienziato”).

Curricula a parte, il contenuto della lettera è un elenco di tesi che non sono né nuove né originali, ma che si ritrovano da diversi anni nel campionario degli argomenti e delle narrazioni dei negazionisti.

Ad esempio: «il clima della Terra è cambiato da quando esiste». La mera constatazione che il clima del nostro pianeta sia andato incontro, già in passato, a cambiamenti anche drammatici non ci dice nulla di questo cambiamento climatico oggi in corso né se dobbiamo preoccuparci o meno. «Il clima sulla Terra è sempre cambiato» è un’affermazione di per sé vera, come abbiamo visto, ma che se non viene precisata e sviluppata finisce per liquidare l’attuale cambiamento climatico come un evento “normale” e di poco conto.

«I modelli sono inadeguati», si legge nella lettera. Secondo gli autori le previsioni esagerano gli effetti dei gas serra come la CO2 e la Terra si è riscaldata la metà di quanto previsto inizialmente. Come abbiamo visto, già Svante Arrhenius, alle fine del XIX secolo, fece delle previsioni abbastanza realistiche sull’aumento della temperatura che sia basano su conoscenze acquisite da tempo sulla fisica del clima. E, in verità, i principali modelli che sono stati elaborati dagli anni ’70 hanno fatto previsioni che si sono dimostrate abbastanza in linea con quanto accaduto in seguito. Anzi, in alcuni casi il riscaldamento globale è stato sottostimato.

Contrariamente a quanto sostiene chi ancora oggi parla di esagerazioni, allarmismo e catastrofismo, è probabile che fino ad oggi abbiamo più spesso sottostimato, che sovrastimato, gli impatti del riscaldamento globale.

Un’altra tesi dei firmatari è che «la CO2 è cibo per le piante, il suo aumento è benefico, più CO2 significa un pianeta più verde». Anche questa è una tesi popolare tra i negazionisti, ed è il frutto di una selezione non corretta delle evidenze e di una esagerazione (questa sì) dei possibili benefici dell’aumento di anidride carbonica. Non possiamo isolare il ruolo della CO2 come “fertilizzante” delle piante da tutti gli altri effetti che il suo aumento produce sul pianeta e sugli stessi organismi vegetali. Anche se lo facessimo, ci accorgeremmo che i benefici non sono sempre più grandi dei danni e che mentre alcune specie di piante potrebbero essere avvantaggiate, altre non lo sarebbero. E questi effetti non sarebbero uguali in tutto il pianeta.

Se pensiamo che la stessa compagnia petrolifera Exxon, fin dall’inizio degli anni ’80, era a conoscenza delle conseguenze che avrebbe avuto le emissioni di CO2 da fonti fossili (e ciononostante, negli anni successivi, organizzò campagne di disinformazione), ci rendiamo conto di quanto queste posizioni contrarie” (peraltro difese in documenti privi di qualsiasi riferimento a dati e studi) siano davvero fuori tempo massimo.

Qual è dunque la posizione della comunità scientifica sul riscaldamento globale?

Il consenso scientifico sul clima è chiaro e lo è da molto tempo. Lo abbiamo ricordato anche in un post pubblicato nel 2016, scritto in risposta a un editoriale di Paolo Mieli che sosteneva tesi scorrette sul riscaldamento globale. La quasi totalità (il 97%) degli scienziati che si occupano di riscaldamento globale è concorde sia sull’esistenza che sulle cause di questo cambiamento climatico.

Perché “quasi”? Non dovrebbe essere il 100%? L’unanimità nella scienza molto difficilmente viene raggiunta. E non è necessario che ciò avvenga per autorizzarci a constatare che c’è un ampio e consolidato consenso scientifico su un certo tema. Possono esistere scienziati (biologi, perfino) che aderiscono al creazionismo, cosa che magari ci potrebbe impedire di affermare che il 100% dei biologi di tutto il mondo concorda sulla validità della teoria dell’evoluzione.

Alcuni, di fronte a un tema come i cambiamenti climatici che si intreccia con la politica e l’economia, si sentono attirati da voci “dissidenti”, da cui sperano di avere un punto di vista che si discosti da quello del (a loro dire) “pensiero unico” e del (a loro dire) “politicamente corretto”. Da alcuni mesi infatti ha ripreso a circolare il video “Carlo Rubbia, Nobel per la fisica, smonta la bufala dei cambiamenti climatici”. La bufala però è che quel video sveli una bufala.

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Nonostante la posizione della comunità scientifica che si occupa di clima sia chiara, alcuni media, proprio in questo periodo, sembrano avere un debole per le opinioni di personalità che da tempo sono note per le loro posizioni “scettiche” quando non apertamente negazioniste.

Proprio ieri (ed è la seconda volta quest’anno) HuffingtonPost ha pubblicato un’intervista al fisico (studioso di fisica dell’atmosfera) Franco Prodi, che non nega l’esistenza dei cambiamenti climatici, sostiene che «ciò che è in discussione, nella comunità scientifica, è la causa». È falso. Attualmente non è in corso nessuna discussione degna di questo nome all’interno della comunità scientifica sulle cause del cambiamento climatico.

Quando una pressoché intera comunità scientifica ha preso da anni una posizione chiara su una certa questione e poche voci (peraltro non sempre competenti) si levano per dire “non siamo d’accordo”, questo non si può chiamare “dibattito”. È semmai la messa in scena di un dibattito, con i media nel ruolo di megafono di tesi senza fondamento. Una rappresentazione che alimenta presso l’opinione pubblica la sensazione che sia in corso una reale discussione scientifica tra “pari”. E solo perché i pochi “dissidenti” parlano dentro questo megafono. Esistono innumerevoli, veri (e spesso anche accesi) dibattiti nella scienza, ma non sulle cause del riscaldamento globale.

Dal punto di vista giornalistico, su temi come il clima, non è corretto offrire al pubblico il parere di un singolo presentandolo come “climatologo di fama mondiale”, la cui fama mondiale dovrebbe (apparentemente) bilanciare la posizione della comunità scientifica (cioè quella di altre migliaia di persone). Perché il punto di vista di una sola persona, in nome di un principio di autorità elevato al cubo (“l’esperto di fame internazionale”), dovrebbe pesare di più delle evidenze che emergono da 40 anni di studi? Se a volte finisce per pesare di più in certi contesti mediatici, è perché purtroppo per troppi l’unico modello possibile e forse conosciuto di scienziato è ancora quello di Galileo Galilei, sottoforma però di una immagine distorta, uno stereotipo (e quasi sempre il paragone con il “dissidente” di turno è ingeneroso – per Galilei – e sproporzionato). Non sempre coloro che “dissentono” sono dei novelli Galileo.

In queste settimane si è fatto sentire attraverso i media anche Antonino Zichichi, fisico che non si è mai occupato di clima e che rifiuta la teoria dell’evoluzione in quanto “scienza non galileiana”. Lo ha fatto per dire, sulla base di un numero di dati, evidenze e studi pari a zero, che sul riscaldamento globale «le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole». Come abbiamo visto questa tesi è falsa. Zichichi è una figura di scienziato autorevole nel proprio campo e abbastanza popolare in Italia. Il suo parere sul clima può essere interessante per i media a caccia di click, ma non certo come esperto.

Nei giorni scorsi c’è poi stato il caso di Franco Battaglia, che è stato ospite in una puntata del programma “8 e 1/2” su La7 in un dibattito sul riscaldamento globale e la mobilitazione per il clima. Un dibattito nel solito stile “a due campane” in cui Battaglia, di fronte a una platea televisiva, ha potuto reiterare le stesse tesi negazioniste che ha più volte difeso su Il Giornale.

Ciò che passa attraverso diversi media non è certo il genere di informazione né di discussione di cui abbiamo bisogno in questo momento per affrontare la crisi climatica.

Immagine in anteprima via e360.yale.edu

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/clima-vademecum-bufale/

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