Marie Jeanne Balagizi, il sogno di una rete di donne senza confini

13 Feb Marie Jeanne Balagizi, il sogno di una rete di donne senza confini

13 Febbraio 2020

Sono Marie Jeanne Balagizi, sono nata e cresciuta a Bukavu, nell’est del Congo ai confini con il Ruanda. Sono laureata in giurisprudenza e mi sono occupata della protezione dei diritti delle persone in condizioni di vulnerabilità a causa della guerra in Congo, in particolare, della condizione delle donne, perché sono quelle che si trovano a pagare il prezzo più alto della guerra e dello sfruttamento delle risorse nel mio Paese. Il Congo è uno degli Stati più ricchi dell’Africa ma la sua popolazione è tuttora tra le più povere del continente.

Cosa vuol dire per te essere una donna africana della diaspora.
Essere una donna congolese, africana qui a Torino, significa per me che devo essere partecipe della vita della città ma che devo anche essere presente in Congo. Ho lasciato una situazione di disagio sociale, politico, economico; ho lasciato persone che si aspettano qualcosa da me e concretamente tramite il progetto Groupe Espoir Congo continuo a fare qualcosa per aiutare e sostenere le ragazze che sono vittime dello stupro e della schiavitù sessuale, dovuta alla guerra che dal ’96 fino ad oggi c’è in Congo.
Con il progetto di formazione professionale Groupe Espoire Congo, nato nel 2007, abbiamo pensato di aiutare le donne a reinserirsi, a riacquistare la dignità e a godere del rispetto della società che le stava escludendo. Nel 2008 ho dovuto spostarmi in Italia, per raggiungere mio marito che già lavorava qui, ma ho continuato a sostenere il progetto, grazie all’aiuto di molti amici italiani, prima con l’adozione a distanza dei bambini vittime della guerra e poi, nel 2015, con il progetto di formazione professionale per le ragazze vittime dello stupro e della schiavitù sessuale.
In questi anni abbiamo formato un centinaio di ragazze in sartoria; alcune lavorano già negli atelier, altre lavorano in proprio, molti bambini stanno andando a scuola grazie all’autonomia acquisita delle mamme e che permette loro di pagare la scuola per i figli.
Abbiamo avuto anche ragazze che si sono sposate, dopo il percorso formativo, riacquistando un posto nella società. Attualmente abbiamo anche una ragazza universitaria in Scienze Informatiche; era in una situazione di disperazione, non voleva più fare niente nella vita ma grazie al progetto Groupe Espoire ha ricominciato e sta realizzando il suo sogno di laurearsi.

Come nasce l’idea di una rete tra donne della diaspora africana?
Oggi lavoro a Torino come mediatrice interculturale e ho osservato che le donne africane fanno molto, sia qui in Italia che per i loro paesi di origine, nel senso della cooperazione internazionale, dello sviluppo ma rimane tutto invisibile. Perché non c’è una rete, non c’è un’organizzazione che dia visibilità a tutto quello che fanno.
Troppo spesso si vive qui ma non si è in contatto con la realtà del territorio, perché mancano l’informazione e l’istruzione, anche, per alcune donne. In questo senso abbiamo pensato fosse importante creare una rete, un Colletivo di Donne Africane dove ritrovarci, sia singolarmente ma anche per i gruppi già formati, per mettere insieme i nostri sforzi, come donne e come africane e per far qualcosa che abbia un impatto, una visibilità e che sia efficace qui, sul territorio italiano, in particolare in Piemonte, e in Africa. Questo ci richiede molti sforzi perché non abbiamo la rete familiare che avevamo in Africa; molte si ritrovano da sole o con il marito a occuparsi  della famiglia e devono conciliare anche l’impegno per la propria realizzazione personale e per il nostro progetto di donne africane.

In che modo state interpretando l’obiettivo di partecipare attivamente e di offrire un contributo alla società che vi ha accolte?
Due anni fa è nata l’idea del Forum, uno spazio dove vogliamo parlare dei nostri problemi ma anche definire come risolverli. Non basta osservare, infatti, ma bisogna agire andando oltre le nostre differenze, che sono molte perché proveniamo da paesi africani molto diversi per cultura, lingua, storia e tradizioni. Nel nostro Forum abbiamo quindi pensato di metterci insieme guardando ciò che ci unisce e che è l’obiettivo di lavorare insieme per reagire e per essere veramente partecipi.
Abbiamo anche pensato di non farlo solo nel nostro cerchio di donne africane ma di aprire questo scambio alle donne italiane, è nato così il Forum Africane/Italiane.
La collaborazione con le donne italiane è stata molto bella, perché ci ha permesso di affrontare insieme lo stereotipo con cui le donne africane sono considerate solo come beneficiarie di servizi (dal corso di italiano, alla formazione per imparare un mestiere), senza creare una vera interazione. Abbiamo cioè iniziato a cambiare l’approccio, per fare le cose insieme, non da chi offre e chi riceve ma insieme per altre donne. Ed è questa l’idea di una parità, anche tra donne.
Nel Forum abbiamo da subito anche voluto collaborare con le organizzazioni della diaspora africana in Europa, per poter imparare dall’esperienza di donne che, in paesi europei con una storia migratoria più lunga come la Francia, hanno fatto molti passi prima di noi e acquisire delle competenze per portare avanti i nostri obiettivi.

Parli spesso di doppia assenza come risultato sbagliato del percorso migratorio. Che cosa significa per te la parola integrazione?
Penso che integrazione significhi offrire alla persona la possibilità di partecipare alla società che la accoglie. Integrazione è offrire a questa persona la dignità di poter interagire, che il modo di conoscersi, per rompere i muri e le barriere di paura che si stanno creando dappertutto. Negarle questi valori fondamentali non porta una persona a integrarsi. Quando una persona si trova al margine di una società, si lascia andare, non fa più niente e dopo anni qui non sa ancora parlare la lingua di questo paese. Nella mente ha solo l’idea di tornare un giorno a casa, però non fa niente per preparare il suo rientro. Non vive là e non vive qua, cioè è assente sia nel paese che l’ha accolta che nel suo paese di origine. Questa persona non partecipa alla storia, vive nel momento presente ma non sta facendo la sua storia. Vive una doppia assenza. Con il nostro Forum vogliamo invece lavorare per la doppia presenza, per sviluppare il potenziale delle donne africane di essere partecipi qui e di contribuire allo sviluppo dell’Africa.

Quali sono i risultati e le sfide?
In questi due anni abbiamo individuato gli ambiti in cui operare incontrando numerose associazioni e gruppi informali attivi sul territorio di Torino e Cuneo. Dall’ambito del lavoro, a quello del welfare, ai rapporti con i servizi e con il mondo della cooperazione internazionale abbiamo capito che il nostro contributo può essere importante. La nostra voce, la nostra capacità di interagire con i nostri connazionali, la conoscenza dei Paesi di provenienza sono risorse per noi e le  vogliamo mettere a disposizione della comunità che ci ha accolte e in cui oggi viviamo con le nostre famiglie.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/marie-jeanne-balagizi-il-sogno-di-una-rete-di-donne-senza-confini/

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