La Siria entra nel decimo anno di guerra, ecco perché ci abbiamo capito ben poco

Andare incontro ai carro armati con fiori e bottigliette d’acqua, guardando ai soldati alla guida come fratelli. “Sono siriani come noi”. Così il ventiseienne Ghiath Matar, ribattezzato Little Gandhi per le sue convinzioni non violente, esortava i suoi compagni di cammino a Daraya, alle porte di Damasco, nel marzo del 2011. Un’intera popolazione si apprestava ad accogliere i soldati governativi, con la speranza che questi ultimi non obbedissero all’ordine di sparare e che ci fosse un grande abbraccio di riconciliazione in piazza. Era il 6 settembre 2011 e a sei mesi dall’inizio delle pacifiche proteste anti-governative, i blindati del governo siriano stavano circondando la città. Daraya era uno dei cuori pulsanti delle manifestazioni e la popolazione, che inizialmente voleva solo riforme, di fronte alla sanguinosa repressione ora chiedeva la fine del regime della dinastia degli Assad; per questo era considerata ostile e andava punita, anche a costo di fare tabula rasa di tutto e tutti. Ai militari sui mezzi corazzati la scelta tra obbedire agli ordini, e uccidere la propria gente o disobbedire e disertare, rischiando però la pena capitale. Come avvenne in altre città, quel giorno a Daraya ci fu una strage. Ghiath venne arrestato e il suo corpo esanime con evidenti segni di tortura venne abbandonato davanti alla porta della casa dei suoi genitori.

La cronaca di questi nove anni di guerra non ha dato molto spazio a figure come quella di Ghiath, concentrandosi soprattutto sulle fasi militari, sul racconto delle parti in causa, le alleanze e le dichiarazioni di politici e organismi internazionali. Ai lettori più distratti della Siria restano in mente solo il presidente Bashar al Assad, figlio del militare golpista Hafiz, e la formazione terrorista transnazionale dell’Isis. Della società civile e delle diverse anime delle opposizioni, in particolare di quella pacifica, indipendente e laica, si è parlato solo in modo marginale.

Difficilmente i civili hanno trovano spazio nella cronaca di guerra, ma è da lì che bisognerebbe partire per ridare un volto umano alla Siria e domandarsi perché sia stato possibile abbandonare milioni di persone inermi a sé stesse. Bisognerebbe raccontare, ad esempio, l’attività dei Comitati di Coordinamento Locale, che hanno amministrato le città e i villaggi sottratti al controllo governativo, dando prova di democrazia e facendo ben sperare in un futuro di pace e uguaglianza per i Siriani. I Comitati erano stati fondati anche grazie al contributo dell’avvocatessa e attivista di Douma Razan Zaitouneh, più volte arrestata dal governo per il suo impegno in favore degli oppositori politici. Venne rapita nel 2013, presumibilmente da una milizia integralista, insieme a Samira Khalil e ad altri due colleghi.

Nel buco nero della guerra, la Siria torna alla ribalta della cronaca quasi a singhiozzo e solo allora ci si rende conto che nel Paese mediorientale si sta ancora morendo. Nella cronaca degli ultimi giorni, con centinaia di profughi che premono alla frontiera greca, c’è però confusione: quelli che vorrebbero raggiungere l’Europa non sono i civili sotto bombardamento a Idlib, che restando chiusi in una prigione a cielo aperto e costretti a morire all’addiaccio sotto gli ordigni, ma famiglie che si trovano in Turchia ormai da anni. Tra la Turchia e la Siria è stato costruito da tempo un muro e i civili che tentano di attraversare il confine vengono colpiti a morte dai soldati turchi, così come stanno facendo ora i soldati greci, che hanno ucciso diverse persone in fuga.

Idlib, città molto vicina al confine turco, è l’ultimo fazzoletto di terra in mano alle forze di opposizione, e lì negli ultimi anni si sono ammassati oltre tre milioni di disperati in fuga dalle altre città siriane. Tra loro si sono nascosti anche diverse centinaia di miliziani. Dal 1 dicembre 2019 a oggi i nuovi attacchi aerei congiunti di Mosca e Damasco hanno provocato, secondo l’Onu, 1 milione di nuovi sfollati e più di 200 vittime nella zona.

Il numero degli sfollati interni ha superato i 6,5 milioni; altrettanti sono i profughi nei Paesi limitrofi. Quando l’Onu ha smesso di contare le vittime, queste ultime erano oltre mezzo milione. Considerando che la popolazione siriana totale era di circa 22 milioni prima del conflitto, si comprende la vastità di questa tragedia senza fine. Le immagini girate dai droni che sorvolano le città siriane mostrano uno scenario desolante. Il grigio e il silenzio regnano su città semi deserte, dove sono state distrutte case, scuole, siti archeologici, luoghi di culto e ospedali, a conferma le ripetute violazioni delle convenzioni internazionali.

Di fronte a questi scenari, ogni pensiero rivolto al futuro trema, mentre i siriani che dovranno scrivere il futuro del Paese, ovvero i bambini, continuano a essere vittime di tante ingiustizie e abusi. Molti hanno subito arruolamenti forzati, arresti, torture e privazioni. Un’intera generazione soffre per la mancanza di istruzione. Cosa dire delle donne siriane che patiscono, oltre agli orrori inflitti a tutta la popolazione, anche la piaga della sistematica violenza di genere? Il dossier “I lost my dignity”, pubblicato a marzo del 2018 da Human Rights Council, restituisce una fotografia raccapricciante sul tema. Un rapporto pubblicato da Amnesty International a febbraio del 2017 denunciava oltre 13mila impiccagioni di detenuti politici siriani in cinque anni. Le imagini del dossier Caesar, trafugate da un fotografo forense fuggito dalla Siria, hanno mostrato al mondo intero i cadaveri delle vittime delle torture del governo siriano. Amnah Khawlani, sopravvissuta alla detenzione e alla tortura nelle carceri governative ha recentemente ricevuto l’International Women of Courage Award. Aminah è cofondatrice del movimento Families for Freedoom, che chiede il rilascio dei detenuti politici e anche la verità sul destino dei desaparecidos siriani. Si parla di oltre mezzo milione di persone scomparse.

Tra le voci di cui più si sente la mancanza, c’è quella, assente dal 29 luglio 2013, di Padre Paolo Dall’Oglio. Il gesuita romano, che per quarant’anni ha vissuto il Siria, era stato espulso dal regime di Damasco nel 2012 per le sue denunce contro i crimini sui civili. Nel 2013 era tornato segretamente in Siria per restare al fianco del popolo che tanto amava e per tentare di riavviare dal basso un possibile dialogo civile., ma è stato sequestrato e sul suo destino regna ancora il silenzio. Leggere oggi le sue parole rende ancora più inaccettabile l’immobilismo della diplomazia in questi anni:“Se non fosse per i miei voti, la mia funzione, il senso primario della mia vita, avrei certamente ceduto alla tentazione di prendere le armi (…) Bombardati dal cielo con i missili e dall’artiglieria pesane, siamo un popolo che ha perso tutto. Ci hanno messo in una condizione di disperazione(…) Se è vero che credo nell’azione nonviolenta, nella sua efficacia e nel suo valore morale, non credo invece al diritto di giudicare l’opzione di autodifesa armata delle vittime di un regime torturatore e liberticida come questo, in un’indifferenza mondiale totale(…) Ho interrogato preti e laici che combattono le mafie nel Sud Italia – vera e propria dittatura sulle popolazioni – per sapere se sia possibile fare a meno dell’azione militare della polizia affinché la nonviolenza divenga il vero attore della trasformazione civile. Hanno riconosciuto che non è possibile. La forza militare dello stato è necessaria, così come è necessaria quella nonviolenta degli attori sociali(…).

Photoshot/sintesi

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2020/03/07/la-siria-entra-nel-decimo-anno-di-guerra-ecco-perche-ci-abbiamo-capito/154310/

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