Hakima Nacer, un impegno nella mediazione interculturale e per la comunità

13 Feb Hakima Nacer, un impegno nella mediazione interculturale e per la comunità

13 Febbraio 2020

Sono nata in Marocco e sono in Italia dal ’94. Mamma di 5 figli, in Italia ho fatto un bellissimo percorso di formazione e nel lavoro; mi occupo di mediazione interculturale all’interno del Gruppo Abele e per altre associazioni. Sono venuta in Italia a 18 anni, ero piccolina, possiamo dire che sono cresciuta in Italia e non mi pento di aver fatto questa scelta, perché in questo percorso ho creato una bellissima famiglia e in Italia sono riuscita a realizzare un pezzo dei miei sogni. Oggi posso dire che sono metà italiana e metà marocchina ed è una ricchezza.

In Italia sono stata accolta da donne, sia italiane che della mia nazionalità che erano pochissime e disperse. Il primo approccio è stato con una donna italiana che mi ha accompagnata alle 150 ore di Italiano nel ‘94. Poco per volta sentivo il bisogno di cercare i miei paesani perché mi sentivo un po’ persa e li ho incontrati nella prima moschea di Torino, che allora si trovava in San Salvario, e c’era un gruppetto misto di tutte le etnie. Sono stata ben accolta dalle donne, nonostante non portassi il velo, e con loro ho iniziato ad avere altri bisogni e ad approcciarmi di più sia alla mia religione che alla mia cultura. Sentivo il bisogno di essere utile ad altre donne. Da questo è nata l’idea di lavorare sulla mediazione a contatto con le donne marocchine.
Ho creato l’associazione Fratellanza Italia Marocco con cui abbiamo dato vita al primo sportello d’ascolto per le donne migranti a Nichelino. Strada facendo abbiamo cercato di capire i bisogni di queste donne e da lì è partita la ricerca delle risorse sul territorio. L’incontro con il Gruppo Abele ha dato vita a una collaborazione all’interno del corso di Italiano.
Facendo un percorso piuttosto lungo il nostro corso di Italiano è cresciuto ed è variato anche nella proposta che facevamo alle donne. Non è solo più un corso di lingua ma anche di conoscenza delle risorse che ci sono sul territorio e dell’approccio con i servizi la scuola il consultorio siamo diventate un punto di riferimento per rispondere alle loro domande.
La maggior parte di queste donne sono di origine marocchina, in Italia per ricongiungimento familiare. Sono tante mamme giovani con bimbi di varie età, a cui offriamo servizi nello Spazio bimbi con attività divise per fasce di età. Facendo i corsi hanno la possibilità di uscire di casa, di conoscere altre persone.

Qual è il ruolo della donna marocchina all’interno della famiglia o all’interno della comunità?
Le donne hanno un ruolo molto importante perché sono quelle che si integrano meglio, che hanno l’approccio con i servizi e che crescono le seconde generazioni.
La donna all’interno della nostra comunità è molto presente e si occupa di molte attività: dall’insegnamento nei corsi di arabo, all’apprendimento della lingua italiana. In diverse moschee propongono alle donne analfabete i primi incontri linguistici, curano incontri di studio e religiosi, organizzano incontri di conoscenza e di scambio all’interno delle moschee e delle associazioni o in diversi spazi sul territorio. Le troviamo anche nell’imprenditoria e nello studio, molte una volta cresciuti i figli riprendono un percorso per se stesse.
Dobbiamo anche tener conto che ormai esistono differenti generazioni nella migrazione. Io appartengo alla prima fase di immigrazione e siamo in una fase diversa rispetto alle giovani donne che incontro quotidianamente nel mio lavoro. Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con altre comunità e abbiamo visto che c’è il bisogno di mantenere un legame con le propri radici, con la propria religione. Questo arricchisce e evita la confusione di identità dei giovani nell’adolescenza, per questo noi come comunità marocchina abbiamo lavorato molto. Per questo noi genitori di prima generazione ci siamo impegnati a mantenere un legame per i nostri figli con la loro cultura, la loro lingua, per farli stare all’interno della loro comunità, perché loro in Italia sono italiani ma hanno anche bisogno di conoscere da dove vengono, conoscere le loro radici proprio per evitare crisi di identità e sbandamenti.
Anche noi mamme facciamo gruppo per scambiarci esperienze e per fare una rete per i nostri figli, in mancanza di una rete familiare dobbiamo crearla, in un’altra famiglia allargata all’interno della comunità. Questo ci ha aiutate e ci aiuta molto nella crescita dei nostri figli.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/hakima-nacer-un-impegno-nella-mediazione-interculturale-e-per-la-comunita/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *