Green New Deal: dinamica, occupazione e ambiente

Gli adeguamenti legati all’introduzione delle nuove tecniche di produzione sono fondamentali per il cambio verso un nuovo paradigma tecno-economico Green. E quindi è fondamentale riconoscere che ll’innovazione e la ricerca hanno un ruolo fondamentale nel determinare uno sviluppo che sia realmente sostenibile.

 febbraio 2020

Preambolo

Quanto e come il green new deal europeo è un progetto capace di prefigurare un nuovo ciclo economico? Tecnicamente dovrebbero concorrere molti attori economici (pubblico, industria e servizi, consumi) e, soprattutto, sarebbe utile affrancarsi dallo schema causa-effetto. Infatti, “la capacità di trasformare altri settori e attività risulta dall’influenza esercitata dai paradigmi tecno-economici ad essi associati, cioè da un modello di buone pratiche che definisce i modi più efficaci di uso delle nuove tecnologie dentro e oltre i nuovi settori. Mentre i nuovi settori si espandono per divenire motori della crescita per un lungo periodo, il paradigma tecno-economico che risulta dal loro uso guida una vasta riorganizzazione e una profonda crescita della produttività nei settori preesistenti”. I buoni propositi europei sono un inizio, ma la complessità del fenomeno sotteso necessità di un governo dei fini e dei mezzi. 

La Commissione Europea ha delineato 4 propositi per le ridurre le emissioni e creare nuovi posti di lavoro: 1) diventare climaticamente neutra entro il 2025, 2) proteggere vite umane, animali e piante riducendo l’inquinamento, 3) aiutare le imprese a diventare leader mondiali nel campo delle tecnologie e dei prodotti puliti, 4) contribuire a una transizione giusta e inclusiva. Sebbene gli indirizzi siano condivisibili, lo schema “causa-effetto” europeo pregiudica l’interrelazione multisettoriale e l’intervento pubblico (addizionale). La comunicazione della Commissione Europea del 5 febbraio 2020, infatti, sottolinea che la finanza pubblica degli Stati membri deve essere orientata alla sostenibilità finanziaria.

Affrancandoci momentaneamente dalla policy europea, la statistica e la contabilità nazionale degli Stati non permette di interpretare le combinazioni possibili dell’output ambientale e sociale sostenibile. Per valutare e contemplare le opportunità per input e output ambientali servirebbe una matrice innovativa di R&S, investimenti, emissioni al momento indisponibile per l’insieme del sistema economico. In effetti, tanto più il green new deal diventerà paradigma, tanto domanda e offerta muteranno il contenuto tecnologico e il valore di beni e servizi. 

Rispetto alla struttura e dinamica di PIL e CO2, precisamente la relazione che si osserva tra la crescita del PIL e la riduzione della CO2, occorre dare una spiegazione logica, uscendo dalla logica dei costi: dalla letteratura sappiamo che ciò che è un costo per una impresa è, in realtà, un reddito per un’altra impresa. Se una impresa realizza degli investimenti per ridurre CO2, oppure per risparmiare energia per unità di prodotto, la contabilità della società in esame registrerà questa operazione come un costo, ma un’altra impresa la contabilizzerà come un reddito. La macroeconomia è di grande aiuto: se serve un certo ammontare di investimenti per ridurre CO2, il PIL deve assolutamente crescere. In qualche misura la crescita del reddito è fondamentale per contenere e ridurre la CO2. 

Cornice del green new deal

Sebbene la cornice europea del green new deal sembri puntuale nell’individuazione dei grandi settori di “struttura” e di “consumo”, la relazione tecno-economica che si instaura tra le diverse attività merceologiche non è puntualmente osservata. Al netto della dinamica dei consumi che non è mai uguale a se stessa (Legge di Engel), così come la dinamica del valore aggiunto per settore che emerge e declina assieme alla maturità del settore stesso, dobbiamo pur riconoscere che la ri-generazione dei settori considerati raramente è endogena. Semmai cambia la destinazione d’uso, se non addirittura la matrice della produzione, passando da bene di consumo a bene intermedio.

Analizzando l’impianto generale europeo relativo al green new deal possiamo categorizzare l’orientamento della Commissione. 

La declinazione del progetto europeo permette di pervenire a due grandi insiemi, unitamente a un terzo insieme di supporto legato al ruolo della finanza che registra, ancora, dei deficit legati alla tassonomia dei titoli green. Il primo insieme attiene alla struttura economica in senso stretto; si tratta del 45% del valore aggiunto aggregato relativo all’Italia di energia, edifici, industria, mobilità; il secondo interessa la dinamica quali-quantitativa del “consumo” in senso ampio, più o meno il 30% del valore aggiunto aggregato. In generale l’Europa considera l’economia circolare, la quale è declinata dal produttore al consumatore, assieme a biodiversità ed eliminazione dell’inquinamento. Si tratta di “indicatori” di ben-essere “ambientale” correlati alla variazione quali-quantitativa della domanda di consumo. Rispetto all’impianto green new deal generale, dobbiamo considerare la così detta “digitalizzazione”, che la Commissione Europea considera come un fattore chiave per il new green deal; gli investimenti digitali (strategici) favorirebbero lo sviluppo e la diffusione delle migliori tecnologie digitali, delle soluzioni intelligenti, innovative e su misura per affrontare le preoccupazioni legate al clima. La digitalizzazione, sostanzialmente, veicola e trasferisce ricerca e sviluppo al mercato; è un fattore rilevante, ma presuppone un sapere e saper fare del che cosa, come e per chi produrre. In altri termini, la digitalizzazione senza “output e input” rimane una scatola vuota.

Primi risultati aggregati 

La riflessione circa il green new deal necessita di un inquadramento generale. Utilizzando la statistica descrittiva per un arco di tempo abbastanza lungo (2004-2018) è possibile osservare quanto il mercato abbia: 

  1. inglobato il processo di “de-carbonizzazione”;
  2. accentuato la profondità del così detto disaccoppiamento tra crescita del PIL, utilizzo di energia e riduzione di CO2.

Inoltre, possiamo comprendere se:

  1. l’occupazione ha beneficiato dal disaccoppiamento e in quale misura;
  2. gli investimenti siano o meno stati condizionati dalla riduzione di CO2 ed energia per unità di prodotto.

Sebbene il processo di disaccoppiamento non sia sufficiente per traguardare la neutralità climatica (europea), i segnali (di mercato) relativi al disaccoppiamento sono confortanti: la dinamica del PIL e degli investimenti non sono condizionati negativamente dalla costante riduzione di energia e CO2. Semmai si osserva una qualche correlazione positiva. Ovviamente la crisi del 2008 condiziona l’analisi puntale; è stata una crisi “esogena” che non ha precedenti storici, se non nella crisi del ventinove. Nella crisi possiamo però intravvedere un paradosso: potrebbe avere delle inedite occasioni di sviluppo, più precisamente una opportunità per qualificare (ambientalmente) lo sviluppo. Anche l’occupazione non sembra condizionata della riduzione di energia e CO2. Non cresce quanto dovrebbe per recuperare i livelli del 2007, ma l’associazione più tutela ambientale uguale a meno lavoro è smentita dalla statistica. Il sospetto, invece, è quello di un potenziale occupazionale da consolidare; quando e se il nuovo paradigma tecno-economico (green new deal) si affermerà come tecnica superiore, ovvero quando domanda e offerta si troveranno a un livello sufficiente per affermarsi, sarà possibile creare tanto lavoro quanto se ne perde. Inoltre, dobbiamo considerare l’evoluzione della ricerca e sviluppo; la dinamica della R&S con il tempo è sempre più orientata alla soluzione dei fenomeni climalteranti, offrendo delle inedite occasioni di sviluppo per nuovi settori oggi non declinabili. Si pensi allo sviluppo di pannelli solari più performanti, alla capacità di stoccaggio dell’energia, allo sviluppo di nuovi materiali, allo sviluppo delle ricerche nel campo dell’aerodinamica, dell’edilizia che con il tempo abbandonerà le attuali tecniche di costruzione in favore di pre-fabbricati, alla bio-chimica e/o alla chimica verde. In effetti, nel tempo si è consolidata l’intensità tecnologica degli investimenti, contribuendo in modo significativo al disaccoppiamento tra PIL, uso di energia e riduzione di CO2. 

La stessa elettronica cambierà contenuto. Tanto più si integrerà nel sistema economico, tanto più sarà possibile modificare l’utilizzo di elettrodomestici, auto, mezzi pubblici, ecc. In questo senso, la digitalizzazione prefigurata dalla Commissione Europea potrebbe diventare uno strumento per velocizzare l’implementazione del nuovo paradigma tecno-economico. 

L’analisi necessita anche di una riflessione puntuale sui servizi. Con il tempo non solo sono diventati sempre più “pesanti” nella contabilità economica, ma sono via via diventati parte integrante dei beni venduti e acquistati dai consumatori. 

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Struttura, green new deal e nuovo paradigma tecno-economico

Se la cornice interpretativa è sufficientemente solida, dobbiamo pur rappresentare questa evoluzione, ovvero spiegare come e quando è intervenuto il disaccoppiamento tra crescita economica e CO2, oppure tra crescita economica ed energia. 

Proviamo a dare una rappresentazione delle implicazioni tecno-economiche relative alla rigenerazione della struttura produttiva. Infatti, se allarghiamo il significato economico di economia circolare all’industria, al netto degli interventi di modernizzazione delle industrie ad alta intensità energetica (acciaio e cemento), è inevitabile la sostituzione di materie prime con materie seconde, sebbene l’obbiettivo della Commissione sia sottodimensionato. Partendo dalle priorità indicate nel progetto europeo – prodotti tessili, edilizia, prodotti elettronici e plastica – abbiamo delineato come i settori oggetto dell’intervento europeo siano interessati da cambiamenti di struttura che superano, in meglio, gli orizzonti europei:

  • il tessile, nel nuovo tecno-paradigma, diventerà via via un bene intermedio e particolarmente utile in molti campi economici: edifici, automobili, sanità, sicurezza, ecc. Questa rappresentazione è utile per allargare la matrice interattiva degli obbiettivi europei;
  • l’edilizia sarà interessata da una “rivoluzione” nei materiali che modificherà in profondità il come e che cosa si costruisce. Non solo genereranno energia rinnovabile, ma le tecniche di costruzione e ri-generazione degli edifici esistenti saranno strutturalmente nuove rispetto al recente passato; 
  • i prodotti elettronici realizzeranno valore aggiunto tanto più saranno integrati alle attività più o meno reali. Si pensi alla sanità, al controllo a distanza degli elettrodomestici e dei beni strumentali, al dispacciamento di energia, al governo delle città, ecc.;
  • la plastica diventerà un bene che attraverserà orizzontalmente tutta l’attività economica, dall’imballaggio, ai prodotti di catering, all’elettronica, all’elettricità, all’automotive, all’agricoltura, all’orticoltura, ai giocattoli, all’edilizia e al tessile, medicale, cosmesi, cantieristica, nuovi materiali, avionica, beni capitali (beni strumentali).

Queste esemplificazioni sono utili per delineare le potenzialità del green new deal se non adottiamo il modello “causa-effetto”. In effetti, le implicazioni sociali, ovvero gli effetti occupazionali, di reddito e salute e, non da ultimo, del patrimonio di conoscenze necessarie da mobilitare per creare i presupposti di uno sviluppo economico e sociale, coerente con le ambizioni europee, sono ben più ampie del risparmio energetico, di riduzione di CO2 e della ricerca e sviluppo necessari.

Conclusioni

L’innovazione e la ricerca hanno un ruolo fondamentale nel determinare uno sviluppo che sia realmente sostenibile. I Paesi che hanno aumentato in modo significativo la spesa in R&S durante questi anni, per stimolare la diffusione delle nuove tecnologie nelle industrie per lo sviluppo di nuovi prodotti e/o miglioramento di quelli esistenti, registrano anche un aumento significativo nei brevetti legati alle tecnologie ambientali. La maggior qualità di prodotti e servizi offerti ha portato a dinamiche di reddito e sviluppo differenti da paese a paese, con delle correlazioni coerenti tra riduzione della CO2 e crescita (innovativa) a seconda del settore analizzato. In un’economia non tutti i settori viaggiano di pari passo. La “Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata” e la “Manifattura” hanno giocato un ruolo primario nella diminuzione delle emissioni di CO2 e nell’attenuare gli effetti che ha la produzione sui cambiamenti climatici. Mentre questi settori hanno diminuito di una percentuale considerevole le proprie emissioni, i settori “Trasporto e magazzinaggio” e “Agricoltura, silvicoltura e pesca” non migliorano, acquistando un maggior peso nella bilancia complessiva.

Tanto più un’economia si sviluppa, tanto più sarà diversa la domanda nel ciclo economico successivo. Il settore manifatturiero ne è la prova. Questo avviene non solo per i consumatori che modificano la struttura della domanda al crescere del reddito, ma anche per i settori produttivi che domandano beni strumentali di nuova generazione caratterizzati da tecniche superiori. La legge di Engel in questo caso non viene interpretata solo come un fenomeno circoscrivibile ai beni di consumo, può invece descrivere un fenomeno che coinvolge l’insieme del sistema economico che cresce e si sviluppa anche in ragione della composizione del consumo aggregato.

Non tutto quello che permette di ridurre la CO2 viene sempre indicato come “Green”, ma spesso lo è, o per lo meno lo è in maniera superiore del bene che va a sostituire. Gli adeguamenti legati all’introduzione delle nuove tecniche di produzione sono fondamentali per il cambio verso un nuovo paradigma tecno-economico Green.

Pubblicato anche da il manifesto

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/green-new-deal-dinamica-di-struttura-occupazione-e-ambiente/

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