Cosa ci insegna la crisi delle grandi imprese  

Dall’Ilva all’Alitalia, alla Popolare di Bari, alla stessa FCA nel confronto con gli interessi francesi, il 2019 consegna una pesante eredità all’anno che viene per il sistema-Paese.

Una difficile eredità

Nell’anno appena concluso il Paese ha dovuto registrare la presenza di alcuni problemi di grande peso; tra questi, certamente, quello della crisi del sistema della grande impresa nazionale.   

Delle difficoltà di molte società si viene dibattendo in particolare negli ultimi mesi, anche se i problemi sono aperti da  troppi anni, in modo palese o occulto. Dall’Ilva all’Alitalia, alla Popolare di Bari, alla stessa FCA, che ha peraltro evitato una sorte molto difficile vendendosi ai francesi, i casi sul tavolo del governo sono, tra l’altro,  come del resto già sottolineato, una spia molto significativa del fallimento delle nostre classi dirigenti economiche, finanziarie, politiche.

Ciascuna di tali crisi ci trasmette comunque delle informazioni importanti, particolari ed anche, in un certo senso, curiose sulla situazione del Paese; su alcune soltanto di tali questioni  vogliamo, sia pure brevemente, soffermarci in questa sede.

Cominciamo dalla FCA.

Una cosa che colpisce molto nel progetto di fusione della stessa società con il gruppo PSA è quella che è previsto, tra l’altro, che in tale occasione agli azionisti dei due gruppi vengano distribuiti nel giro di pochissimo tempo ben 11 miliardi come dividendi ordinari e straordinari, una cifra veramente fantasmagorica.  

In particolare, gli azionisti FCA riceveranno un dividendo straordinario di 5,5 miliardi di euro ed uno ordinario sui risultati di bilancio 2019 di 1,1 miliardi. Dal canto loro gli azionisti PSA incasseranno a vario titolo 4, 3 miliardi. E non sono esclusi altri emolumenti in relazione ad alcuni eventi futuri, quale la cessione di Comau.

Ora il nuovo gruppo deve affrontare dei problemi molto rilevanti, che vanno dallo scarsissimo radicamento in Cina, primo mercato mondiale, e più in generale in Asia, allo sviluppo delle nuove tecnologie per l’elettrico e poi per la guida autonoma, all’inserimento nelle nuove modalità di fruizione delle vetture nonché, infine, al che cosa fare con gli stabilimenti italiani che lavorano ormai da diversi anni a ritmi ridotti.

Per affrontare adeguatamente tali temi sono necessari, presumiamo, tra l’altro, grandi risorse finanziarie. Solo per quanto riguarda l’auto e la batteria elettrica si stanno spendendo in pochi anni nel mondo forse 250 miliardi di dollari. Non si capisce dunque la logica che sottende allo svuotamento delle casse aziendali e alla distribuzione agli azionisti di 11 miliardi di euro, risorse che sarebbero molto preziose per vincere le sfide citate. Ma in Italia, come evidentemente in Francia, gli interessi di breve termine degli azionisti prevalgono, al solito, su quelli di lungo termine delle imprese e dell’economia in generale.

Tra l’altro, a suo tempo ci avevano raccontato che il gruppo FCA non riusciva a fare investimenti adeguati nell’elettrico proprio per la carenza di denaro. Mah!

Una seconda cosa da sottolineare, sia pure brevemente, come fa ad esempio Marco Ferrando su Il Sole 24 Ore, appare quella che dall’unione tra i due gruppi sono previste svilupparsi sinergie annue, sotto forma  in gran parte  come riduzioni di costi, per circa 3,7 miliardi all’anno. Ma questo significa inevitabilmente un taglio di ricavi enorme per molte imprese fornitrici; una fetta importante di tale cifra toccherà presumibilmente a quelle italiane. 

Le voci di tripudio che hanno accompagnato l’annuncio della fusione andavano dunque per lo meno mitigate, ricordando poi che ancora non è stato affrontato il problema della situazione occupazionale degli stabilimenti italiani; ne potrebbero uscire delle ulteriori note molto dolenti. 

 E veniamo all’Ilva.

In questo caso sono certamente molte le cose che possono colpire, ma ne vogliamo segnalare in questa sede di nuovo soltanto due.

Intanto una parte dei politici locali e nazionali ed anche una fetta importante della popolazione di Taranto, certo esasperata da una situazione veramente tragica sul fronte sanitario – che non sembra tra l’altro presentare sbocchi positivi a breve termine, reclama a gran voce la chiusura totale dell’impianto siderurgico e l’avvio di un grande progetto di riconversione industriale dell’area, puntato sul varo di  iniziative imprenditoriali del tutto nuove, che dovrebbero dare lavoro a tutti quelli lasciati a casa.

Ora, il problema relativo ad una tale ipotesi è quello che le strutture pubbliche locali, regionali e nazionali non sono assolutamente in grado, probabilmente neanche nell’arco di una ventina d’anni ( la riconversione di Bagnoli, com’è noto, va avanti senza risultati apparenti da una trentina d’anni) di varare e portare avanti un progetto di tale portata che alla fine dovrebbe produrre nuovo lavoro per quasi 20.000 persone.

Nel frattempo il presidente della Regione, Michele Emiliano, persona a nostro parere degnissima, predica da anni ed in maniera intransigente la necessità di attivare immediatamente la decarbonizzazione totale dell’impianto, in specifico passando come fonte energetica dal carbone al gas, bellissima idea se non fosse per i molti ostacoli che si frappongono su tale ipotetico cammino. 

Non esiste al mondo un impianto siderurgico di tali dimensioni che operi con la modalità tecnologica indicata; la trasformazione richiederebbe comunque un enorme  sforzo economico, finanziario, organizzativo di lunga data. Quello che si può cercare di fare, e che forse si farà, è un avvio molto prudente e pianificato sull’arco di diversi anni di una decarbonizzazione molto parziale, opera comunque meritoria.  

Bisogna alla fine rilevare che nei due episodi citati viene, tra l’altro, completamente abbandonato il principio di realtà.

 La saga dell’Alitalia     

Lo stesso principio di realtà viene del tutto trascurato, per alcuni versi, anche nel caso di Alitalia.

I nostri governanti perseguono da molti anni l’idea di mantenere in vita l’Alitalia come compagnia autonoma nazionale, evitando in ogni caso di farne uno spezzatino e comunque avendo cura, come si afferma da più parti,  di “non svenderla” allo straniero. 

Così, abbiamo registrato il caso dei “capitani coraggiosi” a guida berlusconiana, poi quello dell’araba Etihad con Renzi, mentre anche gli ultimi governi continuano a cercare di mettere su una nuova compagine azionaria molto “pittoresca”, peraltro con scarso successo. Intanto i sindacati, facendo peraltro il loro mestiere, insistono che non ci deve essere nessun esubero, impresa peraltro impossibile. 

Forse si ignora, o si fa finta di ignorare, che nelle attuali condizioni del mercato nazionale, di quello europeo e mondiale, come è stato scritto più volte ed analiticamente da molti commentatori, e sul quale punto quindi non ci soffermiamo, non c’è apparentemente spazio per una compagnia delle dimensioni dell’Alitalia, a parte ovviamente il caso che si sia disposti a perdere ogni anno somme enormi di denaro.

L’unica soluzione ragionevole sembra dunque quella di vendere il tutto, dopo un processo di ristrutturazione e ridimensionamento, ad una compagnia già esistente, Lufthansa o Air France-KLM che sia, accettando una riduzione del numero degli aerei e un certo numero di esuberi, il cui numero può essere forse in qualche modo negoziato per cercare di salvare il salvabile; ovviamente bisognerà poi avviare delle procedure di sostegno per quelli che resteranno esclusi.  

Infine la Banca Popolare di Bari 

Il caso della banca pugliese, per le modalità con cui è stata “costruita” la crisi, somiglia molto a quello di altre banche fallite di recente nel nostro Paese.

Si registrano come al solito acquisizioni avventuristiche di altre banche, prestiti concessi agli amici e di frequente dietro altre contropartite, corruzione, interferenze di interessi privati, manipolazione dei soci, legami perversi con i politici; queste  sono solo alcune delle cose che sono venute fuori, mentre la magistratura sta indagando i vertici aziendali per diversi reati. 

Di recente poi il Consiglio di Amministrazione della banca, dopo aver approvato il bilancio 2018 che presentava una perdita di 420 milioni di euro, ha aumentato i compensi dei suoi membri e quello dei dirigenti. 

A questo proposito può essere di scarso conforto sapere che alla Boeing l’amministratore delegato, Dennis Muelenburg, colpevole di tanti errori e trascuratezze, che stanno portando a perdite per decine di miliardi di dollari per la società, manager che guadagna circa 23 milioni di dollari di stipendio all’anno più i bonus, ha rifiutato di dimettersi e dichiara di avere la coscienza tranquilla. 

Tornando alla Popolare di Bari, è curioso sottolineare come su internet sia ancora presente la vecchia pubblicità dell’istituto, che parla di “una banca per la tua famiglia e la tua impresa”; nessuno ha pensato a cancellarla.

Su di un altro piano, il caso della banca pugliese solleva forse sotto una luce inedita la questione della sorveglianza. Noi abbiamo sempre pensato, sia pure con qualche caveat, che la Banca d’Italia facesse seriamente il suo dovere di vigilanza, anche se intravedevamo una grande lentezza e prudenza nel portare allo scoperto le crisi bancarie e i suoi risvolti. Si sa che, in effetti, l’istituto è una grande macchina burocratica, gestita forse con principi organizzativi ottocenteschi. 

Ma ora ci sembra che cominci a sorgere il dubbio, anche nei più benevoli estimatori dell’istituto, che ci potessero essere dei legami perversi tra i responsabili della banca pugliese e alcuni funzionari della Banca d’Italia incaricati della vigilanza. Se i fatti fossero accertati, si tratterebbe naturalmente di cose molte gravi.

Conclusioni

Gli episodi brevemente descritti fanno parte della grande casistica della crisi ormai pluridecennale della grande impresa italiana (anche la Popolare di Bari può essere collocata in tale gruppo sia perché, se non altro, le sue perdite raggiungono cifre astronomiche, degne di un grande istituto, sia perché essa appare anche come un campione rappresentativo dei comportamenti recenti di banche anche parecchio più corpose). 

Essi mostrano ancora una volta come azionisti privati, politici, dirigenti, strutture finanziarie, organi di controllo, abbiano perso nel nostro Paese la forza e la capacità di andare avanti in maniera adeguata.

Il 2019 consegna su questo fronte una pesante eredità all’anno che viene. 

La speranza che si riesca a invertire la rotta diminuiscono comunque di giorno in giorno, mentre nuove nuvole sembrano profilarsi all’orizzonte a livello internazionale oltre che locale.

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/cosa-ci-insegna-la-crisi-delle-grandi-imprese/

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