SPoT, il primo censimento della popolazione transgender in Italia

16 Gen SPoT, il primo censimento della popolazione transgender in Italia

16 Gennaio 2020

Si chiama SPoT ma non si tratta di pubblicità. Della pubblicità non ha il clamore e nemmeno l’intento commerciale. È un atto di conoscenza, SPoT, acronimo che indica la prima Stima della Popolazione Transgender adulta in Italia. Nato per iniziativa di Azienda ospedaliera universitaria Careggi, Università di Firenze, Istituto superiore di sanità, fondazione The Bridge e forte del supporto dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere, il censimento, condotto attraverso un semplice questionario in sette domande a risposta multipla, vuole restituire una statistica facendone contemporaneamente un punto di partenza per l’adozione di nuove politiche. In primis in campo sanitario, dove, in quanto ad accesso alle cure e strumenti in dotazione, l’Italia non brilla.

E non potrebbe essere altrimenti, d’altra parte. Se si pensa che, prima di adesso, l’ultimo e unico dato risale al 2011 ed è riferito al lasso di tempo 1992-2008. Una stima che dice che in Italia ci sono 424 donne transessuali e 125 uomini transessuali. Con tutta evidenza un dato monco e vecchio, che deve fare i conti con i mutamenti storici e sociali intervenuti in quasi 15 anni. L’ha spiegato bene, su La Repubblica, Marina Pierdominici, ricercatrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità: “I dati della letteratura scientifica internazionale suggeriscono che la percentuale di popolazione transgender dovrebbe essere compresa tra lo 0.5 e l’1.2% del totale. Se confermata anche nel nostro Paese, consterebbe in circa 400mila italiani”.

Una differenza numerica che non è solo questione di zeri, ma che racconta quanto sia necessario frantumare il velo di silenzio che, spesso, alimenta anacronistiche discriminazioni. Discriminazioni che finiscono, poi, per ripercuotersi inesorabilmente sui diritti.
Ornella Obert, responsabile del progetto Oltre lo Specchio che, per il Gruppo Abele, da 40 anni si occupa di accoglienza a persone transessuali, lo dice meglio: “SPoT è di certo un’iniziativa utile perché può consentire di dar voce a quella cifra di popolazione che non rientra nell’assegnazione di genere anagrafica. Può essere un’ottima occasione per comprendere i cambiamenti in atto e sarà poi una sfida importante cosa fare dei risultati dei test”.

Laddove, per test, s’intende il necessario passaggio dalla semplice registrazione del dato numerico alla sua analisi, per provare ad adeguare anche le politiche alla società in mutamento. Politiche che patiscono, rispetto alle questioni di genere, un ritardo al limite dell’antistorico. Si diceva all’inizio, soprattutto in campo sanitario. I centri specializzati nella medicina di genere, per dire, sono pochi e quasi esclusivamente concentrati nel Nord del Paese; le facoltà universitarie non contemplano corsi specifici sul trattamento di pazienti transgender con il risultato che spesso vengono ignorati o poco considerati le interazioni (anche quando deleterie) tra trattamenti ormonali e terapie di altra natura; gli ospedali, in fase di degenza, non riportano l’identità di genere, dando luogo a situazioni grottesche, con donne transessuali ricoverate in reparti maschili o viceversa.

“Sicuramente è auspicabile che la popolazione che definiamo in genere transgender per ricomprendere più categorie abbia la possibilità di accedere a servizi sanitari sempre più aderenti ai cambiamenti velocissimi che in questi ultimi anni hanno riguardato l’appartenenza di genere – il ragionamento della Obert. Troppo spesso infatti l’accesso alle cure, ormonali ma non solo, è stato legato al percorso di transizione di genere presso i centri sanitari ospedalieri”. Nel pratico, “se la somministrazione per esempio di ormoni si limita alle persone che hanno una cartella clinica aperta presso un centro chirurgico e non si arriva per varie ragioni a una diagnosi di disforia di genere si rischia che la persona venga poi lasciata a se stessa senza la possibilità di accedere a cure gratuite o in convenzione con il Servizio sanitario. Chi lavora in questi ambiti nel contesto sociale è testimone di come la percezione dell’identità sessuale sia in forte cambiamento e non si limiti alla richiesta di cambio del sesso biologico. Questo richiede capacità di cogliere le esigenze dei singoli per evitare derive che possono ripercuotersi sulla salute (intesa in senso lato) dell’individuo. È indispensabile che ci siano presidi sul territorio o meglio ancora medici di base formati che siano in grado di rispondere alle esigenze di tutte quelle persone che non ritengono di portare avanti un percorso chirurgico ma hanno necessità sanitarie non indifferenti”.

In questo ragionamento e in questo contesto, SPoT vuole costituire un punto di partenza, un momento non risolutivo, ma conoscitivo a tutto tondo che aiuti anche a orientarsi rispetto al lessico. Non è un caso che il questionario termini con un’unica ricompensa: un piccolo glossario che spiega, usando poche frasi, parole cruciali, spesso male interpretate e peggio utilizzate, “il tema del genere”. Perché è anche da un corretto uso delle parole che partono i grandi cambiamenti.

Compila il questionario Cosa facciamo noi

(piero ferrante)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/spot-il-primo-censimento-della-popolazione-transgender-in-italia/

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