Maria Viarengo: l’incontro tra donne africane e donne italiane

18 Feb Maria Viarengo: l’incontro tra donne africane e donne italiane

18 Febbraio 2020

Sono Maria Viarengo di madre etiope, Oromo per la precisione, e di padre astigiano. Sono in Italia dal 1969 e sono ancora considerata straniera. Ho insegnato e sono stata ricercatrice nel settore industriale ma la mia spinta più importante è stata quella di aiutare le persone che arrivavano e di favorire la conoscenza reciproca. Per questo ho creduto molto, insieme ad altre donne, al progetto dell’Alma Mater

Com’è stato l’incontro con le donne italiane e l’idea di lavorare insieme per un centro interculturale?
L’incontro tra le donne italiane e le migranti non è stato facilissimo perché sì, è bello incontrarsi e fare una cena – intorno a un tavolo è tutto più semplice – però poi quando c’era da confrontarsi su altre cose, era più difficile perché le donne italiane non erano donne qualsiasi, erano femministe e tante di noi non conoscevano il femminismo, anche se vedevamo le nostre madri molto attive; ma era un’altra cosa. Per cui c’erano loro e c’eravamo noi, quindi abbiamo dovuto fare uno sforzo reciproco per venirci incontro. Infatti, un giorno una di loro, che era una femminista accanita, mi ha detto: “Io non so neanche più che cosa sia il femminismo e se sono ancora femminista nell’incontro con queste donne”. E poi, che cos’è il femminismo? Come si può declinare? In quanti modi si può declinare? E infatti, noi poi insieme lo abbiamo declinato in un modo nuovo, direi. Piano piano siamo diventate Noi, perché Alma Mater è stata la culla del “noi” per il primo step di donne.
Qui si è ripristinato il mondo che conoscevo, perché quando sono arrivata in Italia c’erano solo italiani, invece ora, dato che in Etiopia c’erano tutte le provenienze, qui ci sono di nuovo tutte e io mi ci trovo bene perché è arricchente.

Com’era Torino rispetto all’immigrazione in quegli anni?
Torino è stata un laboratorio, come sempre. Infatti, l’Alma Mater è stata la prima associazione interculturale in Italia. Devo dire che c’erano degli amministratori capaci che avevano intuito che era il momento di non fare più noi-loro, ma di fare noi, perché era una società in cui di bambini non se ne facevano più. Forse era meglio dare spazi a mondi nuovi, che non sconvolgono mica la città: il bagno turco mica ha sconvolto, ha portato qualcosa di nuovo.
Negli ultimi anni non è più così favorevole. Io sono una cartina di tornasole di ciò che è successo. All’inizio eravamo una novità ben accolta, poi c’è stato il periodo in cui si è lavorato bene, la società civile ha collaborato molto e c’è stata un’accettazione dell’altro. Ultimamente è tornata ad essere difficile. Non avrei detto tre o quatto anni fa che sono ancora considerata straniera. Non succedeva più e sono qui da 50 anni.

Oggi che cosa è cambiato?
Le donne che arrivano oggi, a differenza nostra che avevamo un diploma o una laurea, un mestiere, non hanno spesso molti strumenti e arrivano con nulla. Per questo il nostro lavoro è quello di aiutarle a capire dove si trovano, attraverso un percorso di educazione civica per vivere in questo contesto. È uno stare insieme calato nella vita quotidiana, talvolta anche a confronto con situazioni di violenza e sfruttamento. E sono le più difficili da affrontare.
Il cambiamento si vede perché sento di nuovo parlare di noi e loro, lo sento dire da molte donne italiane ed è comprensibile, perché la differenza è grossa, nel modo di pensare e di affrontare le problematiche. È quindi necessario cercare nuovamente un noi, tenendo conto che lo zoccolo duro, cioè noi con i capelli grigi, ce ne stiamo andando. Il testimone passa quindi alle giovani donne cui toccherà nuovamente incontrarsi, costruire con le loro forze per fare questo passo.

Per quanto ti riguarda nella tua esperienza….
Il mio percorso migratorio mi ha portato a chiedermi come mai la donna africana corrispondesse a un immaginario molto stereotipato. Se la bianca era la donna del focolare, la donna nera era considerata una donna facile sempre disponibile, capace di spingere a voglie animalesche. E io dell’Etiopia ricordo il pudore delle donne ma anche quello che la storia ha lasciato, gli anni del Fascismo e delle mire colonialistiche in Africa, un capitolo mai veramente affrontato e rielaborato della nostra storia.  Le immagini che arrivavano erano quelle scattate dai soldati cui la Kodak forniva delle piccole fotocamere maneggiabili. I soldati scattavano queste immagini di ragazze giovanissime nude. La fumettistica, la propaganda, la pubblicità dopo hanno continuato a rafforzare questo immaginario della donna nera facile, sottomessa e disponibile, e ancora oggi non è cambiato molto.

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/maria-viarengo-lincontro-tra-donne-africane-e-donne-italiane/

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