“Se hai rischiato anche una sola volta la vita per la libertà, è giusto che la tua testimonianza rimanga”

A casa mia, anche il gatto era partigiano. Mio nonno Aristo era nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale, e a fine febbraio del 1944 scappò da Santa Margherita Ligure, dove viveva, sfuggendo per un soffio alla cattura da parte dei nazisti. Così il tenente Ernst Reimers decise di andare a prendere sua moglie Maria, mia nonna, perché lui si consegnasse. Ma quando due SS bussarono alla porta di casa il gatto si piazzò in mezzo al corridoio soffiando. Mia nonna, presa da un specie di presentimento, uscì dal retro mettendosi in salvo. Il gatto (purtroppo non ne ricordo il nome e non c’è più nessuno a cui chiederlo) fu poi ucciso dagli alpini fascisti della Monterosa che fecero il tirassegno mentre lui prendeva il sole sdraiato sul muretto.

Non è buona regola iniziare un racconto parlando di se stessi, ma questo aneddoto intriso di realismo magico (ma che garantisco reale) aiuta a chiarire da subito che il mio sulla Resistenza non è proprio un punto di vista neutro. Anche perché l’altro mio nonno, Luigi, operaio arrivato in Liguria da Gallarate a scavare le gallerie del treno, era sorvegliato per le sue idee antifasciste e mio padre Peppi era in montagna.

Sarà forse per questo che ad ottobre 2018, quando l’ Italia del Coronavirus era ancora lontana e invece era molto concreta quella di populismi, rosari e casepound mi è venuta un’idea: raccogliere la video testimonianza di tutti i partigiani rimasti. Ne ho parlato con l’amico Gad Lerner, con cui da molti anni formo una coppia di fatto lavorativa e che si è gettato subito nell’impresa, abbiamo avuto l’appoggio dell’Anpi, senza di cui ovviamente nulla sarebbe stato possibile, e siamo partiti.

Con il fantasma del sopracciglio alzato degli storici a farci compagnia. È ovvio che non si tratta di un lavoro scientifico: chi è ancora vivo oggi era giovane o giovanissimo ai tempi, i comandanti (quelli a cui con un riflesso condizionato si accosta sempre l’aggettivo mitico) sono quasi tutti morti. Ma il criterio che abbiamo scelto è: se hai rischiato anche una sola volta la vita per la libertà, è giusto che la tua testimonianza rimanga. La meta di questo viaggio è un archivio che raccolga le interviste fatte da noi, e quelle realizzate negli anni a chi non c’è più, per costruire un Memoriale. Che, sogniamo, diventi anche un luogo fisico.

Quanti sono i partigiani rimasti? Tanti per fortuna. A oggi abbiamo realizzato (con l’aiuto di cittadini, amici, giornalisti in pensione e no, attivisti, tutti rigorosamente volontari) 420 interviste. E molte ancora erano in programma. Anche se ci atterrisce pensare a cosa potremmo trovare, o meglio non trovare più, dopo il coronavirus.

In un anno e mezzo abbiamo conosciuto un mondo: ex ragazze in bicicletta, combattenti che ancora conservano le pistole con cui, dicono, hanno spedito i fascisti agli antenati. E protagonisti discussi di un dopoguerra turbolento. Abbiamo incontrato fini intellettuali di una sorprendente lucidità (hanno 100, 102 anni), c’è chi ha studiato con Benedetto Croce, chi ha conosciuto Cesare Pavese o è scampato alla morte con Luciano Lama. Ci siamo molto commossi e abbiamo vissuto situazioni insolite. Come quella di trovarsi a brindare con lo champagne in una residenza per anziani vicino a Pavia. È li che vive Maria Lucia, ma per tutti e da sempre Cicci, 97 anni. Chi me l’aveva segnalata aveva premesso: è una “borghesona”, ma.. Cicci Vandone è più che una borghesona, è una ricca signora milanese che nel 1940 ha un incontro fulminante con Giorgio Paglia, famiglia Pesenti, quelli della Italcementi. Insieme frequentano il salotto del conte Luchino Dal Verme che diventerà capo partigiano nel Pavese. Insomma, una Milano che poteva accomodarsi nel regime e che invece sceglie di essere contro. Giorgio, poi, è figlio di un eroe fascista, Guido morto in Etiopia e medaglia d’oro. Ma sceglie la montagna. La Cicci resta in città dove, fingendosi segretaria alla Banca d’Italia, fa logistica per i partigiani . Finché una spia vende Giorgio e i suoi compagni che sono catturati alla Malga Lunga sopra Bergamo. I fascisti, in onore alla medaglia del padre, offrono a Giorgio la grazia. Lui replica: “O tutti o nessuno” . Verrà ucciso con i compagni il 21 novembre 1944. Ma prima scrive una lettera alla fidanzata. Che ora è la signora in sedia a rotelle (ma ben truccata e ingioiellata) davanti a me. E che inizia a recitare quell’addio a memoria: “Carissima Cicci, stasera mi fucileranno non piangere troppo per me…”. Ogni 21 novembre, dice, mando sulla tomba di Giorgio dei ciclamini bianchi, il primo fiore che mi ha regalato. Occhi umidi. I miei e anche quelli di Elena, la giovane videomaker che mi accompagna. L’intervista è finita, grandi baci e ringraziamenti, ma mentre ci accomiatiamo la Cicci ci ferma: e no, ora champagne!

Case per anziani ne abbiamo viste tante: a seconda del censo, residenze, case protette, ospizi. E tanti tinelli in abitazioni popolari. A testimonianza che il popolo resistente non ebbe tutti quei privilegi di cui qualcuno parla ancora oggi.

Gildo Bugni, comunista di Bologna a cui i fascisti hanno ammazzato il padre facendogli bere olio di macchina bruciato, a 16 anni diventa vicecomandante di una brigata. I partigiani liberano un territorio e creano la repubblica di Montefiorino, lui è al fianco del mitico (ovviamente) comandante Armando. Dopo la Liberazione, Gildo torna in fabbrica. E trova “la stessa condizione di prima della guerra”. Lavorare sostanze tossiche senza maschera, mangiare seduti su un muretto. Lui comincia a parlare con i colleghi: chiediamo almeno una panca. Risultato: una lettera di licenziamento in cui viene definito “sovversivo pericoloso per tutte le democrazie occidentali”.

La resistenza tradita. Riaffiora in continuazione. Come l’entusiasmo di allora per l’Unione Sovietica. Oggi anche i vecchi partigiani fanno tutti i necessari distinguo, ma parlando del tempo di guerra sono in tanti a confessare una fascinazione potente (in un salotto di Milano mi è capitato di vedere sul comò un busto di Lenin, mentre il vero segreto stava nello studio, un troneggiante ritratto di Stalin…) . L’Unione Sovietica era la vittoria di Stalingrado certo, ma anche la speranza per chi aveva veramente meno di niente. Come Maria Cavatassi, famiglia di mezzadri nelle Marche. Sette femmine e un maschio (una sventura, visto che nei contratti di affitto le donne erano calcolate un quarto degli uomini) e tre paia di scarpe in otto. Di libertà parlò loro Eusebio, il sarto comunista del paese, che a fine guerra li iscrisse tutti al partito con una tessera cumulativa famigliare, pagata con un sacco di grano. Peggio, se possibile, se la passava Valentino Bortoloso, undici fratelli perché il padre Paolo (“un bigotto”) doveva salvare la sua anima. Dormivano tutti nello stesso letto con il più piccolo che aveva la meningite: il padre arrivava ogni tanto ad alzargli la palpebra e con un fiammifero faceva luce per vedere se era ancora vivo.

Questo sono anche i partigiani, la testimonianza di un mondo che non esiste più. Quando firmano la liberatoria per l’utilizzo dell’intervista (rigorosamente prima il cognome e poi il nome) lo fanno con calligrafia magari tremula, ma impeccabile. Racconta di una scuola dove si partiva a fare le aste, una scuola che per molti è finita alla terza, massimo quinta elementare. Nel mondo che non esiste più, le signore per l’intervista mettono un filo di perle mentre sul tavolino aspetta un vassoio con i bicchieri girati e un cabaret di biscottini. Ti regalano marron glacé o amaretti, a volte una torta fatta in casa.

Le partigiane sono un capitolo spinoso nella storia della Resistenza. Durante la guerra hanno dato un contributo determinante, ma subito dopo sono state messe da parte. Per avere l’attestato di partigiano c’erano precisi requisiti (un certo numero di mesi in montagna, aver partecipato ad azioni armate) che la maggior parte delle donne naturalmente non aveva. Dalle sfilate della Liberazione furono estromesse (“il popolo non capirebbe” aveva sentenziato niente meno che Palmiro Togliatti). O, se sfilavano, che almeno togliessero i pantaloni e indossassero le gonne. Così ogni contributo femminile è finito nella generica categoria di staffetta. C’è chi come Lidia Menapace o Teresa Vergalli combatte da anni perché il ruolo femminile sia riconosciuto. Una è sottotenente, l’altra mostra il foglio matricolare in cui viene definita partigiano combattente. Ma molte iniziano l’intervista minimizzando: mah, io ho fatto poco… Scopri poi che il poco era passare i posti di blocco dei nazisti, fare decine di chilometri in bicicletta, nascondere partigiani e soldati alleati, mangiare e ingoiare i messaggi se incappavano in un controllo. Molte cedono a un vezzo: ero una bella ragazza, sa? I fascisti mi facevano passare.

E come le donne, i bambini. Tanti dei nostri intervistati sono saliti in montagna a un’età inconcepibile per i nostri protettissimi e seguitissimi figli e nipoti: 13, 14, 15 anni. Ma forse la storia più impressionante è quella di Gustavo Ottolenghi: di famiglia ebrea, il padre decide una sera che devono dividersi per non farsi prendere tutti insieme. Lui torna a Torino dove entra nel CLN, la madre va in montagna con una brigata partigiana, Gustavo viene affidato ad un’altra brigata. Ha 11 anni. L’appuntamento dice il papà, “se sopravviviamo tutti”, è a guerra finita al monumento del Duca D’Aosta in piazza Castello a Torino. Arriva la Liberazione: Gustavo è sotto il monumento. Ci sta tutto il giorno. Non arriva nessuno. Il secondo giorno, idem. Il terzo giorno, di lontano, una figura che riconosce . Suo padre. E poco dopo, sua madre…

E così quando mio figlio mi chiede: “Mamma, ma piangi sempre quando senti queste interviste”? la risposta è facile. Non piango, mio protettissimo e seguitissimo bambino, mi commuovo.

di Laura Gnocchi

da Il Venerdì de la Repubblica – 17 aprile 2020

Fonte: Anpi – https://anpi.it/a2303/

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