Decalogo del dito medio e dei suoi usi legittimi

BOSSI23

In una società civile e moderna, il dibattito pubblico usa registri comunicativi e modalità espressive civili e rispettose, che servono a farsi capire con ragionamenti superiori orientati al progresso sociale, e non a prevaricare l’interlocutore per esprimere emozioni primarie come gioia, rabbia, tristezza, paura o disgusto.

Nella nostra società incivile, il dibattito politico usa gesti, linguaggi e registri espressivi che esprimono emozioni primarie: l’erezione permanente vantata dal pregiudicato Umberto Bossi col dito medio alzato per esprimere la gioia legata all’ebbrezza del potere politico, il “vaffa” con cui il pregiudicato Beppe Grillo ha espresso il disgusto verso una classe dirigente di imbroglioni corrotti (prima di rimpiazzarla con una classe dirigente di incapaci asserviti), fino ad arrivare ai virtuosismi espressivi del pregiudicato Vittorio Sgarbi, capace di utilizzare i pretesti e gli insulti più vari per esprimere da trent’anni la stessa, identica e immutata emozione primaria: una profonda rabbia interiore, figlia di chissà quali traumi, frustrazioni, squilibri o scompensi, che sfugge alle analisi delle scienze della comunicazione per entrare nel territorio di competenza della psichiatria.

E le emozioni primarie dei vip ci piacciono, entrano in risonanza con le nostre, aiutano anche noi a sfogarci, le cerchiamo e ce ne nutriamo, e se così non fosse il primitivismo comunicativo non avrebbe tutto lo spazio che ha nei palinsesti delle nostre emittenti nazionali, nel nostro dibattito politico, nelle nostre relazioni elettroniche.

Ma nella nostra società incivile e ipocrita, il dibattito politico accetta le emozioni primitive espresse dai potenti e dai vip, anche se sono pregiudicati, ma stigmatizza, attacca e condanna quelle della gente comune, anche se è incensurata. Il dito medio rivolto agli avversari politici con la prepotenza del potente che abbiamo visto sfoggiare a Umberto Bossi, Matteo Salvini, Daniela Santanché, Maurizio Gasparri, Roberto Calderoli e altri ancora viene tollerato, assimilato, digerito e integrato nel discorso pubblico molto più del dito medio mostrato da una anonima signorina con l’insofferenza di chi si ritrova nel sedile accanto un potente spregevole che ha già invaso gli spazi televisivi e i social network per seminare odio e paura in cambio di voti.

Nella nostra società profondamente incivile, ipocrita e prepotente, il dibattito politico non si limita più al giudizio sui personaggi pubblici, che ricoprono un ruolo istituzionale e hanno un potere politico del quale devono rispondere, ma mette sotto i riflettori delle cronache anche persone mediaticamente più deboli, che avrebbero tutto il diritto di essere rispettate nella loro privacy indipendentemente dalle modalità comunicative che hanno scelto, e a prescindere dai contesti in cui hanno usato queste modalità comunicative per esprimere emozioni primarie.

Preso atto dell’inciviltà, dell’ipocrisia e della prepotenza della società in cui viviamo, ne consegue che siamo tutti passibili di essere giudicati pubblicamente da decine di milioni di connazionali (e anche da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo se la panna mediatica monta a sufficienza) per emozioni primarie individuali che riteniamo di interesse privato, prive di interesse mediatico e in grado di raggiungere soltanto i nostri contatti elettronici più prossimi, ma solo fino a quando qualcuno non le considera di interesse pubblico, mediaticamente notiziabili e degne di essere viste, discusse, commentate, analizzate e giudicate nella sfera pubblica della comunicazione.

Tutto ciò premesso, provo a tracciare un decalogo provvisorio ed emendabile di criteri e principi per la valutazione dei nostri gesti e dei gestacci altrui:

1) La volgarità del potente di solito è una azione che influisce sul suo elettorato e sulla cultura del paese, quella del comune cittadino è solitamente una reazione con conseguenze limitate.

2) La nostra Costituzione ci consente di esprimere il nostro pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, e possiamo farlo liberamente e a norma di legge se il nostro messaggio verbale o gestuale non configura l’illecito di ingiuria (“Tizio è un imbecille”) o il reato di diffamazione (“tizio è un pappone”) ma si limita ad esprimere il nostro stato d’animo nei confronti di Tizio (“Tizio mi ha rotto le scatole, ne penso tutto il male possibile, che vada a quel paese”).

3) La legittimità delle libere espressioni del pensiero di cui al punto 2) è ulteriormente rafforzata nel caso in cui Tizio sia un personaggio pubblico, che riveste cariche pubbliche, amministra la cosa pubblica, fa parte di istituzioni pubbliche o ha comunque un ruolo pubblico con conseguenze sulla sfera pubblica.

4) Il dito medio del cittadino comune è il “pernacchio” di Eduardo de Filippo, una forma di resistenza nonviolenta al potere che si rivolge ad un bersaglio specifico e si avvale del linguaggio dei simboli per mostrare che il re è nudo, che il potente è solo un teatrante intrappolato nel suo personaggio da cui possiamo prendere le distanze con un semplice gesto.

5) Il dito medio del potente è l’arroganza del marchese del Grillo, è una forma di esibizione violenta del potere che si rivolge ad un bersaglio generico: la parte di società che la pensa diversamente da lui, negandone la dignità e la legittimità politica.

6) Chi si sente offeso dal dito medio del cittadino comune consideri che l’espressione popolare dell’insofferenza verso chi comanda con arroganza, anche quando è realizzata con gestualità che veicolano emozioni primarie, è sempre stata un lievito fertile per il cambiamento sociale, un antidoto contro la cristallizzazione dello status quo, un innesco per ridefinire nuovi rapporti di forza tra differenti classi sociali. In altre parole, lo sberleffo popolare dei potenti è cosa buona e virtuosa.

7) Chi legittima il dito medio del potente consideri che l’espressione volgare dei sentimenti da parte di chi ha un potere di indirizzo culturale o politico genera emulazione, sposta il confine del consentito, fomenta chi si sente moralmente autorizzato dal potente a passare dalla volgarità gestuale alla violenza verbale, e da questa alla violenza fisica. In altre parole, l’arroganza del potere verso i cittadini è cosa cattiva e perniciosa.

8 ) Ha titolo morale per fare prediche e scambiare gesti di insofferenza per insulti soltanto chi si è già ribellato agli insulti omofobi di Sgarbi, agli insulti islamofobi di Meloni, agli insulti sessisti di Berlusconi, agli insulti antiziganisti di Salvini, agli insulti antimeridionalisti di Bossi, agli insulti razzisti di Calderoli.

9) Una ragazza che coglie nel sonno un potente con la responsabilità politica e morale di gente morta affogata, e decide di fare giustizia con un gesto simbolico e nonviolento di ribellione, merita la pubblica gogna, anche se vogliamo negarle la stima riconosciuta al personaggio biblico di Giuditta, che di fronte all’ingiustizia e alla prepotenza di un generale che minacciava un intero popolo scelse di sfoderare il coltello per la decapitazione, e non il dito medio per la derisione.

10) Nell’esaminare i punti precedenti va tenuto in considerazione che nella nostra società dell’ipercomunicazione istantanea la maleducazione e il bon ton, la ribellione e la prevaricazione, l’indignazione e il moralismo, lo scandalo di oggi e quello di domani sono tutti dei fuochi di paglia che durano lo spazio di un mattino fino a quando il dito medio alzato per deridere il potere non diventa un indice per mostrare una alternativa, da chiudere in un pugno per lottare contro l’ingiustizia.

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Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/12/19/ditomedio/

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