I corridoi umanitari funzionano. Ma non bastano di fronte alle limitazioni del diritto d’asilo

Raggiungere l’Italia in maniera legale e sicura, coinvolgendo i soggetti più fragili e occupandosi della loro reale integrazione sul territorio. Si possono descrivere così, in sintesi, i corridoi umanitari. Il primo progetto pilota in questo senso è stato promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), insieme a Tavola Valdese e alla Comunità di Sant’Egidio, grazie a un Protocollo d’intesa sottoscritto il 15 dicembre 2015, rinnovato poi nel 2017, dagli enti promotori e dai ministeri degli Esteri e dell’Interno per consentire in due anni a mille profughi siriani in Libano l’arrivo nel nostro Paese. Tra gli scopi principali, i corridoi umanitari hanno quello di permettere un canale sicuro perché il rilascio dei visti è subordinato ai controlli da parte del Viminale.

Il criterio di selezione dei beneficiari di questo metodo parte da un network di Ong locali e internazionali, oltre a organismi ecumenici, e da una lista trasmessa alle autorità consolari italiane, che individua persone particolarmente fragili: donne vittime di tratta o sole con figli minori, pazienti bisognosi di cure urgenti non disponibili nei campi e famiglie ridotte allo stremo da condizioni insostenibili. Secondo i dati forniti da Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Fcei, i beneficiari al dicembre 2018 sono stati 50% donne e 50% uomini, accolti principalmente in Piemonte, Lazio e Lombardia, che hanno trovato ospitalità presso enti confessionali (38%), associazioni laiche (10%) e chiese (15%).

“In quattro anni il 90% di chi ha fatto domanda d’asilo l’ha già ottenuto, questo vuol dire che il lavoro di ‘screening’ a monte è stato accurato”, ha spiegato Paolo Naso, professore di Scienze politiche alla Sapienza di Roma e coordinatore del programma Mediterranean Hope. “La società civile è parte del gioco in un percorso molecolare d’integrazione, che ha la caratteristica di una diffusione nel territorio omogenea grazie alle risorse nelle comunità locali”. Inoltre, ha aggiunto Naso, “la preparazione dei candidati inizia prima: viene detto loro quali professioni andranno a svolgere, partendo dalle skills disponibili e le assegnazioni sono coerenti”.

C’è però anche chi considera la pratica dei corridoi umanitari un valido aiuto, da sostenere, ma che non può ad ogni modo chiudere la visione generale del problema, sempre più frequente, dell’esternalizzazione del diritto d’asilo, che ha visto negli ultimi anni una serie di normative, con regole sempre più stringenti, che potrebbero portare di fatto a una contrazione dei diritti dei potenziali richiedenti asilo. “I corridoi umanitari sono un’iniziativa lodevole, vanno supportati, e coloro che li pongono in essere lo fanno nella maniera più corretta e precisa ma dovrebbe essere qualcosa di aggiuntivo al sistema generale dell’asilo”, ha spiegato Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi).

Secondo Trucco, il sistema di selezione dei corridoi umanitari non ha “una base giuridica molto chiara anche se si basa su criteri molto forti di vulnerabilità. Sarebbe magari il caso di sviluppare una maggiore formalizzazione per poter usufruire di tali sistemi. Ad esempio, se viene esclusi da questo numero di persone che rientrano nei corridoi umanitari siamo comunque di fronte a una valutazione discrezionale, sicuramente ponderata, ma non ci sono strumenti particolari per poter ricorrere”.

Nel quadro generale degli strumenti oggi applicati nei confronti dei richiedenti asilo, Trucco riporta ad esempio l’approccio degli hotspot “che sono dei luoghi che non hanno una base giuridica definita, in cui le persone vengono sottoposte a una sorta di ‘triage’ per cui si fa una specie di pre-valutazione con il rischio molto forte che ci si basi molto sulla questione del Paese di provenienza”. Senza contare poi “il decreto Salvini, con l’abrogazione della protezione umanitaria, e il decreto sui Paesi d’origine sicuri per cui le persone che provengono da questi territori possono richiedere l’asilo ma hanno una procedura molto accelerata con una soppressione molto forte dei loro diritti. Inoltre, non vengono ben chiariti i motivi per cui questi Paesi vengano inseriti in questa lista”, aggiunge Trucco. “Un caso clamoroso è quello dell’Ucraina, dove basti pensare a quanto successo nel Donbass, oltre a quei Paesi arabi dove ad esempio l’omosessualità è considerata reato, come il Marocco”.

Lo stato dell’arte dei corridoi umanitari prevede ad oggi, accanto a quelli “ecumenici”, altri “confessionali” realizzati dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) insieme alla Caritas e alla Comunità di Sant’Egidio.”Il primo accordo nel 2017 ha permesso l’arrivo in Italia di 500 profughi dall’Etiopia e dalla Turchia che coinvolgeva principalmente eritrei somali, sud sudanesi e iracheni”, ha raccontato Lucia Forlino dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas Italiana “Il secondo protocollo è stato firmato nel 2019, coinvolge seicento persone e a gennaio è previsto l’utilizzo di un nuovo canale con Giordania e Niger. I requisiti sono sempre legati alla vulnerabilità anche se è un programma che si occupa principalmente di integrazione, quindi si tendono a scegliere persone che, nell’arco dei dodici mesi, possano essere più facilmente integrabili nel territorio”, ha aggiunto.

I corridoi umanitari non interessano solo persone con problemi sanitari o psicologici ma anche laureati. “Stiamo portando avanti un piccolo esperimento, che sta andando molto bene con l’Unhcr, e riguarda persone intraprendenti con un titolo di studio difficilmente spendibile nel loro contesto di partenza”, ha proseguito Forlino. “In collaborazione con le università, cerchiamo di far continuare il percorso accademico e di far riconoscere il titolo di studio, collocandoli in accoglienza in città dove insistono atenei che abbiano ad esempio corsi in lingua inglese. Vogliamo far capire che queste persone non sono solo dipendenti ma anche risorse che possono contribuire alla crescita del nostro Paese”. Il 10 dicembre 2019 l’Italia, attraverso la Fcei, ha presentato alle istituzioni europee a Bruxelles un progetto per un corridoio umanitario speciale, che cerca di trasformare una pratica in una policy. “Si tratta di portare l’esempio costruito fino qui dei corridoi umanitari e di strutturarli in una forma organica, sotto un cappello europeo, che coinvolga il maggior numero di stati membri possibili”, ha sottolineato il professor Naso. E ha proseguito: “La novità nell’avere un canale europeo rispetto a uno solo nazionale sarebbe che “il punto di partenza di questo corridoio immaginiamo possa essere la Libia, consentendo un intervento diretto”.

“La proposta dalla Libia va interpretata in senso elastico: il corridoio non è detto che debba essere Roma-Tripoli, ma ad esempio potrebbe essere Tripoli-Niger e poi Niger-Roma. Ci sono esigenze tecniche e di sicurezza che potrebbero suggerire un passaggio intermedio. Quello che le chiese e i soggetti promotori potrebbero fare è un’attività di counseling nei Paesi di provenienza”, ha aggiunto Naso. “Siamo pronti a inviare operatori umanitari in Libia e in Paesi che potrebbero fare da tappa intermedia oltre a attività di orientamento all’integrazione in Italia”.

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/corridoi-umanitari/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *