“Vi racconto Barış Terkoğlu, mio marito, in carcere solo perché è un giornalista libero nella Turchia imbavagliata di Erdogan”


Barış Terkoğlu ha 39 annu, da 12 è un giornalista. Da oltre un decennio dirige Oda TV, emittente televisiva indipendente di Istanbul. È stato a lungo editorialista di Cumhuriyet, storico quotidiano turco di opposizione, e ha svelato molti casi di corruzione e di atti illeciti all’interno delle amministrazioni pubbliche della Turchia.
Autore di tre libri d’inchiesta, l’ultimo “Metastaz” (Metastasi) pubblicato l’anno scorso è stato un bestseller.
Con il suo ultimo lavoro Terkoğlu ha fatto luce su organizzazioni e sette religiose infiltrate nelle istituzioni statali. Ha raccontato di giudici e pubblici ministeri che avevano chiuso indagini nei confronti di uomini d’affari vicini al governo o disposto scarcerazioni di imputati eccellenti nonostante non sussistessero motivazioni per emettere tali provvedimenti.
“Bariş ha documentato come alcune organizzazioni illegali si siano infiltrate nella polizia e nella magistratura e ha ricostruito il loro legame con la classe politica – racconta Ozge Izdes, la moglie di Terkoğlu, attivista del movimento femminista turco –  Il libro che ha scritto ha anche rivelato cosa si agitava dietro l’organizzazione di Fethullah Gulen e di come un giro di bustarelle abbia permesso a determinati sospettati di essere assolti da accuse penali. Dopo aver pubblicato Metastaz, Barid e il coautore del libro, Barış Pehlivan, hanno continuato le loro indagini per il volume successivo che avrebbe ulteriormente dimostrato i legami tra le organizzazioni illegali e le loro reti all’interno della burocrazia statale e descritto operazioni criminali che coinvolgevano  giornalisti filo governativi, politici, funzionari del sistema giudiziario e uomini d’affari. Nel loro nuovo libro, avrebbero mostrato lotte di potere di varie fazioni all’interno della polizia e della magistratura. Nel corso delle loro ricerche mio ​​marito e il suo collega hanno fatto interviste alle persone coinvolte in tali casi, il che significa che la rete al centro dell’inchiesta sapeva che a breve il libro sarebbe stato pubblicato. Quando sono stati arrestati la bozza era in fase di editing. Ovviamente la pubblicazione è stata sospesa”.
Eravate insieme quando sono venuti a prelevarlo per portarlo in carcere. Cosa è avvenuto in quei momenti?
“Eravamo a casa. Fortunatamente nostro figlio, che ha da poco compiuto sei anni, era dai nonni. Eravamo usciti con alcuni amici per cena e avevamo fatto un po’ tardi, così era rimasto da loro a dormire. Il campanello e suonato intorno alle 4 del mattino. C’erano 4 poliziotti alla porta, ci hanno spiegato che dovevano prenderlo in custodia a causa dell’indagine su una notizia pubblicata la sera  precedente sul sito web di Oda TV. Quando lo hanno portato via ho chiamato i nostri avvocati che mi hanno raggiunta e insieme li abbiamo seguiti al centro di polizia di Vatan dove lo hanno trattenuto dalle 5 del mattino alle 22”.
Ha avuto la possibilità di difendersi?
“Da subito nei suoi confronti c’è stato un atteggiamento punitivo. Prima hanno affermato che il pubblico ministero non lo avrebbe interrogato quella notte, poi hanno costretto tutta la stampa che era arrivata in Tribunale, dove avevano trasferito Bariş a lasciare l’edificio. Hanno imposto a mio marito condizioni molto rigide, come la scorta di 30 poliziotti che lo ha circondato e portato in tribunale impedendo a noi familiari di partecipare all’udienza di conferma dell’arresto. Io e i nostri amici abbiamo dovuto aspettare fuori dal tribunale, sperando fino alla fine che potessimo tornare a casa con Barış. Così non è stato. Ho provato da subito sensazioni molto strane. Da un lato sapevo che la storia delle notizie passate su Oda Tv era una scusa per arrestare Barış, ma speravo che almeno lo liberassero su cauzione. La mia si è rilevata una speranza vana”.
Le è stato permesso di vederlo dopo l’arresto?
“L’ho rivisto tre giorni dopo nel penitenziario di Silivri e la settimana scorsa. Da allora le visite sono state cancellate a causa del Covid-19. Nonostante sia passato più di  un mese  dall’arresto non è ancora stata formulata un’accusa formale. Se il capo di imputazione fosse davvero quello della diffusione di “notizie sensibili” nel caso fosse giudicato colpevole la pena detentiva sarebbe di 8 mesi (in base alla legge attuale). Intanto lui e gli altri colleghi di Oda Tv sono stati trattenuti, senza accuse, per oltre un mese”.
Ma quali sono le notizie contestate?
“L’indagine riguarda una storia pubblicata dal sito web di OdaTV sui funerali di un membro della Turkish National Intelligence Agency (MIT) morto in Libia. Secondo la Legge MIT 27/3, in particolare gli articoli 1 e 2, che prevedono il carcere per chi rivela l’identità di agenti dei servizi segreti e lo definiscono ‘crimine aggravato’ se compiuto tramite stampa. In questo caso la pena aumenta. La storia è stata pubblicata il 3 marzo. Nelle ore successive alla pubblicazione, OdaTv è stata presa di mira prima da profili troll sui social media e poi dai canali televisivi filo-governativi come Beyaz TV. La mattina  successiva, il 4 marzo, mio marito è stato arrestato in quanto direttore della testata. Qualche ora dopo la stessa sorte è toccata a Hülya Kılınç la giornalista che aveva scritto la  notizia. Nella dichiarazione resa alle autorità giudiziarie Kılınç ha detto di aver parlato del funerale, diffondendo i dettagli della cerimonia funebre, perché era avvenuto pubblicamente, non di nascosto. Ha capito che la vittima era un membro dei servizi di sicurezza dopo una breve ricerca su Internet e quindi aveva aggiunto questo elemento alla sua storia. Chiunque, ancora oggi, fa una ricerca su qualsiasi motore di ricerca trova sia il nome che le immagini del defunto il cui funerale è stato raccontato non solo da OdaTv ma anche da vari siti di notizie nazionali tra cui il quotidiano nazionalista Yenicag e il forum popolare di dibattiti online “Eksi Sozluk” a partire dal 23 febbraio in poi. Inoltre, 10 giorni prima della pubblicazione da parte di Odatv il deputato nazionalista Good Party Ümit Özdag aveva tenuto una conferenza stampa in parlamento in cui aveva rivelato queste informazioni e un ex ministro, Yaşar Okuyan, ne aveva parlato su Halk TV. I video di entrambi in cui parlano della vicenda sono raggiungibili tramite registrazioni disponibili al pubblico. E dunque, se prima che la storia fosse pubblicata au OdaTV, l’identità dell’agente, il suo stato di servizio e il modo in cui era stato ‘martirizzato’ erano pubblici perché mio marito, Barış Terkoğlu, e  HülyaKılınç sono stati arrestati? Inoltre, il 6 marzo, è stato ascoltatoBarış Pehlivan, caporedattore di OdaTv,  dopo che la Kılınç aveva dichiarato di non aver mai contattato Barış Terkoğlu per la pubblicazione della notizia ma di aver inviato la storia  a Pehlivan. Il caporedattore in conseguenza a quanto affermato dalla giornalista è stato anch’egli arrestato. Ma mio marito è rimasto comunque in carcere”.
Gli avvocati hanno prodotto la documentazione relativa alla precedente diffusione della notizia contestata a OdaTv?
“Certo, anzi hanno anche prodotto la sentenza della Corte costituzionale (per i casi Erdem Gül & Can Dündar Verdict, 2015/18567 ve Hakan Yiğit Verdict, 2015/3378) e i verdetti della Corte europea dei diritti umani (Sunday Times / British, Stoll / İsviçre) i quali  affermano che se una notizia è stata rivelata una volta, ripubblicarla non può più essere considerato come lo stesso reato. Quindi, per ricapitolare, anche se  mio marito è stato arrestato all’inizio dell’indagine come il responsabile della diffusione dei contenuti contestati, è poi apparso del tutto evidente che non aveva alcuna conoscenza della storia. In sostanza, secondo la legge che regola il giornalismo digitale, non esiste il titolo di “gestione di un editor di notizie”. Secondo la legge, la responsabilità del materiale pubblicato su Internet come OdaTv è del “fornitore di contenuti” e del “fornitore di accesso”. Nell’inchiesta, è stato  così  chiaro che il fornitore di contenuti erano Hülya Kılınç e Barış Pehlivan, com’è  ovvio che la ripubblicazione di una storia già pubblicata non è un crimine. La continuazione dell’arresto di Barış, che non ha nulla a che fare con la pubblicazione contestata, è del tutto immotivata”.
Suo marito è stato arrestato solo perché è un giornalista libero. Come si sente in questo momento?
“Non è la prima volta che Barış finisce nei guai per il suo lavoro.  Nel primo anno del nostro matrimonio, nove anni fa, lui era all’inizio della sua carriera. Insieme ai colleghi di allora di Oda TV, Ahmet Şık e Nedim Şener, furono accusati di essere associati a Ergenekon, una presunta organizzazione clandestina turca kemalista e ultra nazionalista con legami con membri delle forze militari e di sicurezza solo perché avevano criticato il governo. Rimase in carcere per 19 mesi ma questo non lo ha cambiato. Oggi continua a scrivere su argomenti molto critici. Si è dimostrato giornalista affidabile e coraggioso. Sono orgogliosa di lui e sono sicura che lo sarà anche nostro figlio. Eppure, naturalmente, questa situazione ingiusta che ci sta tenendo separati e ci impedisce di vivere le nostre vite ci dilania. Stanno rubando giorni e ricordi dalle nostre vite“.
Se avesse saputo che sarebbe accaduto di nuovo gli avrebbe chiesto di essere diverso?
“Conosco mio marito. So che non farà mai un passo indietro dall’essere un giornalista libero. Immagino che il suo carattere e l’intellettualismo abbiano una parte significativa del motivo per cui mi sono innamorato di lui. Non mi aspetto che cambi. E no, non ho paura ma sono molto arrabbiata”.
Teme per le condizioni in cui è detenuto suo marito?
“Le carceri turche sono sovraffollate e le condizioni di detenzione sono pessime. Sono preoccupata soprattutto per il rischio di contagio da Coronavirus. La situazione è una minaccia reale alla loro salute e al loro diritto a vivere. È responsabilità dello Stato se succede qualcosa ai detenuti come mio marito in carcere senza colpe”.
Che messaggio sente di mandare al governo turco? E all’Europa?
Barış e i suoi colleghi non dovevano essere imprigionati ed è un peccato che in Turchia la stampa libera continui a essere messa a tacere dalla minaccia di reclusione. Penso che dovrebbero tutti ricordare l’importanza della stampa libera. La storia molto recente ha chiaramente dimostrato in Turchia che chi ne ha bisogno può cambiare le regole in un batter d’occhio”.



Fonte: Articolo 21 – https://www.articolo21.org/2020/04/vi-racconto-baris-terkoglu-mio-marito-in-carcere-solo-perche-e-un-giornalista-libero-nella-turchia-imbavagliata-di-erdogan-2/

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