Quando la solidarietà non basterà più

La fase due degli ultimi.

Che sia il quattro maggio o qualunque altro giorno di primavera o d’estate, una cosa è certa: nella fase due della pandemia i poveri resteranno poveri, gli affamati continueranno ad avere fame.

Nel frattempo però si sarà esaurita quella magnifica spinta alla solidarietà che ha animato per mesi cittadini e associazioni. Anche quelle ciurme meravigliose di volontari saranno costrette a tornare a lavorare, a cercare lavoro, a studiare, a riprendere progetti interrotti, iniziative sospese. I soldi che all’inizio venivano donati con esagerata generosità inizieranno a scarseggiare. Tv e giornali inizieranno a parlare d’altro.

Pochi però, di quelli che si erano messi in fila per chiedere il pacco della spesa, torneranno ad avere un reddito bastevole a fare la spesa per tutti i membri della famiglia. Ma per loro, tragicamente, rischierà di non esserci più alcuna porta aperta alla quale chiedere aiuto. L’assistenza spontanea finirà per migliaia di motivi, uno più valido dell’altro, uno più giusto dell’altro.

I poveri, che erano poveri da ben prima che arrivasse il virus, torneranno a nascondersi e ad arrangiarsi, spinti ai margini da migliaia di pacche sulle spalle, parole commosse e bestemmie contro chi governa.

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Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino” Elsa Morante, Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito) .

Chi ha distribuito un pacco di spesa, chi ha alleviato le sofferenze anche di una sola famiglia, chi ha fornito un biberon a un neonato, un piatto di riso a un senza tetto, merita l’applauso e la riconoscenza incondizionata di tutte e di tutti.

Ma è tempo di esigere che la nostra comunità, che ha scelto di essere Stato e Repubblica, fornisca a tutti gli strumenti per vivere dignitosamente: senza mettersi in fila per chiedere una busta della spesa. Era urgente ieri, è urgente oggi.

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Le Istituzioni non sono chiamate a organizzare l’elemosina ma a garantire diritti. Il cataclisma economico che ha scatenato l’emergenza sanitaria sta rivoluzionando radicalmente le politiche degli Stati, che si stanno già muovendo per destinare risorse per dare sollievo alle attività economiche e ai lavoratori. Ma la povertà che si è messa in fila perché non aveva di che mangiare sarà solo sfiorata da misure che riguardano l’economia legale, i lavoratori contrattualizzati, le persone che hanno piena cittadinanza. Chi era ai margini resterà ai margini se non si approfitterà della ripartenza per imboccare una strada diversa, che non lasci davvero nessuno indietro.

È ora (non domani) il tempo di affrontare seriamente il tema delle povertà. Proprio mentre distribuiamo i pasti, mentre raccogliamo le offerte, i generi alimentari. Mentre rispondiamo alle telefonate di aiuto, mentre ascoltiamo le impellenti esigenze delle persone. È ora il tempo di dirci che tutto questo può bastare ora ma non potrà durare in futuro. È ora il tempo di dirci che non possono essere le associazioni a reggere da sole il peso dei servizi sociali di una comunità. È ora il tempo di trovare gli strumenti più efficaci per affrontare nel medio e lungo termine le emergenze di chi non ha nulla. Di chi rischia di restare per sempre schiavo del suo stato di bisogno, con tutto quello che, di drammatico e violento, ciò comporta in un territorio come il nostro.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/JkOF6g6m9wc/

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