Insalubri disuguaglianze. Il coronavirus e la sanità italiana

L’emergenza coronavirus ci spinge a riflettere sull’importanza di assicurare il diritto alla salute a tutti i cittadini, superando le disuguaglianze tra Nord e Sud nel funzionamento e finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. E stralciando l’autonomia differenziata voluta dalle Regioni settentrionali.

In questi giorni di emergenza sanitaria molti osservatori hanno espresso dubbi sulla tenuta del sistema sanitario nelle regioni meridionali. Di ieri l’allarme del Presidente della Giunta regionale pugliese che afferma “se in Puglia fossero rispettate le percentuali lombarde con 2 mila e 500 contagi nelle terapie intensive, non riusciremmo a reggere”. Al momento si cerca di raggiungere i 300 posti che possono essere allestiti in tempi rapidi. Ma la differenza tra potenziale di diffusione e offerta di strutture resta notevole. Speriamo che le recenti misure precauzionali imposte dal Governo nazionale possano impedire il raggiungimento di quei livelli di contagio.

La diffusione del coronavirus però si sta rivelando un’importante occasione per iniziare ad avanzare qualche riflessione da riprendere e magari da approfondire una volta “passata ‘a nuttata”. In primo luogo, le debolezze delle strutture sanitarie nazionali e delle regioni meridionali in particolare non sono un accidente, ma il risultato di una scelta politica dei governi degli ultimi decenni. Il nostro paese non si colloca certo ai vertici della spesa per la sanità tra i paesi occidentali. L’Italia nel 2017 ha speso per la sanità 3.541 dollari per ogni abitante. La media dei paesi OCSE era 4.068, il 15% in più. Rispetto ad altri paesi europei però la differenza è anche più elevata: in Germania la spesa pro-capite in sanità è di 5.728 dollari, in Francia di 4.902, per non citare la Svizzera dove raggiunge gli 8.000 dollari. Ma la spesa pubblica per la sanità, oltre ad essere indietro rispetto alle medie degli altri paesi avanzati, negli ultimi anni è stata anche ridotta: tra il 2007 ed il 2017 di circa il 7%.

Ma oltre ad essere bassa e in riduzione è anche distribuita territorialmente in modo difforme. Tra il 2007 ed il 2018 la spesa sanitaria pubblica corrente pro-capite è stata in media pari a 1858 euro nelle regioni del Centro-Nord e 1756 in quelle del Mezzogiorno (dati Health for all – ISTAT, 2019). La differenza pro-capite delle regioni meridionali rispetto alle altre è di 102 euro. Per meglio capire l’entità di questa differenza di spesa pubblica è bene tenere conto della popolazione. Rispetto alle regioni del Centro-Nord, il Sud ha avuto in meno risorse pari a 2,1 miliardi in media all’anno che moltiplicate per i dodici anni considerati, fa 25,2 miliardi di euro.

Nello stesso periodo, il personale sanitario pubblico si è ridotto a livello nazionale del 7%, ma del 13,1% al Sud, del 7,2% al Centro e del 3% al Nord. Quindi non solo c’è una disparità nell’attribuzione delle risorse, ma nelle regioni meridionali la dotazione di personale si riduce più pesantemente amplificando nel tempo le distanze.

Al contrario di quelle che sono le tendenze e le disparità raccontate dai dati, l’emergenza che stiamo fronteggiando ha messo in evidenza l’importanza di un solido Sistema Sanitario nazionale, diffuso territorialmente, qualitativamente e quantitativamente omogeneo. I virus non si diffondono tenendo conto del reddito pro-capite dei territori e della loro dotazione in termini di personale ed infrastrutture. La protezione dalle epidemie, come il diritto alla salute, va garantita a tutti i cittadini, secondo i principi della nostra Costituzione ed in particolare su quello che impone la massima solidarietà nazionale. Va anche detto che, se questo è vero, tali considerazioni stridono con la richiesta di autonomia differenziata avanzata proprio dalle tre regioni più colpite dall’epidemia: Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna. Le loro richieste porterebbero, oltre alle attuali competenze, ad esercitare maggiore autonomia sul lavoro professionale e la fissazione dei contratti per il personale, nella fissazione di tariffe e tickets, nella gestione dei farmaci, del patrimonio edilizio e tecnologico, nella gestione dei fondi integrativi con la possibilità di favorire maggiormente la sanità privata a scapito di quella pubblica. Il risultato sarebbe lo smantellamento di quello che in questi giorni stiamo apprezzando come l’unico vero baluardo alla diffusione dell’epidemia: un sistema di coordinamento a livello nazionale che affronti i problemi guardando oltre gli interessi dei singoli territori e che riequilibri le eventuali disparità che possono crearsi nei casi di emergenza. È significativo che proprio le tre regioni sopra citate abbiano chiesto alle altre regioni di rendere disponibili posti di terapia intensiva per i malati che non troveranno posti disponibili nei loro ospedali. In un sistema coordinato a livello nazionale la soluzione a questo problema è semplice, in uno fatto di tanti sottosistemi, tra loro in competizione, è certamente più complessa.

Un altro elemento che sta emergendo è l’importanza della massima trasparenza nelle decisioni, del coinvolgimento, della responsabilità e della partecipazione di tutti i cittadini. In altre parole, del buon funzionamento della democrazia. Non certo dell’uomo solo al comando. Devo dire che a mio parere, al netto degli errori e sottovalutazioni inevitabili in situazioni limite come è quella che stiamo vivendo, l’attuale Governo e l’intera cittadinanza italiana si stanno comportando in modo encomiabile. Anche su questo, quando “’a nuttata” sarà passata, ci sarà di che riflettere.

* Michele Capriati, Prof. Politica economica, Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Fonte: Sbilanciamoci.info – http://sbilanciamoci.info/insalubri-disuguaglianze-il-coronavirus-e-il-sistema-sanitario-nazionale/

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