Il tabù delle adozioni arcobaleno

Il matrimonio gay ormai è una realtà in tutti i paesi civili, compreso il nostro. Ma ancora per la parità effettiva c’è molta strada da fare.

“In Svezia le adozioni per la nostra categoria sono all’ordine del giorno e nessuno si permette di fare differenze sociali, perché la cultura è diversa, la mentalità è diversa. Perché qua no? Perché dobbiamo scappare dal nostro paese per essere riconosciuti entrambi come genitori?”.

La disperazione di Marco e Antonio, una giovane coppia catanese che da tempo lotta per la paternità, parte dal principio della legge Cirinnà. Infatti, pur essendo legalizzati i matrimoni omosessuali, a livello giuridico non si può dire lo stesso per le adozioni. Queste ultime non sono escluse formalmente, ma si lascia un piccolo barlume di luce nell’articolo 44 d della legge sulle adozioni del 1983, dove si consente l’adozione anche senza tutte le condizioni preadottive necessarie. Se, insomma, il solo ed unico genitore dichiarato può prevedere un sostentamento adeguato alla crescita del bambino, la magistratura può decidere se concedere o rifiutare l’affidamento.

Ma la legge non può ancora oggi andare ad interpretazione e, di conseguenza, il peso di tutto ciò va a ricadere sull’altro genitore non riconosciuto dallo stato. Nel 2016, le famiglie arcobaleno censite in Italia sono soltanto lo 0,5% del totale, intorno alle 8000 unità. Di queste, soltanto 500 dichiarano la presenza di minori in affidamento con patria potestà unilaterale. Il senso di genitorialità è sempre stato un elemento preponderante nell’essere umano, tanto che Marco, “padre in effetti e scapolo in teoria”, dichiara che “non è possibile nel 2020 negare questo fattore, andando a marcare una diversità sempre meno distinta”.

Il riconoscimento di una vera e propria famiglia arcobaleno, in Italia, è stato combattuto in più occasioni dalle forze politiche di centrodestra, a partire dal Congresso di Verona sui cosiddetti “handicap congeniti”: ma la realtà nel resto del mondo è ben differente. Paesi come il Canada, l’Australia e il Sudafrica hanno riconosciuto i dirittu della famiglia arcobaleno omosessuali da più di dieci anni, mentre addirittura in Svezia la pratica è legale dal lontano 2003, ben diciassette anni. L’associazione americana di psicologia, psichiatria e pedagogia, dal canto suo. si dichiara “fortemente sfavorevole alla discriminazione e alla minoranza di una famiglia con genitori omosessuali, poiché la serenità non dipende dalla sessualità degli stessi”.

Il concetto di “discriminazione” non è insomma insito nella natura umana: è proviene non tanto da una naturale distinzione, ma è arbitariamente prodotto, di volta in volta, da questa o quella cultura. “Per strada tutti mi guardano male se do un bacio al mio compagno, figuriamoci se usciamo con i nostri bambini”- conclude Marco – “Se ancora oggi, dopo millenni di storia, c’è chi vede l’omosessualità come tabù, allora bisogna fare non uno, ma dieci passi avanti sulla via dei diritti e del progresso”.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/Ib5Lmv_1nfo/

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