Delphine Dama, la mia vita al 50% Africa-Italia

13 Feb Delphine Dama, la mia vita al 50% Africa-Italia

13 Febbraio 2020

Sono originaria dell’estremo nord del Camerum e vivo in Italia dal ’96 anche se vivere in Italia non è stata una vera scelta. Un marito italiano e la nascita della mia prima figlia, che ora ha già 24 anni, mi hanno portata a Torino con l’idea però di ritornare in Camerum. La vita mi ha portata a rimanere e oggi sono esattamente al 50% del mio percorso esistenziale qui, al 50% in Africa.

Mi trovo bene qui, mi piace l’Italia anche se sono sempre combattuta tra Italia e Camerum. Nei fatti che vivo, in quel momento, mi sento quella persona in quel paese. Quando sono in Italia sono italiana, tutto è italiano. Quando torno nel contesto africano, mi immergo in quel che mi mancava. Ho due mondi distinti ma riesco a trarre il meglio di questi due Paesi e ad essere serena.

Ci racconti com’è nata l’idea della tua associazione Resiliency?
Da anni collaboro con il tribunale, traduco i testi scritti per sentenze e udienze, inoltre, dal 2016 lavoro in un centro di accoglienza per migranti fuori Torino. Lavorando nel centro ho incontrato molte persone provenienti dall’Africa che non hanno le competenze di base per partecipare alla formazione che viene loro offerta. Questo però non vuol dire che siano sono persone senza capacità, ad esempio sono bravi artigiani, a volte hanno un mestiere che qui non è valutato. Ho pensato quindi che potesse esserci una soluzione, così è nata l’idea di creare Resiliency per valorizzare la creatività e la conoscenza artigianale di questi ragazzi e far conoscere l’alta gamma dell’artigianato africano, che non si vede spesso qua. Sanno cucire sanno fare accessori di abbigliamento e lo fanno bene. Adesso stiamo producendo braccialetti, collane, anelli e borse sempre con tessuti rigorosamente africani, quelli colorati, pieni di vita, di gioia, di luce. Vogliamo poterne fare di più e stiamo lavorando per avere una sede più ampia come base di riferimento.

Per quanto riguarda le donne?
C’è una grande differenza tra le donne europee e africane. Qui se l’uomo può fare una cosa anche la donna dice lo posso fare: è come una competizione, e devono essere pari. In Africa è come se la donna facesse sempre un passo indietro per lasciare l’uomo in avanti. E quello ti affascina, vedi le donne in tutte le figure professionali, in tutti gli ambiti. A me questo è piaciuto e le donne sono determinate in questo. Da me c’è ancora l’idea che alcune cose le possano solo fare i maschi.
Forse le donne africane hanno più problemi qua perché spesso non hanno parenti. Io ad esempio sono stata in crisi per molti anni perché mi sentivo troppo sola, non perché non mi volessero bene, ma in Africa era tutto diverso. A casa mia c’erano molte persone che mi aiutavano, anche per la cura dei figli, qui dovevo pensare a tutto senza di loro e questo mi ha spaventata. Poi mi sono detta “qui vivono ognuno a casa con i figli e ce la fanno: ce la devo fare anch’io” e mi sono abituata, è passato. 
In Africa ogni figlio è di tutta la famiglia e non senti il peso della responsabilità dei figli. Qui devi fare tutto con tuo marito ed è una bella differenza. Quando arrivano qua le donne africane non fanno più figli come in Africa è un bel cambiamento. 
Però è importante dare potere alle donne, che vuol dire lasciare alle donne la possibilità di esprimersi e di dimostrare il loro sapere fare. In Africa, sono le donne che con la loro attività contribuiscono all’economia familiare, fanno studiare i figli, portano i soldi a casa. Anche quelle delle campagne. Le donne sono più attente a gestire bene le cose che riguardano la famiglia.

Perché condividere il progetto del Forum delle donne Africane/Italiane?
A Torino c’è tutta l’Africa francofona: dalla Costa d’Avorio al Camerun, al Senegal, al Congo. Anche i preti sono camerunesi e questo è bello perché ti senti a casa quando vai in chiesa. Condividiamo tutto, stiamo vicini alle persone, facciamo delle feste anche. È bello anche se nella mia comunità sono in maggioranza studenti e in tre, quattro anni se ne vanno dall’Italia per cercare lavoro in Europa. 

Il progetto del Forum Africane/Italiane è un’altra cosa. Da due anni lo stiamo portando avanti, è nato il nostro Collettivo di donne africane e ho visto un cambiamento notevole perché riusciamo, donne di diversi paesi africani a metterci insieme ciascuna con il suo progetto, a condividere e ragionare sulle cose, a vedere come risolverle. Pensando non solo alla realtà qui ma a cosa noi, per quello che abbiamo imparato in Italia, possiamo trasmettere, fare di meglio per le donne africane. È bello pensare che questo Collettivo potrà coinvolgere le donne africane che hanno bisogno di avere degli esempi, di avere un punto di riferimento per capire che anche loro sono capaci di fare. L’obiettivo del Forum è anche di muovere le donne qua ma anche in Africa.
E poi è un progetto per noi: qui abbiamo capito che possiamo fare di più, che possiamo dare di più e dobbiamo farlo; abbiamo capito che c’è quel bisogno di aiutare, di collaborare, di partecipare, di riuscire, anche, e di passare questo messaggio per sensibilizzare tante altre donne che sono capaci ma non sanno che hanno delle potenzialità. E ringraziamo le donne italiane con cui abbiamo collaborato che sono state di stimolo, un esempio da seguire, con la loro determinazione e caparbietà. Anche noi abbiamo imparato che dobbiamo andare avanti, senza mollare e non credere che ci siano cose che solo le donne o solo gli uomini possono fare.
E poi la collaborazione: fare le cose insieme tra donne vuol dire non vedere la donna africana come una che ha bisogno ma come una capace che si può coinvolgere. Lavorare insieme è meglio.

Un sogno per le donne africane?
Nei nostri villaggi c’è la stagione dei pomodori, del mango, delle verdure ma non avendo la possibilità di avere frigorifero, perché in molti villaggi manca l’energia elettrica, e non sapendo come conservarli questi di deteriorano in fretta, perché il clima è tropicale. In pochi giorni il 70% della produzione si butta. Sto immaginando come creare una cooperativa di donne che possa imparare a essiccare i prodotti per conservarli, ridurre lo spreco e carenze fuori stagione. Chissà, con l’aiuto di altre donne, ce la farò.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/delphine-dama-la-mia-vita-al-50-africa-italia/

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