Nonviolenza, verità, perdono

C’è qualcosa che non torna nel percorso del perdono quando al perdono non corrisponde la verità.

Quello che è avvenuto in Italia con esponenti delle Brigate Rosse – accolti da Comunione e Liberazione in una narrazione del perdono – non è esattamente quello che è avvenuto in Sudafrica con Desmond Tutu.

In Sudafrica, grazie a Nelson Mandela, Desmond Tutu e alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, le vittime o i loro parenti delle vittime si riconciliavano con i loro oppressori e i loro aguzzini in un sofferto percorso di cambiamento sincero in cui il perdono veniva concesso in cambio dell’intera verità. “Grazie al pentimento degli assassini e al perdono concesso dai familiari delle vittime, nasceva la possibilità di un futuro di pace”, si legge su una bella pagina di Giovani e Missione, dedicata a Desmond Tutu.

In Italia, invece, al “pentimento degli assassini” – riprendendo le stesse parole – non è corrisposta l'”intera verità”. Già. Perché la verità la si sta ancora cercando sul delitto Moro. E non grazie ai brigatisti che oggi piangono. Infatti le bugie e le omissioni – di cui sono stati complici – sono state talmente tante da rendere necessaria una nuova commissione Moro, i cui frutti sono ancora acerbi. Dall’anno scorso si sta aprendo uno spiragio di verità a cui i brigatisti – se si fa eccezione per pochissime eccezioni – non collaborano. Il “muro di gomma” non è solo quello degli apparati ma è anche quello delle BR che hanno evidentemente poca voglia di raccontare la verità, attenendosi a racconti di comodo che l’ultima commissione Moro ha fatto crollare miseramente.
L'agguato di via Fani del 1978: alcuni componenti la scorta di Moro

Quando parliamo del delitto Moro parliamo di un intervento che, invece di provocare una reazione morale di resistenza, come avvenne con la precedente strategia della tensione di marca neofascista, provocò il cambiamento politico della DC e della storia italiana, e pertanto questo caso è stato definito “unico al mondo”.

Mentre le bombe neofasciste degli anni precedenti provocarono un effetto controproducente per gli autori, l’uccisione di Moro provocò l’effetto esattamente desiderato dai nemici di Moro. Portò infatti alla dissoluzione del progetto moroteo e alla vittoria dei suoi avversari di partito.

Queste brevissime annotazioni sono più che sufficienti per comprendere la ragione per cui una reale confessione delle BR aprirebbe un varco in una verità molto più ampia su quei retroscena che ancora si continua a negare.

In questi anni abbiamo visto di tutto.

Dalla stretta di mano fra Andreotti e Morucci alle lacrime di alcuni brigatisti davanti a telecamere e familiari delle vittime.

Chi ha ucciso Moro e la sua scorta ha voluto presentarsi come colui che si donava per un sogno di rivoluzione, per un mondo migliore, in un afflato missionario sbagliato.

Tutto ciò non ha aiutato minimamente a capire come mai il loro “sogno rivoluzionario” è stato così comodo ai tanti nemici di Moro, che tutto coltivavano, tranne che il sogno di una rivoluzione.

La cosa è talmente logica ed evidente che tutti la possono comprendere. Non la comprende solo chi finge di non comprendere.

La verità è che le BR hanno trattato e hanno fatto finta di non vedere che alcuni apparati dello Stato avevano interesse che la vicenda Moro si concludesse così. Perché Moro aveva rivelato Gladio e altri segreti di Stato.

Le BR – incredibilmente – non hanno reso noti si segreti di Stato che Moro rivelava. Come ignorare ciò? Per questo hanno anzi trattato. E hanno costruito una verità di comodo. Perché altrimenti dovrebbero rivelare lo scomodo segreto di Gladio che le BR hanno contribuito a mantenere segreto. E così Morucci è diventato collaboratore dei servizi segreti, invece di diventare collaboratore della magistratura. Morucci è stato persino assunto da una società di intelligence.
Le rivelazioni del giudice Imposimato

Ecco perché al perdono non si è associata la verità ma l’omertà. (1)

Ecco perché alle apparenti riconciliazioni, alle celebrazioni del perdono, con tanto di formatrici alla nonviolenza “certificate”, non ha corrisposto un solo passo in avanti nell’acquisizione della verità, che ancora stiamo cercando.

Questo è il percoso di perdono all’italiana che rende considerevole la differenza rispetto al percorso che Desmond Tutu aveva ideato, nel solco della vera nonviolenza. 

Dateci le lacrime delle cose e risparmiateci le lacrime vostre, scrisse il grande Francesco De Sanctis. Qualcosa di simile vorremmo dire oggi, perché “le cose” importanti vengono nascoste da un sentimentalismo a cui non corrisponde un’apertura alla verità.

E quando parliamo delle cose parliamo in primo luogo dei proiettili di via Fani, su cui i brigatisti non hanno ancora, nonostante le lacrime, raccontato tutta la verità.

In questi anni abbiamo visto anche la parola “nonviolenza”, oltre che la parola “perdono”, deformata nel caso Moro e addomesticata in un’ottica di cancellazione della memoria e della consapevolezza.

Questo sito, che alla nonviolenza ha dedicato gran parte delle sue energie, non potrà che essere schierato dalla parte della nonviolenza, a patto che essa accompagni la verità. La grande assente nel delitto Moro.
Via Fani, per non dimenticare

 

Note: (1) I “NON RICORDO” DELLE BR

Fioroni, durante la terza audizione di Adriana Faranda, brigatista ed ex compagna di Morucci, afferma: “Al tempo del secondo ritrovamento di via Montenevoso, il Centro Sisde trasmise il 3 novembre 1990 alla direzione dei servizi del Sisde una serie di valutazioni di Valerio Morucci che all’epoca collaborava col servizio. Morucci collaborava col Sisde e il 3 novembre 1990 trasmisero una serie di valutazioni di Morucci sulla vicenda di Montenevoso”. Faranda si limita a replicare: “Detta così, mi sgomenta”. Fioroni insiste: “Questo c’è scritto nelle carte. Se vuole gliele trasmetto…”. Faranda: “Sarà stato che qualcuno gli ha chiesto una consulenza. Non mi pongo la domanda…”. Qualche minuto dopo Fioroni torna sull’argomento: “Scrivendo Morucci in qualità di collaboratore, consulente, persona informata sui fatti con il Sisde…”. Faranda ribatte: “Non ne ho la minima idea…”. Adriana Faranda fu arrestata nel 1979 e, da dissociata, uscì dal carcere in libertà condizionale nel 1994. Alla domanda dei giornalisti su quando si interruppe il suo rapporto con Morucci, Faranda preferisce non rispondere: “Non me lo ricordo”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/br-fioroni-a-faranda-morucci-nel-90-collaboratore-sisde-5938e499-16b6-4d46-8e5e-83baa386eb8d.html

Fonte: www.peacelink.it – https://www.peacelink.it/editoriale/a/47568.html

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