Anima 2020 e l’uso sociale dei cartoni animati: “New neighbours”

A marzo, poco prima che il Covid-19 cambiasse la vita al mondo, ho avuto il piacere di partecipare all’edizione 2020 di ANIMA, il festival internazionale del cinema di animazione che ogni anno porta a Bruxelles il meglio della produzione mondiale di cartoni animati e cortometraggi.

ANIMA1

Con uno sguardo attento ai racconti di realtà che passano attraverso l’animazione, nel programma di quest’anno ho avuto modo di apprezzare due lungometraggi animati ambientati nell’Afghanistan dei talebani. Sono “The Breadwinner” (coprodotto da Angelina Jolie) dove si racconta la storia di una ragazzina di 11 anni che vede la sua famiglia disgregata per le prepotenze del regime, e “Les hirondelles de Kaboul“, (presentato anche a Cannes), che colloca nel medesimo contesto l’esperienza di una giovane artista che continua a dipingere nella sua cella anche dopo essere stata arrestata dai talebani.

Per quanto riguarda le produzioni italiane, due cortometraggi in programma al festival ci hanno fatto riflettere sulla xenofobia e sulla violenza domestica. Si tratta rispettivamente di “New Neighbours”, un’opera di Sara Burgio, Andrea Mannino e Giacomo Rinaldi, e “Clean Conscience” realizzato da Francesco Corrado, Sara Binetti, Simone Stassano e Francesca de Toni.

Ho voluto intervistare questi giovani autori per raccogliere la loro esperienza e la loro visione dello stato di salute e delle prospettive di un settore artistico dove l’Italia ha fatto e continua a fare scuola, perché le nuove relazioni e la nuova organizzazione sociale che dovremo costruire dopo la pandemia andranno raccontate, immaginate e visualizzate anche col linguaggio del cinema di animazione. Pubblicare su un blog mi ha consentito di riportare senza troppi tagli, eccessi di sintesi o limiti di lunghezza la grande quantità di informazioni, riflessioni e stimoli raccolti tra questi giovani autori. Di seguito i contributi che ho raccolto tra gli autori di “New Neighbours”, mentre gli autori di “Clean Conscience” sono intervistati qui.

Entrambi i gruppi di autori si sono conosciuti al CSC, il “Centro Sperimentale di Cinematografia” di Torino, già presente al festival Anima nel 2017 con Chiara Magri, coordinatrice del corso triennale in cinema d’animazione. “Ho affrontato il test di ammissione al Centro Sperimentale ignara di cosa mi sarei trovata davanti – racconta Sara – ed ho avuto la gran fortuna di scoprire, a conti fatti, che l’animazione mi calzava come un guanto e mi rendeva felice“. Per Giacomo la passione per il linguaggio visuale è nata cercando quadrifogli con la nonna, che lo incoraggiava a cercare i tesori nascosti nei dettagli: “osservavo ogni cosa, per approfondirla, studiarla, capire i suoi segreti – spiega Giacomo – a volte guardavo per ore la danza di una foglia che stava per staccarsi dal suo ramo. Forse perchè mi sentivo così“. Per Giacomo, che ha praticato da sempre il disegno umoristico, “quando mi sono imbattuto nel CSC di Torino ho avuto un’epifania“, ed è così che la sua passione ha incontrato quella degli altri due autori del cortometraggio, presentato come progetto finale per il loro diploma.

[embedded content]

CARLO GUBITOSA: La scelta di un tema così attuale e controverso come la xenofobia per il cortometraggio “New Neigbours” emerge dall’esperienza personale di qualcuno di voi o è stato semplicemente un modo per dire la vostra su un argomento dal quale ormai è difficile sfuggire?

GIACOMO RINALDI: A Torino ho assistito ad una scenata di una signora che urlava sull’autobus per far scendere una donna africana e i suoi due figli. e con l’aiuto di altri ci riuscì, la signora africana scese. Vi giuro che non credevo fosse possibile, sembrava di essere negli anni ’60. la xenofobia è un cancro che si attacca al pregiudizio della gente. Noi speriamo che questo film possa far risvegliare un po’ di consapevolezza in giro, su quanto sia inutile e stupida la xenofobia, anche se penso che sia molto difficile sfuggirne.

ANDREA MANNINO: Osservando focolai di estrema destra, suprematismo bianco, crisi economica, minaccia di muri sia al Brennero che in Messico, molti pensano che la storia sia tornata indietro agli anni 30 del secolo scorso. E così mi sono detto: chissà come sarebbe parlare del razzismo di oggi in un cartone animato fatto come se fossimo negli anni 30!

SARA BURGIO: Il soggetto del corto proviene dalla percezione di un clima collettivo che si dimostra sempre più incline alla xenofobia e “indulgente” verso molte forme di discriminazione. Un clima in cui il razzismo, in Italia, non è più un tabù, ma una posizione politica da sbandierare spavaldamente. Abbiamo voluto dire la nostra sull’argomento estremizzando gli stereotipi sugli xenofobi che abbiamo dalla nostra prospettiva, fino a renderli cifra stilistica del film.

CG: Nel vostro cortometraggio temi “pesanti” come l’odio, il razzismo, l’integrazione e la convivenza pacifica sono incarnati in un linguaggio grafico “leggero” e ingenuo, che ricorda i cartoni di Betty Boop e Popeye prodotti negli anni 30 dagli studi Fleischer. Come siete arrivati a questa scelta estetica e stilistica? Questi cartoni facevano parte del background della vostra infanzia o li avete scoperti successivamente nei vostri studi di animazione?

AM: Lo stile scelto è parte integrante del messaggio. Conoscevo solo Braccio di Ferro e qualche Silly Symphonies, ma durante la realizzazione del film abbiamo fatto un’immersione di cartoons americani di quegli anni, studiandone i singoli fotogrammi, per capire bene come venivano impostate le animazioni. Abbiamo scoperto che nei primi anni in cui l’animazione assumeva un taglio “industriale”, non c’erano ancora delle vere e proprie regole per animare: gli animatori seguivano l’istinto, non era ancora nato lo stile “naturalistico” Disney poi diventato standard. In quel tipo di animazione nota come “rubber hose” (tubo di gomma). In pratica i personaggi non erano animati come se avessero articolazioni o se esistessero delle leggi fisiche precise da rispettare, erano solo pupazzi di gomma che si prestavano per realizzare sketch di intrattenimento.

GR: Questi cartoni erano parte della mia infanzia, ma li abbiamo approfonditi durante i nostri studi. Guardare le cose da un altro punto di vista e con età differenti aiuta a comprenderle, mettendo in gioco le esperienze e i pensieri della tua parte adulta per incastonarle nelle impressioni della tua parte bambina. E parlando di bambini e adulti, quale scelta estetica migliore, se non quella che ha fatto parte di te in entrambe le parti?

SB: Anche se i cartoni degli anni trenta non hanno fatto parte dell’infanzia di tutti noi, al gruppo è stato chiaro fin da subito che attingere a quello stile sarebbe stata una scelta vincente per il corto. Lo stile “alla Popeye” e l’animazione “rubber hose” hanno costruito il tono “leggero” del film, che lo rende accessibile ad un pubblico estremamente più ampio degli appassionati di animazione, ed è il modo visivo di riflettere su quanto gli anni 30 siano “ritornati” in alcuni dei loro aspetti culturali.

CG: Qual è stato il ruolo del Centro Sperimentale di Cinematografia di Torino nella realizzazione di questo cortometraggio, e nel vostro personale percorso professionale? Quali sono state le reazioni dei vostri professori di fronte alla scelta di un tema così “politico”?

AM: Il CSC ci ha fornito una tutor che ha seguito tutto l’iter di realizzazione del corto, nel nostro caso si tratta di Eva Zurbriggen. Inoltre ha messo a nostra disposizone degli incontri con professionisti del settore affinché ci dessero dei feedback. Da ultimo e più nel concreto, la parte sonora del film è stata curata da un compositore e da un sound designer professionisti, che collaborano con la Scuola da molti anni: Fulvio Chiara per la musica e Paolo Armao (per ZeroDB Studio) per la parte di sound design. A fine percorso, la scuola ci ha permesso di fare dei colloqui con alcuni studi di animazione italiani dove fare uno stage. Quanto alle reazioni dei prof, il tema è piaciuto fin da subito. Coniugare la denuncia sociale con un trattamento leggero e divertente, che strizza l’occhio a “chiunque”, può essere un ottimo veicolo di circolazione dei messaggi. Pensare che un sacco di xenofobi e sovranisti si siano ritrovati a guardare un film che si prendeva gioco di loro è qualcosa di spassoso. Certo sarebbe stato ancora più bello se il film li avesse turbati al punto da fargli rivedere le proprie posizioni ideologiche. Ma non credo sia facile fare un film con questa ambizione. Forse Jo Jo rabbit di Taika Waititi ci è andato vicino quest’anno, ma xenofobi e sovranisti non guardano Waititi.

CG: Quest’anno al festival “Anima” non c’erano lungometraggi italiani, e perfino lo studio francese “Prima Linea”, che ha prodotto il magnifico lungometraggio “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, è entrato in liquidazione lo scorso 7 febbraio. Di fronte a questo scenario poco promettente, qual è il serbatoio di ottimismo e di entusiasmo a cui deve attingere un giovane animatore? La dimensione internazionale e il circuito dei festival possono aiutare?

GR: Non credo che questo si possa definire uno scenario poco promettente anzi, direi il contrario. Il fatto che l’Italia non si sforzi per supportare i giovani animatori è un motivo in più per battere un sentiero poco praticato. La difficoltà sta nel distinguersi e per poter far ciò bisogna ricordarsi che non esiste alcun aereo che decolli con il vento in coda.

AM: Il circuito dei festival diffonde cultura, ma resta un mondo di nicchia. Quanto agli studi di produzione che chiudono, bisogna dire che l’animazione costa e l’apparato cinematografico sta cedendo sempre più il passo alle piattaforme streaming. Probabilmente ci vorrebbe uno stato o un ente sovranazionale che finanzi il cinema d’animazione. L’Europa, con Europa Creative Media, qualcosa sta facendo. Mentre l’Italia deve ancora carburare. Per fortuna ci sono realtà che si stanno impegnando per smuovere le cose, come Cartoon Italia, l’Associazione Nazionale dei Produttori di Animazione. I giovani animatori hanno tante possibilità, soprattutto se si specializzano in qualcosa di preciso (storyboard artist, animatore 2D, animatore 3D, character designer, concept artist). Il futuro è nella specializzazione, almeno nell’industria. Se invece vogliamo parlare di animazione e autorialità, per i giovani italiani è innegabile che sia un po’ un casino, specie se si guarda a una sinergia tra giovani autori o autori indipendenti e industria. Ma col tempo le cose potrebbero cambiare.

SB: E’ vero, quest’anno non c’erano lungometraggi italiani in selezione ad Anima, ed è anche vero che questo tipo di produzioni sono ancora poco diffuse da noi, rispetto a quanto accade in molti altri paesi europei. L’Italia ha ancora molto da lavorare per poter offrire le stesse condizioni e le stesse opportunità di mercato per l’animazione che si verificano altrove, ma sicuramente ci sono delle forze che operano e spingono affinché questo, presto o tardi, accada. In più lo spostamento del consumo dei prodotti dell’audiovisivo dalla televisione alle piattaforme di streaming a pagamento (Netflix, Amazon Prime, Disney+ e tutte le altre) apre nuove ed amplissime possibilità, offrendo un’opportunità di espansione senza precedenti ai prodotti animati per giovani-adulti e adulti (target +15), una direzione che personalmente trovo sacrosanta, auspicabile e soprattutto permette di arricchire gli orizzonti visivi e di contenuto (oltre che quelli di mercato) di un medium ancora troppo spesso considerato esclusivamente “per bambini”.

Rispetto ad altri paesi europei, tra il pubblico italiano l’animazione resta più ancorata alla definizione di “prodotto per l’infanzia”, approccio ormai anacronistico e limitato. Un approccio che è anche controproducente, e genera un circolo vizioso per cui, tra orari di programmazione, palinsesti e senso comune, i prodotti animati vengono proposti solo ai bambini, e di conseguenza le produzioni nostrane si limitano a creare per quel tipo di pubblico, frenando qualunque innovazione. All’estero ho percepito un approccio diverso, ed è anche per questo che sono convinta che un occhio attento alla scena internazionale, in primis europea, sia estremamente importante per un giovane animatore.

Personalmente, ho fatto la scelta (ed ho avuto l’opportunità) di partire alla volta del Regno Unito appena conclusi i miei studi al CSC. Una scelta senza dubbio faticosa sotto molti aspetti, ma che mi ha fatto crescere in maniera importante, dal punto di vista professionale ma anche, soprattutto, da quello personale. Ho lavorato a Londra ed ora sono a Parigi: consiglio e consiglierò sempre ai giovani che si affacciano a questo mestiere di mantenere un’apertura costante verso la scena dell’animazione europea, essere informati riguardo a cosa succede e a cosa viene prodotto, “frequentare” quegli ambienti anche se si opera in Italia, con lavoro da remoto oppure tramite i festival. A parte Annecy, il più grande festival francese di animazione, ci sono tanti eventi di settore come Cartoon Springboard, Cartoon Forum e Cartoon Movie, Open Workshop e tanti altri bandi, residenze e opportunità disponibili.

Questa apertura, mentale e concreta, richiede tempo, molte energie e competenze avanzate nelle lingue straniere (almeno l’inglese), ma dal mio punto di vista è un atteggiamento fondamentale per ampliare le proprie possibilità, in una professione in cui le sfide di precarietà e lavoro intermittente sono sempre dietro l’angolo. Una prospettiva internazionale aiuta anche a rompere l’isolamento per sentirsi parte di una comunità piccola ma estesa, composta da persone che affrontano quotidianamente le stesse insidie di questa professione variegata e che possono rendere questo viaggio più bello e più interessante.

Condividi:

Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/05/10/anima-2020-1/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *