“Parole non pietre”, dal 28 febbraio al 1 marzo iniziativa a Roma


Titolo impegnativo “Parole, non pietre”. A prima vista è un titolo anche equivocabile: si potrebbe pensare che le parole passano, scivolano, a differenza delle pietre. E invece le parole uccidono. Uccidono come le pietre, o peggio.

Quello che un titolo come “Parole, non pietre” significa di profondo e importantissimo oggi lo cogliamo bene, a mio avviso, tornando alle leggi antiche che prescrivevano la lapidazione, per reati sacrali o parzialmente sacrali, come l’eresia, il parricidio o l’adulterio. Questa lapidazione prevedeva un aspetto molto interessante: la lapidazione era eseguita collettivamente. Dunque il dato comunitario della lapidazione è tratto fondamentale, tanto che proprio questo aspetto viene posto in evidenza dal comando evangelico “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Perché? Per fornire una risposta adeguata dobbiamo andare alle origini della lapidazione.

Uno dei racconti più antichi e importanti ci porta dagli Efesini, quando la città era scossa da una grave pestilenza che affliggeva tutta la comunità. In “Vita di Apollonio di Tiana” Flavio Filostrato racconta il fatto storico che accadde in quelle drammatiche circostanze, per volere proprio del leader, cioè di Apollonio, che disse: “oggi stesso porrò termine a questo flagello”. Quel racconto merita di essere letto. Dunque al riguardo Flavio Filostrato scriveva: “ Fatevi coraggio, perché oggi stesso metterò fine a questo flagello.- E con tali parole condusse l’intera popolazione al teatro, dove si trovava l’immagine del dio protettore. Lì egli vide quello che sembrava un vecchio mendicante, il quale astutamente ammiccava gli occhi come se fosse cieco, e portava una borsa che conteneva una crosta di pane; era vestito di stracci e il suo viso era imbrattato di sudiciume. Apollonio dispose gli Efesini attorno a sé, e disse:

-Raccogliete più pietre possibili e scagliatele contro questo nemico degli dei-.

Gli Efesini si domandarono che cosa volesse dire, ed erano sbigottiti dall’idea di uccidere uno straniero così palesemente miserabile, che li pregava e supplicava di avere pietà di lui. Ma Apollonio insistette e incitò gli Efesini a scagliarsi contro di lui e a non lasciarlo andare. Non appena alcuni di loro cominciarono a colpirlo con le pietre, il mendicante che prima sembrava cieco gettò loro uno sguardo improvviso, mostrando che i suoi occhi erano pieni di fuoco.

Gli Efesini riconobbero allora che si trattava di un demone e lo lapidarono sino a formare sopra di lui un grande cumulo di pietre. Dopo qualche momento Apollonio ordinò loro di rimuovere le pietre e di rendersi conto di quale animale selvaggio avevano ucciso. Quando dunque ebbero riportato alla luce colui che pensavano di aver lapidato, trovarono che era scomparso, e che al suo posto c’era un cane simile nell’aspetto a un molosso, ma delle dimensioni di un enorme leone. Esso stava lì sotto i loro occhi, spappolato dalle loro pietre, e vomitando schiuma come fanno i cani rabbiosi. A causa di questo la statua del dio protettore, Eracle, venne posta proprio nel punto dove il demone era stato ammazzato”.

Dunque c’è una crisi in atto e un leader si pone alla ricerca di una soluzione, di una valvola di sfogo per la grande tensione cittadina. Il mendicante straniero offre al leader la soluzione, cioè la vittima tramite la quale ricreare la concordia sociale. L’omicidio del capro espiatorio, il mendicante straniero, ricompone la pace sociale, il dio torna sacralizzato lì dove il nemico è stato individuato e collettivamente ucciso. Questo meccanismo si è ripetuto tante volte nella storia, colpendo sempre il diverso: dall’eretico alle streghe, dall’ebreo al rom, e oggi al musulmano.

Se le pietre hanno colpito i diversi, è importante capire perché si torni a colpire il diverso oggi e perché le parole diventino una lapidazione collettiva solo all’apparenza virtuale. Il motivo di fondo è quello indicato anni fa da René Girard. Per il grande antropologo tutto nasce dall’imitazione. Mentre l’animale punta a soddisfare i suoi bisogni e basta, l’uomo cerca di soddisfare i suoi desideri, che sono ciò che desidera l’altro: io desidero una cosa perché la possiede un altro. Qui Girard coglie il significato dell’ultimo comandamento: non desiderare ciò che è del proprio vicino. Questo desiderio per imitazione ci rende infatti rivali, e quando la rivalità diventa eccessiva o insorgono paure e insicurezza, la società non può che trovare o ritrovare la sua coesione unendosi contro uno, il capro espiatorio, che deve essere debole, non pericoloso. La violenza dell’esecuzione e la debolezza della vittima uniscono la società e rendono legittimo l’assassinio del capro espiatorio: l’assassinio di un innocente cementa la società, il nuovo patto tra tutti i membri. Ecco perché Girard trova nel racconto di Apollonio e del mendicante l’esempio da indicare, scegliere, ricordare.

Tutto questo è di una grandissima attualità: le pietre da cui le parole sono chiamate a distinguersi sono le pietre della lapidazione dei nuovi eretici, delle nuove streghe, dei nuovi capri espiatori, che non possono che avere nei disperati del mare l’esempio più attuale e sconvolgente.

Questa piccola lettura del titolo del convegno promosso da Articolo21 spiega anche, a mio avviso, la sua dislocazione in sedi diverse, e che sarebbe stato bello se avesse potuto culminare nella sede per eccellenza del nuovo capro espiatorio, il profugo solitamente detto migrante.



Fonte: Articolo 21 – https://www.articolo21.org/2020/02/parole-non-pietre-dal-28-febbraio-al-1-marzo-iniziativa-a-roma/

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