La vita di Famara, alla conquista di lavoro e dignità

Dopo H&M, Famara ha messo a frutto le esperienze lavorative precedenti nel fare domanda a un nuovo negozio che stava aprendo in centro, della catena giapponese Uniqlo. La segnalazione, anche in questo caso, il ragazzo l’ha avuta dai responsabili di Safe In. “Ho fatto il colloquio e mi hanno preso. Dopo un breve periodo di prova mi hanno assunto a tempo indeterminato”, spiega Famara. Lavora su turni, 40-42 ore alla settimana, in un team internazionale dove le parole d’ordine sono “rispettare gli altri e le diversità culturali di ciascuno”. Grazie alla buona busta paga, ora il ragazzo gambiano può cercare affitto in un appartamento normale, con la prospettiva di lasciare il dormitorio. “Non è facile la ricerca, ho già vissuto la difficoltà come straniero di essere giudicato con pregiudizi”, sottolinea. E ci racconta un aneddoto relativo al giorno prima del nostro incontro: “al telefono una persona di un’agenzia di case in affitto, dopo avere sentito dall’accento che non ero italiano, ha riattaccato. Gli ho scritto un messaggio accusandolo di avere avuto un comportamento razzista. Allora mi ha richiamato, e abbiamo avuto un incontro chiarificatore nella sede dell’agenzia”. Com’è andata? “Bene, perché ha riconosciuto l’errore. Si è giustificato dicendo di avere avuto problemi in passato, ma gli ho ribadito che ogni persona è diversa”. Ora Famara è in attesa di una chiamata che spera arriverà a breve con qualche proposta di alloggio. “Il rispetto è una cosa importante, io non ho mai fatto nulla di male nella mia vita, nemmeno nei momenti difficili in cui non avevo niente e dormivo sui pullman”, rimarca.

I valori che Famara ha fatto propri sono quelli di un’infanzia difficile ma dove l’educazione ha svolto un ruolo centrale: nato in una famiglia con condizioni economiche modeste, unico figlio maschio con due sorelle più grandi che hanno perso prematuramente il padre per malattia, ha comunque potuto studiare fin da piccolo. Riconosciuto come bambino con molte potenzialità, dai 10 anni è stato inviato a studiare anche nel fine settimana in una scuola religiosa (musulmana, la religione di famiglia). La madre, indigente, ha poi affidato Famara al responsabile di questa scuola, che in seguito è stato prima perseguitato dal dittatore allora al potere, poi addirittura sequestrato senza ritorno. Tutti i suoi allievi iniziarono a essere perseguitati anch’essi e fu allora che il ragazzo gambiano, con un amico, decise di scappare dal Paese. “Siamo rimasti nel vicino Senegal per tre mesi, ma senza prospettive. Allora siamo passati prima in Mali poi in Niger, cinque mesi in tutto, da dove abbiamo raggiunto la Libia alla ricerca di un lavoro che ci sostenesse”, racconta. Da una città libica all’altra, per 9 mesi è finito nella rete di sfruttamento lavorativo dei trafficanti di esseri umani, lavorando come imbianchino e cercando di nascondersi dai criminali comuni. “In strada, per derubarmi di tutto, una volta dei ragazzini mi hanno sparato, ferendomi di striscio a una coscia”, aggiunge. “Allora abbiamo raccolto ogni soldo che riuscivamo a ottenere per prendere il gommone verso l’Europa, unica via di fuga da lì, e siamo partiti”. Un viaggio infernale, ricorda ancora il ragazzo (che allora aveva 20 anni), “dove almeno 50 delle 140 persone a bordo sono morte annegate dopo il naufragio. Io ho nuotato per circa mezz’ora prima di essere miracolosamente salvato da una nave petroliera giapponese che, dopo diversi giorni, ci ha fatto sbarcare in Sicilia. Da lì, siamo finiti in un centro di accoglienza a Milano. Ora il mio amico lavora a Malta, io continuo la mia vita qui”, conclude Famara, con un altro, significativo, accenno di sorriso.

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2019/12/12/la-vita-di-famara-alla-conquista-di-lavoro-e-dignita/153590/

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