Lucia Bianco: al Gruppo Abele abbiamo imparato l’intercultura

18 Feb Lucia Bianco: al Gruppo Abele abbiamo imparato l’intercultura

18 Febbraio 2020

Il modo di lavorare del Gruppo Abele è partire dai bisogni che incontra sulla strada e negli anni ’90, sulla strada, abbiamo incontrato i migranti che vivevano situazioni di fragilità. Non ci occupiamo però soltanto di accogliere chi vive situazioni di fragilità ma anche di costruire un contesto culturale diverso, più accogliente, più inclusivo. In questo senso nel 2005 è nato il Progetto Genitori&Figli con l’intento di costruire spazi d’incontro per le famiglie e che ha da subito coinvolto, insieme alle famiglie italiane, quelle straniere.
Non è stato subito facile, perché non esistono gli immigrati ma ci sono tante storie diverse, differenti progetti migratori e l’incontro è, inevitabilmente, un punto di arrivo e non un punto di partenza. Quindi, un po’ nel nostro stile, abbiamo iniziato a lavorare per cercare di capire quali potessero essere i percorsi per avvicinare le famiglie e costruire spazi di incontro e di intercultura.
Intanto nel 2009 sono iniziati i corsi di alfabetizzazione per le donne straniere, con spazi per bambini 0-3 anni, perché era emersa la difficoltà di imparare l’italiano per donne che dovevano occuparsi dei figli e non avevano qui una rete familiare di supporto. Imparare l’italiano era per loro il primo passo rispetto ad autonomia e incontro.
In questo percorso abbiamo intercettato l’interesse soprattutto di donne del Nord Africa che arrivavano per ricongiungimento familiare e, proprio perché avevano molti figli, non riuscivano mai ad iniziare un percorso di studi della lingua. All’inizio abbiamo incontrato donne che erano qui già da dieci anni e non conoscevano ancora l’italiano. Grazie alla presenza delle mediatrici interculturali lo spazio dei laboratori di italiano è diventato uno spazio di incontro di conoscenza, di interazione con i servizi e con il territorio, un’occasione per uscire dalle proprie comunità, per conoscere altre donne, altre culture. È stato fondamentale anche per fa crescere il nostro progetto.  

Il ruolo delle mediatrici è stato importante? E in che modo?
Le mediatrici non sono soltanto un aiuto linguistico ma un ponte culturale. Ci hanno aiutato a capire meglio i bisogni di queste donne e, anche rispetto ad alcuni pregiudizi che molte di noi e molte volontarie avevano rispetto alle donne musulmane, capire come alcuni punti che noi leggiamo deboli invece a volte sono dei punti di forza.

In che modo avete saputo valorizzare la ricchezza culturale che in città arriva da altri mondi?
In questi anni abbiamo approfondito la conoscenza dei migranti che vivono sul territorio, non accontentandoci degli studi di ricercatori italiani ma cercando di far parlare i protagonisti e di capire insieme a loro difficoltà e bisogni ma anche capacità e competenza che sono indubbiamente una ricchezza per noi.
In questo senso è stata una grande risorsa il progetto FAMI della Regione Piemonte, di cui siamo stati partner nel 2017, e che ha avuto come obiettivo il protagonismo dei cittadini stranieri che vivono sul nostro territorio. In questo contesto abbiamo incontrato le donne dell’Africa Sub-Sahariana. Sono donne che sono qui da molti anni, che hanno competenze acquisite nei loro paesi di origine ma che qui non hanno potuto svilupparle al meglio perché i titoli di studio non sono riconosciuti ma anche perché se sei africana sei pensata come una persona debole, fragile e da assistere e non una persona con cui fare un cammino insieme. Non donne protagoniste del loro progetto migratorio, della loro storia e che possono dare un apporto importante dal punto di vista professionale e politico.
E abbiamo incontrato molte donne che avevano voglia di cambiare questa immagine e volevano diventare dei punti di riferimento per altre donne non solo straniere ma anche italiane.
Sono donne provenienti da differenti Paesi dell’Africa Sub-Sahariana che hanno raggiunto la consapevolezza di dover lavorare insieme per costruire un noi con altre donne e insieme alle istituzioni. Da questa volontà è nato il Forum Africane/Italiane, prima come espressione torinese poi nazionale e internazionale, della necessità di fare un passo avanti in termini di protagonismo e espressione delle proprie idee.
Un noi che parta dalla base per arrivare ai livelli più alti per incidere sulla società in cui viviamo.
Questo incontro ha portato, anche personalmente, alla speranza di poter prendere in mano molti degli obiettivi che le lotte degli anni 60-70 avevano messo in luce e che tutt’oggi non sono ancora stati raggiunti. Forse raggiungerli insieme, tenendo conto delle nostre diversità, sarà una ricchezza che potrà migliorare tutti.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/lucia-bianco-al-gruppo-abele-abbiamo-imparato-lintercultura/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *