In un mondo senza reddito e senza inflazione, il debito non può spaventare

L’Italia è un Paese con una forte polarizzazione della ricchezza e dei redditi, con significative differenze fra le diverse aree geografiche, con una pesante spesa previdenziale che è però composta da pensioni molto basse, con una larga fetta di economia informale e in “nero”, con una estesa fascia di povertà “congiunturale”. I poveri relativi sono 9 milioni e quelli assoluti 5 milioni. L’Italia è un Paese di microimprese e con un terziario debole che ha bisogno di stare quotidianamente sul mercato, in cerca di clienti. Un Paese così non può reggere in una crisi come questa senza un intervento immediato che dia liquidità. Non deve illudere il pur rilevante grande risparmio privato perché, come accennato, è fortemente concentrato e, d’altra parte, nelle condizioni attuali anche i patrimoni immobiliari hanno davvero poco spazio di smobilizzo e troppe imprese sono depatrimonializzate.

Servono risorse che consentano il proseguimento delle esistenze individuali e collettive. Servono perché il clima politico è difficilissimo, caratterizzato dalla sospensione delle libertà che ha rimosso la normalità creando uno stato eccezionale, e dalla paura vicina al panico. L’impoverimento e una tensione spaventata, al di fuori dei caratteri della comune convivenza, possono costituire una miscela davvero esplosiva di rabbia sociale che per essere disinnescata ha bisogno di un vasto piano di intervento fatto di sostegni finanziari e di servizi. Non bisogna avere remore, in un quadro siffatto, ad aumentare la spesa pubblica perché ogni altra soluzione rischia di arrivare dopo il disastro e allora la credibilità dei conti italiani sarà  decisamente peggiore.

E soprattutto occorrono procedure semplificate di erogazione delle risorse che non devono avere troppi passaggi intermedi o troppe strutture coinvolte. Lo Stato faccia lo Stato senza deleghe. In una fase straordinaria come questa, l’erogazione di aiuti non può avvenire senza un significativo stanziamento di bilancio e senza l’individuazione di procedure molto semplici, lasciando perdere le regole in vigore. I 4,3 miliardi di euro contenuti nel decreto per i Comuni, pur utili in termini di cassa, non sono uno stanziamento aggiuntivo ma costituiscono un’anticipazione del Fondo di solidarietà comunale che già di per sé è uno strumento di contabilità pubblica assai disomogeneo. Anche l’idea dei buoni pasto, indotta dal timore di scontri sociali repentini, pare assai debole se destinata a durare più di poche settimane, ed è troppo legata a una visione da protezione civile; occorre una reale correzione della legge di bilancio che modifichi la spesa sociale e che individui un meccanismo efficace per trasferire risorse subito a un Paese in gran parte chiuso.

Non è più sufficiente spostare disponibilità da un capitolo all’altro di bilancio. Il quadro è totalmente cambiato; occorre uno strumento universalistico, finanziato anche a debito, con titoli comprati da Banca d’Italia utilizzando risorse della Banca centrale europea, ed erogato nella maniera più semplice possibile, in attesa di ulteriori soluzioni europee. Bisogna anticipare e non attendere la Commissione europea. Se si distribuisce un reddito, diventa praticabile non cancellare la base imponibile a cominciare da quella dei Comuni e frenare l’impoverimento. Questo è il nodo, per una fase emergenziale, certamente non brevissima, che non ammette scorciatoie o mezze misure; lo Stato deve fare ricorso al debito e agli strumenti monetari europei finché il crollo della domanda congela l’inflazione e deve distribuire reddito direttamente per evitare pericolosi ritardi. Certo è complesso creare reddito senza creare valore reale, è un paradosso, ma proprio la natura paradossale ed eccezionale del momento obbliga a farlo, a meno che non si voglia esporre la popolazione al rischio di un pesantissimo contagio o alla povertà.

I parametri di Maastricht sono infatti ormai giurassici e il debito, in un mondo senza reddito e senza inflazione, non può spaventare. Non possono essere citati i richiami all’iperinflazione dettata dalla svalutazione del marco avvenuta nella Repubblica di Weimar; la moneta tedesca divenne carta straccia quando nel luglio del 1920 la Conferenza di Spa stabiliva nella spaventosa cifra di 132 miliardi di marchi oro l’indennità di guerra e dopo che nei mesi successivi le truppe francesi occuparono la Ruhr, scatenando lo sciopero dei lavoratori tedeschi. Il tracollo del marco era il frutto di una cieca furia revanscista e dell’assenza totale di un’idea di Europa. Non possono essere citati gli esempi dell’iperinflazione che ha colpito dagli anni Ottanta molti paesi latinoamericani; si trattava di realtà con monete fragilissime, strangolate da un’insostenibile dollarizzazione. Non può essere citata neppure l’iperinflazione dell’Europa degli anni Settanta, travolta dagli shock petroliferi, da un dollaro imperante e dalla presenza di troppe monete nazionali angustiate dalla stagnazione.

Oggi abbiamo l’euro, moneta utilizzata da oltre 300 milioni di persone e già nel paniere di riserva di molte realtà mondiali, che non ha paragoni nel passato. È una moneta forte che ha di fronte solo il dollaro, prodotto a profusione, in pratica senza limiti dagli Stati Uniti, e dunque intrinsecamente più debole perché già in eccesso e perché moneta di un Paese costretto ad affrontare l’emergenza epidemica senza un sistema sanitario pubblico. Quindi, l’unica strada percorribile, ora, è mettere in circolazione tutti gli euro necessari a far ripartire la produzione di reddito senza condizioni perché tutti i pericoli eventuali di una simile scelta, dall’aumento del debito alla svalutazione, sono assai inferiori della crisi che è già arrivata.

Alessandro Volpi, università di Pisa

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/crisi-economia-coronavirus-spesa-pubblica/

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