Così ExxonMobil avrebbe tentato di condizionare il Green Deal europeo

Accuse pesanti contro la ExxonMobil, la più importante compagnia petrolifera statunitense, che avrebbe incontrato, tramite i suoi lobbisti, alcuni funzionari della Commissione europea con un obiettivo chiaro: cercare di rallentare il Green Deal europeo, il pacchetto di azioni, piani e programmi della politica comunitaria per trasformare l’Ue in carbon-neutral entro il 2050, azzerando le emissioni nette di gas climalteranti.

In questo percorso tutto in salita che coinvolge direttamente cittadini, imprese e Pubblica amministrazione in vista di una effettiva riconversione, la Exxon già a novembre dello scorso anno -proprio nelle tre settimane precedenti l’annuncio del piano, datato dicembre 2019- avrebbe mosso le sue pedine per fare pressioni affinché l’Ue allentasse la regolamentazione nel settore trasporti, invitandola a circoscrivere in particolare il sistema di tariffazione del carbonio alle fonti “stazionarie” e a non considerare le emissioni di gas di scarico dai veicoli a diesel o benzina. Questo, ovviamente, per contenere i costi dell’auto tradizionale, scoraggiando indirettamente la diffusione e gli investimenti nelle auto elettriche ed “eco”, su cui il Green Deal ha rinnovato la sua attenzione. A rivelarlo è il think tank InfluenceMap, piattaforma che fornisce agli investitori, alle società, ai media e agli attivisti un’analisi, fondata sui dati, su questioni critiche legate a transizione energetica e cambiamenti climatici, e che lo scorso 6 marzo ha pubblicato un rapporto in cui si denunciano le pressioni del gigante petrolifero sulla politica dell’Unione.

Secondo Edward Collins, direttore del Corporate Climate Lobbying di InfluenceMap, questo non sarebbe che l’ultimo esempio tra i tentativi della ExxonMobil di condizionare la legislazione sul clima “soffermandosi su soluzioni tecniche su lungo termine ma tentando di evitare l’azione normativa decisiva che l’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) ritiene sia urgentemente richiesta per mitigare i pericolosi cambiamenti climatici”. Da un estratto delle note sulla riunione emerge come i funzionari ExxonMobil avrebbero suggerito alla Commissione di “prendere in seria considerazione l’estensione dell’ETS (sistema di scambio delle quote di emissione) oltre le fonti fisse”. Ad essere chiamato direttamente in causa è ovviamente il trasporto su strada.

L’ETS dell’Unione Europea, istituito nel 2005, è il sistema internazionale di scambio di quote di emissione su cui si fonda la politica comunitaria di contrasto ai cambiamenti climatici: esso stabilisce un tetto alla quantità complessiva di alcuni gas serra che gli impianti compresi nel sistema possono emettere. Si tratta di più di 11mila impianti ad alto consumo di energia, fra centrali energetiche e impianti industriali, insieme alle compagnie aeree che collegano i 31 Paesi in cui vige il sistema. L’obiettivo è quello di fissare un prezzo alla CO2 e rendere scambiabili quote di emissione fra le imprese: ogni anno le imprese sono chiamate a rendere un numero di quote utile a coprire le proprie emissioni, pena la possibilità di incappare in ingenti multe.  Tutto questo per arrivare ad un mercato flessibile nelle quote di emissione, in cui un’impresa particolarmente virtuosa può accantonare le quote che non ha usato per utilizzarle in futuro, oppure, viceversa, cederle dietro compenso ad un’altra impresa che ne ha bisogno. Fra gli strumenti su cui la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha promesso di fare leva per far fronte al tema del cambiamento climatico c’è proprio l’estensione del sistema di scambio di quote di emissione, in modo tale che chi emette più CO2 sia costretto a pagare di più: nel presentare il Green Deal la commissione ha promesso di studiare quale incidenza potrebbe avere comprendere nel quadro ETS anche il trasporto su strada.

Sia i gruppi di consumatori sia le organizzazioni non governative non vedono di buon occhio questa possibilità, considerandola niente più che una distrazione -senza peraltro una incidenza significativa sulla diminuzione delle emissioni- rispetto a un percorso serio verso la decarbonizzazione. Nel tentativo di condizionare la politica Ue, ExxonMobil avrebbe poi voluto battere anche sulla rimozione delle regole di emissione del tubo di scappamento, adottate dall’Ue nel 2018 per ridurre, entro il 2030, di più del 37,5 per cento le emissioni delle automobili e del 31 per cento dei furgoni.

Le pressioni della ExxonMobil sulla Commissione europea, se confermate, non farebbero che compromettere ancora di più la posizione del colosso petrolifero statunitense, che il 22 ottobre scorso, è finito in tribunale per aver mentito gli investitori riguardo ai rischi finanziari della crisi climatica, secondo quanto prevede la legge antifrode che tutela gli investitori da dichiarazioni non veritiere. Avrebbe detto il falso sulle effettive prospettive di rischio del futuro valore delle proprie riserve di idrocarburi e della tecnologia per estrarli di cui dispone. Inoltre, secondo quanto rivelato dal Guardian, Exxon avrebbe fatto pressioni sull’Ue dal 2010 spendendo 37,2 milioni di euro per rallentare e poi bloccare le politiche sul cambiamento climatico, insieme alle altre maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in borsa.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/exxonmobil-lobby-green-deal/

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