Giovanna Zaldini: Alma Mater, il primo centro interculturale in Italia

18 Feb Giovanna Zaldini: Alma Mater, il primo centro interculturale in Italia

18 Febbraio 2020

Sono Giovanna Zaldini, il mio Paese di origine è la Somalia, da qui sono partita per l’Italia nel ‘72 per fuggire al regime militare. In quegli anni le donne immigrate a Torino erano poche, quasi non ci conoscevamo, ma poco per volta, con un’immigrazione più massiccia, abbiamo iniziato con altre donne provenienti da paesi dell’Africa Sub-Sahariana e dal Nord Africa a riflettere sulla necessità di far crescere le opportunità per le donne.

Nasce così l’Alma Mater di Torino.
Il motivo per cui abbiamo pensato di fare questo centro, chiamato Centro Interculturale delle Donne Alma Mater, era principalmente perché noi volevamo rendere evidenti le potenzialità e le capacità delle donne, perché le donne arrivavano qui con delle competenze, con delle esperienze di vita e di lavoro forti dei loro Paesi ma qui venivano tutte quante messe nello stesso calderone delle “povere donne immigrate africane”, che non sanno niente, che non hanno studiato, che sono ignoranti. Lanciammo la sfida alle donne italiane dicendo: “guardate che noi siamo qui, non avete bisogno di andare in Africa nei nostri paesi per conoscere le altre donne, noi siamo qui e vogliamo fare qualcosa con voi”. Le donne della Casa delle Donne accolsero questa nostra sfida e mettendo insieme il loro sostegno presso le Istituzioni locali e la nostra capacità di fare, iniziammo un lungo percorso.
Il primo appoggio l’abbiamo avuto dalla Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità e dalla presidente della Circoscrizione 6, cui piacque l’idea di ri-abitare l’edificio in cui aveva a lungo insegnato lei stessa con un progetto al femminile e ci diede questo spazio che era appunto una ex-scuola. Quindi, una serie di circostanze favorevoli, i finanziamenti che arrivarono, ci permisero di partire.

Interculturalità e empowerment delle donne, furono riconosciuti come una vera novità in Italia e non solo.
Il nostro progetto era interessante perché non mirava alla prima accoglienza ma alla seconda accoglienza e all’integrazione. Per questo pensammo di dover avere persone competenti per fare quel lavoro interculturale che avevamo in mente e che molte stavamo già facendo a livello informale con scuole, questure, ospedali, ecc. Proponemmo il primo corso di mediazione interculturale con cui abbiamo formato una ventina di donne, di varia provenienza, che iniziarono a condurre il Centro.
Iniziammo anche a proporre attività che dessero alle donne un reddito dal loro lavoro. Nacque il primo bagno turco, con il contributo delle donne marocchine, che diede lavoro a molte donne fino al 2011.
Arrivarono anche molti riconoscimenti, proprio perché era un progetto che aveva l’impronta dell’imprenditoria, dell’autonomia, dell’empowerment delle donne, dell’intercultura: cioè la volontà di mettere insieme italiane e straniere, di far veramente sì che l’intercultura diventasse un valore aggiunto, in una società che ancora doveva fare i conti con la multiculturalità.
Il Consiglio d’Europa ci diede un riconoscimento: presentando questo progetto al Consiglio, una donna di Alma Mater divenne presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte, un’altra presidente entrò nella Commissione Nazionale delle Pari Opportunità. Il nostro progetto divenne un faro per moltissime realtà in Italia e in Europa che trovarono nell’Alma Mater un modello da seguire.

Dagli anni ’90 a oggi cos’è cambiato?
La situazione è cambiata, sono cambiate le persone che arrivano ed è mutata la situazione internazionale. Le persone oggi esprimono bisogni differenti, perché è cambiato il modo di partire dal paese. La chiusura delle vie legali porta molti a partire all’avventura e a trovarsi qui in una situazione di grande vulnerabilità, dipendente anche dagli umori della politica.
Questa situazione di assoluta instabilità e incertezza sulla situazione degli stranieri in Italia fa sì che le persone non siano stimolate a sentirsi partecipi della vita del paese di accoglienza. “Perché dovrei partecipare – si chiedono – se poi continuo a sentirmi un ospite indesiderato?”. Non sono stimolate a dare al paese che accoglie. Questo scarso senso di partecipazione mi fa dire, anche, che gli stranieri oggi non sono così politicizzati, perchè sono molto occupati a risolvere i problemi della quotidianità, a star dietro ai bisogni emergenti. Quindi, e questa è un’altra differenza, oggi mi sembra sia venuta meno, rispetto agli anni 80-90, la capacita delle persone di sentirsi più coinvolte, di allearsi a diversi livelli per portare avanti istanze e rivendicazioni.

È necessario anche cambiare narrazioni?
È utile che i mezzi d’informazione diano un’immagine differente, soprattutto delle donne africane. Quello che si vede è un’immagine stereotipata, troppo spesso negativa, che le persone patiscono molto, fino a sentirsi sotto una lente d’ingrandimento. Le donne, in particolare, avrebbero bisogno che le persone le accogliessero senza vedere il colore della loro pelle, che vedessero i loro bambini senza vederne il colore. E le donne sono quelle che portano avanti le istanze delle loro famiglie, per questo sono molto importanti. Oggi sarebbe utile anche che i giovani di seconda e, ormai, di terza generazione d’immigrati non si sentissero più ospiti ma parte di questo Paese, italiani e italiane a tutti gli effetti. Questo è uno dei bisogni primari.

Per quanto ti riguarda nella tua esperienza….
Per mia natura e perché le condizioni erano differenti non avevo avvertito, fino ad alcuni anni fa, un clima ostile nei miei confronti. È molto pesante quando si è in un locale pubblico, in tram e le persone parlano delle persone straniere come te, come se tu fossi trasparente, come se non ci fossi. In quella situazione io non posso non sentirmi accomunata a chi è come me. È molto brutto e succede spesso. Su questo, mi dico, che dobbiamo fare ancora molta strada.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/giovanna-zaldini-alma-mater-il-primo-centro-interculturale-in-italia/

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