A un mese da In-Tessere, le nostre idee sono ancora più forti

22 Nov A un mese da In-Tessere, le nostre idee sono ancora più forti

22 Novembre 2019

Raccontano in certe zone d’Italia, del Meridione soprattutto, di quel tempo in cui certe case, tante case a dire il vero, erano piccoli reparti di una fabbrica. Sono storie, a volerlo, facilissime da raccogliere. La memoria è viva e pulsa ancora. Quasi in ogni famiglia c’è o c’è stata una nonna, una bisnonna, una madre, a volte anche un nonno, un bisnonno, meno un padre, che ha lavorato nella filiera in nero del tessile. Basta chiedere, stimolare una piccola sollecitazione di ricordo, facendo un giro per le montagne dell’Irpinia, per la Puglia interna, per i paesoni vesuviani, e le storie vengono fuori in un misto di malinconia dei tempi andati e un filo di asperità.

Negli anni Quaranta, e per almeno tre decenni, il fenomeno del domicilio è stato addirittura eclatante. Roberto Saviano, che una figura così l’ha messa anche in Gomorra (Pasquale il sarto), su La Repubblica lo dice con queste parole: “Non esisteva scarpa, pantalone, gonna o tappeto che non fosse realizzato anche grazie al lavoro a domicilio: le fabbriche mandavano il materiale a donne (e in alcuni casi anche a uomini) che a casa propria realizzavano, confezionavano o rifinivano ricevendo un mensile”. 

Era una catena di montaggio fluida, che permetteva di ottenere altissimi risultati a bassissimi costi. 

2019, quasi l’alba del 2020. Alla domanda se questo modo di produrre sia caduto in disuso la risposta è nei fatti di cronaca. Per esempio, nelle operaie morte sotto le macerie della loro fabbrica abusiva di Barletta nel 2011 o nelle due donne, una appena poco più che bambina, arse vive nel 2006 all’interno della fabbrica di materassi a Montesano sulla Marcellana, alle porte di Salerno, in cui lavoravano. Sistemi di sfruttamento legittimati dall’affare (produco a poco, rivendo a molto), che mortificano la natura stessa del lavoro: che sta nell’attribuzione di dignità a una vita e non nella rimozione della vita stessa. 

Di pochi giorni fa è la notizia dei 57 operai in nero scoperti a Melito, alle porte di Napoli, impiegati invisibili, fantasmi della produzione in un’azienda che lavora pellame per conto terzi. Di questi 57, 43 – raccontano le cronache – sono stati trovati dai Carabinieri chiusi in una stanza blindata, in preda al pianto, senza luce né bagno, con una riserva miserrima d’aria e addosso i segni del lavoro. Tra loro, una donna incinta e una minorenne. Ai Nas hanno domandato clemenza. Quella parvenza di lavoro è la loro unica occasione di lavoro. Sopravvivere come sola forma del vivere. Per avere un presente che sia meno a rischio marcescenza, che non sia già indirizzato alla putrefazione. 

Ragionando a monte su In-Tessere, il nostro progetto di sartoria popolare che partirà nel 2020 in Drop House, ragionandoci nelle battute iniziali, quelle dell’analisi dei contesti (storico, culturale, sociale, economico), ci siamo imbattuti spesso nelle contraddizioni del settore tessile. In un secondo momento, specie attraverso i social, sono poi state tante anche le domande che ci sono state sollevate sull’opportunità di un progetto così: “Perché infilarvi nel mondo della moda?”, ci è stato chiesto.

Forse l’abbiamo fatto, almeno in parte, per scardinare il concetto stesso di moda: che qualcosa possa nascere con l’intento già dichiarato di finire.  E poi anche per provare a dare risposta a quelle contraddizioni di cui dicevamo sopra. Per dire che si può fare qualcosa di diverso. Che il concetto di eccellenza ha senso solo dove si applica anche alle condizioni di lavoro. Oggi, leggendo le storie di quelle 43 persone, messi nell’evidenza di quelle vite sigillate nel caveau di Melito, a un mese dalla chiusura del crowdfunding e in fermento creativo da allestimento della scuola di sartoria, siamo ancora più convinti di questa nostra scelta. E la decisione di provarci ci appare ancora più matura, più pulita, a suo modo più rivoluzionaria. Vogliamo, nel piccolo di un quartiere, provare a operare un cambiamento sociale. Per rispondere non solo alle esigenze di vita individuali delle nostre donne, quelle che accedono alla Drop House, quelle accolte nella nostra Casa di Ospitalità Notturna, ma anche per generare un esempio di limpidezza in un sistema che ancora troppo spesso è guidato da logiche spietate di profitto. 

Tocca anche a noi superarle. Senza altro attendere. Sosteneteci ancora, più forte di prima.

Ricordi le nostre supereroine?
Ritessi i fili di In-Tessere
Cosa facciamo contro la povertà Conosci la Drop House?

(patrizia ghiani, responsabile Area vulnerabilità sociale Gruppo Abele; teresa giani, referente Drop House Gruppo Abele)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/a-un-mese-da-in-tessere-le-nostre-idee-sono-ancora-piu-forti/

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