Dieci anni dopo il terremoto che distrusse Haiti, l’isola dimenticata dal mondo


Dieci anni fa una scossa di 7 gradi Richter si abbatteva su Haiti polverizzando la capitale, Port-au-Prince.
Oltre 230mila persone non ebbero scampo, lungo una diagonale di 25 chilometri in direzione ovest-sud-ovest.
Da allora, nonostante la corsa agli aiuti umanitari dei primi mesi, poco è stato fatto per la ricostruzione materiale e sociale dell’isola caraibica.
Gli annunci del post-terremoto, su tutti il “built back better” promesso in prima persona da Bill Clinton, nominato dalle Nazioni Unite commissario speciale per la ricostruzione, organismo che aveva quali principali Stati donatori gli Usa, si sono ben presto affievoliti.
Un decennio dopo l’unico dato tangibile è l’imbarazzante e pressoché totale disinteresse della comunità internazionale. Nella tragedia della devastazione ciò che più colpisce, passeggiando lungo le strade ancora piene di crepe e di buche di Port-au-Prince, è la mancanza di speranza tra la gente.
La rassegnazione, impastata con la rabbia e la disperazione in un paese ormai al collasso, è palpabile.
Lontana dai riflettori, che restano spenti anche nell’anniversario di uno dei disastri naturali più gravi della storia, Haiti è segnata da una forte ondata di violenza dovuta a fattori politici e socioeconomici che hanno acuito la già grave crisi nel Paese.
Da mesi le scuole e le università hanno sospeso le attività , gli ospedali chiudono o sono costretti ad operare al minimo. Nell’ultimo anno al moltiplicarsi delle manifestazioni di massa sono seguite repressioni brutali da parte delle forze di sicurezza. Non c’è forma di dissenso che si manifesti senza violenza. Il tutto ha portato a un aumento significativo dell’uso delle armi.
Nell’ultimo anno Medici Senza Frontiere, tra le poche organizzazioni che continuano a operare sul campo, hanno trattato migliaia di pazienti con ferite da arma da fuoco. arrivati nel centro per le cure d’emergenza nella baraccopoli di Martissant, a Port-au-Prince. Numeri impressionati, il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Da mesi le tensioni sono in crescendo e si susseguono quasi ogni giorno manifestazioni e violenze non solo nella capitale ma anche in altre grandi città, come Les Cayes e Gonaïves.
Il declino costante del potere d’acquisto degli haitiani,causato dalla svalutazione della moneta e dall’aumento dei prezzi del carburante, in un contesto di stallo delle istituzioni e di una corruzione dilagante ha ridotto alla totale povertà la maggioranza della popolazione.
“La violenza da arma da fuoco e gli scontri nelle strade sono in costante aumento” racconta Lindis Hurum, capomissione di MSF a Haiti “I manifestanti hanno eretto barricate nelle strade principali. Rabbia, paura e disperazione sono palpabili ovunque. Le strade di Port-au-Prince, normalmente trafficatissime, adesso sono vuote perché gli abitanti hanno paura di improvvise esplosioni di violenza. Nessuno si sente al sicuro, incluse le nostre équipe mediche, che hanno affrontato gravi incidenti di sicurezza”.
L’organizzazione, nonostante il clima sempre più violento renda difficile l’azione di sostegno al sistema sanitario pubblico, porta avanti con caparbietà l’attività con i pochi fondi, lo staff e il materiale a disposizione.
Il problema più grave è la mancanza di sicurezza, elemento che limita i movimenti del personale medico e il trasporto di attrezzature mediche, sangue e medicinali.
“Questa crisi ha ulteriormente indebolito una situazione sanitaria già fragile, aumentando potenzialmente il tasso di mortalità” – sostiene Hurum, operatore di MSF – Da un lato, non ci sono abbastanza medici, farmaci e forniture essenziali come ossigeno ed elettricità. Dall’altro aumentano i pazienti che non possono permettersi di andare in strutture private. Ci sono tutti gli elementi per un disastro umanitario irresistibile”.
Il centro di MSF a Martissant è uno dei pochi pronto soccorso aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il centro ha 26 letti e offre servizi medici gratuiti di stabilizzazione e cure salvavita, per poi trasferire i pazienti in strutture sanitarie più grandi con capacità chirurgica avanzata.
Gli operatori di Msf lavorano giorno e notte per salvare vite in un contesto molto teso.
“Quando arrivano i pazienti, li stabilizziamo e forniamo cure di primo soccorso, ma non siamo un ospedale e abbiamo bisogno di un sistema efficace di trasferimenti per assicurare cure mediche più avanzate a pazienti con traumi multipli” conclude Samira Loulidi, coordinatore MSF del centro.
La grave crisi politica ed economica ad Haiti ha messo a dura prova l’intero sistema di cure nel paese. Senza Medici Senza Frontiere, che ha aperto un nuovo ospedale traumatologico nell’area di Tabarre, a Port-au-Prince,l’isola sarebbe totalmente abbandonata a se stessa sotto l’aspetto umanitario.
Nell’indifferenza del mondo.

rno-infantile adesso fatica a trasferire i pazienti negli ospedali perché ricevano assistenza specialistica.
 
“Prima riuscivamo a trasferire i pazienti in un’altra struttura sanitaria per casi urgenti come un parto cesareo entro un’ora” racconta Lambe di MSF. “Adesso ci impieghiamo dalle tre alle cinque ore per raggiungere un ospedale che possa curarli”.
 
In collaborazione con il Ministero della Salute Pubblica e della Popolazione di Haiti, MSF sta anche supportando gli ospedali pubblici in diversi modi, per esempio ristrutturando una parte del pronto soccorso nell’Ospedale Universitario statale di Haiti, formando il personale sanitario locale e donando farmaci e articoli essenziali come l’ossigeno.
 
 
MSF ha lavorato per la prima volta ad Haiti nel 1991 per rispondere a emergenze come disastri naturali e altri crisi. Il giorno dopo il terremoto, avvenuto il 12 gennaio 2010, MSF ha lanciato la più grande risposta alle emergenze nella propria storia. Oggi, le équipe di MSF a Port-au-Prince e nella parte sud-occidentale del paese stanno colmando importanti lacune nell’assistenza sanitaria e rinforzando la capacità del sistema sanitario locale.
 
Le dieci di sera di una serena e tiepida serata autunnale a Port-au-Prince. Me ne sto seduto in poltrona a leggere il mio libro sotto una delle lampade del terrazzo. Attendo che il sopore mi suggerisca che è ora di andare a dormire, quando suona il telefono. Dall’altro capo del filo metaforico, il giovane chirurgo locale, che ho sentito più volte in giornata: l’ennesima ferita d’arma bianca, ma questa volta non sa che fare, vuole che lo raggiunga in ospedale, anche se il paziente è clinicamente stabile, e per chiarirmi il motivo mi manda una foto del giovane paziente. Non perdiamo tempo a parlare, mi muovo e lo raggiungo: mezz’ora di saliscendi per le colline, le strade sterrate e tortuose, bambini e cani a nugoli da schivare nel buio del formicaio in cui ci inoltriamo. Arrivo, valutiamo assieme le condizioni del paziente, guardiamo le lastre, discutiamo rapidamente la strategia chirurgica con l’anestesista, andiamo in sala, ci laviamo, prepariamo il campo. Lo assisto nella sua prima toracotomia anteriore destra. Rimuove sotto visione diretta il coltello piantato a fondo nella quinta vertebra toracica. Leghiamo una grossa vena toracica ed è tutto finito. Suturiamo il polmone bucato. Nessun’altra lesione. Il meglio per tutti, per il paziente e l’équipe.
 
Scene di ordinaria follia, in questo paese lacerato da anni da una violenza senza fine. Povertà, scarsa conoscenza, una classe politica tra le più corrotte al mondo stanno portando il paese al collasso. Gli slum che si estendono a perdita d’occhio attorno al porto sono teatro di quotidiane battaglie tra bande di criminali che si contendono la poca ricchezza che circola, quella creata dal furto e la rapina, dall’esazione violenta, dalla prostituzione, dalla droga. Battaglie campali producono diversi feriti da arma da fuoco e decine di feriti d’arma bianca ogni giorno. Mi ricordano l’Afghanistan dove ho lavorato per anni, se non fosse che qui non si usano mortai o granate, non ancora. Qui i feriti sono target mirati, ognuno con la sua storia, magari accidentale. Non sono masse anonime colte a caso dalla rosa delle schegge di una bomba piovuta dal cielo.
 
Qui, la violenza scandisce ogni momento della vita quotidiana: dalle manifestazioni di rivolta all’inflazione incontrollata, dalla crescita spropositata del costo della vita alla povertà, diventata ormai l’unico cibo di una popolazione allo stremo. La malnutrizione è una realtà di massa, colpisce tutti, non solo i più piccoli che non sanno o non possono procurarsi il cibo.
 
Dieci anni dopo il grande terremoto, e a pochi mesi dal più recente, molte strutture ospedaliere attendono ancora di essere ricostruite e completate. Il vulcano haitiano sta ribollendo e a breve esploderà. Noi siamo là, pronti, come sempre, a fare la nostra parte per i più bisognosi.
 
 



Fonte: Articolo 21 – https://www.articolo21.org/2020/01/dieci-anni-dopo-il-terremoto-che-distrusse-haiti-lisola-dimenticata-dal-mondo/

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