Una grande opera: la scuola di tutti

Per spalancare le porte della scuola a piattaforme nate per essere vendute a clienti sono bastati pochi minuti. Non sembra invece esserci tempo per decidere di aprire i cancelli degli edifici scolastici a ingeneri, tecnici, operai, associazioni di genitori e dirigenti che spieghino le esigenze del fare scuola, per ipotizzare una formazione dicendo addio per sempre alle classi numerose e un piano straordinario di reclutamento di personale. Abbiamo bisogno di pensare l’educazione diffusa, come da tempo argomentato sulle pagine di Comune, ma anche di prenderci cura con urgenza delle scuole pubbliche. Eccola la grande opera di cui dovremmo tutti occuparci

Foto di kyo azuma, tratta da Unsplash

Per chi insegna lo scandalo dell’inuguaglianza ha volti, nomi e cognomi, radicati nella sua memoria fin primi anni in cui è andato a scuola, quei ricordi lontani che il mestiere ha più volte riportato alla luce, ha volti e nomi che hanno attraversato, e spesso segnato, la sua esperienza, volti e nomi di chi, ai tempi della didattica di emergenza, è aggrappato con mezzi di fortuna alla sua classe, volti e nomi di chi resta in silenzio perché non ha adulti al suo fianco, volti e nomi di coloro che sono scomparsi o addirittura non sono mai stati presenti. Lo scandalo della disuguaglianza ha anche delle cifre e le più ottimistiche gridano comunque allo scandalo, anche perché le cifre, oltre che al milione e mezzo di giovanissimi corpi lasciati indietro, non fanno riferimento alle tante zone d’ombra che sono emerse in questo straordinario e al tempo stesso terribile rapporto tra presenza e assenza nella quasi quotidiana, diurna e notturna, scuola delle distanze.

Lo scandalo degli scandali però è quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, con le aule delle nostre scuole deserte, avvolte dentro e fuori dalla ragnatela di chiacchiere in libertà, lo scandalo delle dichiarazioni di principio, proclami apologetici sull’informatizzazione ma inerzia e silenzio spettrale su cosa si dovrebbe fare per restituire la scuola a tutte e tutti quelli che legittimamente la devono abitare. Abbiamo dovuto subire anche le umilianti dissertazioni sull’ignoranza o la mancata formazione delle maestre. Ma che se ne stiano tutti tranquilli, per imparare a usare le piattaforme fatte per essere vendute a clienti di tutto il mondo è bastata qualche notte e qualche giorno, mentre le più brave maestre e i più bravi maestri sanno che non basta una vita per insegnare meglio di come si è fatto. E sono loro, quelle e quelli che non hanno mollato, quelle e quelli che hanno trascorso e trascorrono quotidianamente in rete, al telefono, in video o in voce, una quantità di tempo superiore a ogni previsione possibile con classi intere, gruppi di alunne e alunni, genitori, colleghe, dirigenti e burocrazia scolastica, che ci dicono in maniera chiara e distinta, come fanno centinaia di docenti bolognesi, che “ora, dopo nove settimane di esperienza possiamo e vogliamo dirvi che il re é nudo: la didattica a distanza non esiste... le lezioni messe in campo… sono un surrogato di cattivo sapore di ciò che é la didattica che realizziamo quotidianamente a scuola”.

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Una sentenza senza appello da parte di chi nella scuola pubblica ci mette anima e corpo (e sì, certo, lo dico per tranquillizzare i tuttologi che sputano sentenze senza conoscere l’argomento, esistono qua e là anche gli “imboscati”, i famosi uomini che mordono i cani che permettono a qualche indignato della domenica di spargere fango sul lavoro di centinaia di migliaia di persone di scuola.) Alla luce di quello che è emerso in questi mesi, e lo dico ancora, alla luce dei nomi e dei volti di quelle alunni e alunni presenti o lontani, c’è l’urgenza assoluta di ricominciare la scuola a settembre in luoghi dove corpi, emozioni, ansie, paure e gioie, scoperte ed incertezze si incontrino e si parlino negli occhi, ed è semplicemente immorale non avere già un piano ora che definisca tempi e modi di un intervento adeguato.

La scuola è un percorso di apprendimento che ha bisogno di tre dimensioni, lo spazio, il tempo e la relazione. Ora come non mai, grazie alla tragica prova a cui siamo sottoposti, è il momento di ripensare a ognuna di queste dimensioni. Per questo è inaccettabile che le scuole siano vuote in questi giorni. Io non vorrei le scuole restassero vuote neanche in maggio. Le vorrei con dentro ingegneri, tecnici dei Comuni e delle città metropolitane, architetti, con insegnanti e dirigenti che spieghino le esigenze del fare scuola, operai pronti a intervenire per ampliare dove si può, per tirare giù muri e fare se serve prefabbricati, costruire con le tecniche più moderne altri edifici, progettare e mettere in sicurezza luoghi nel territorio per utilizzarli ai fini scolastici, ipotizzare una formazione delle classi che dica addio per sempre alle classi numerose e un piano straordinario di reclutamento di personale.

Se non si lavora da subito per aprire le scuole a settembre e in sicurezza la situazione sarà drammatica, perché come abbiamo visto in questi mesi di doverosa e necessaria didattica di emergenza, e come ci hanno spiegato insegnanti che in questi mesi l’hanno realizzata, come ci hanno raccontato anche tante madri e padri, stiamo perdendo non tempo ma persone, in particolare i più fragili (e le fragilità sono anche quelle più insospettabili).

Pensare di tornare a settembre immaginando meno scuola, orari ridotti e didattica a distanza sarebbe già una resa. Se non si lavora per una vero ritorno a scuola rischiamo di provocare una lesione culturale e sociale soprattutto in quelle fasi decisive della crescita della persona che sono l’infanzia e l’adolescenza. Per questo la ricostruzione della scuola pubblica, delle scuole pubbliche, deve essere la nostra grande opera.


Mirco Pieralisi, insegnante


Fonte: comune-info – https://comune-info.net/la-scuola-di-tutti-come-grande-opera/

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