Mi chiamo Rashad
Foto di hosny salah tratta da Pixabay

Un treno si avvicina alla stazione. Un treno piccolo della Val Venosta. Un treno lento per fortuna. Perché riesce a fermarsi in tempo. Rashad si è buttato sui binari. Rashad ci racconterà che era tanto stanco. Viene accompagnato in psichiatria, ma dimesso subito perchè senza documenti. Non ha diritto nemmeno al dormitorio notturno. Perché senza documenti.

Rashad è nato a Gaza. Ha quarantaquattro anni e due occhi azzurri che sorridono sempre, anche quando Rashad è stanco.
Il padre lo ha portato fuori da Gaza quando Rashad era un bambino di cinque anni. Hanno vissuto assieme in Libia per tanti anni. Poi il padre si ammala e decide che da solo il figlio sarebbe stato meglio in Europa. Organizza il viaggio e Rashad raggiunge l’Italia con un gommone.

Ha vissuto in strada per otto anni. Conosce la vita di strada. Non conosce cosa voglia dire avere un’identità e dei documenti.

Presenta richiesta di protezione internazionale. La questura non accetta la richiesta. In questura parlano di espulsione verso Gaza…

Presenta ricorso. Lo vince. Ha un documento. C’è un pezzo di carta che porta il suo nome e il suo cognome. E il luogo di nascita: Palestina.

Si presenta in Commissione per l’audizione. La Commissione decide che Rashad non conosce abbastanza bene la storia della Palestina e gli nega la protezione internazionale.

Rashad di sé ha tre certezze, il suo nome, la bontà di suo padre e di essere Palestinese di Gaza.

La storia di Rashad è la storia di molti, colpiti da politiche di chiusura e marginalizzanti.


Questa storia viene da Bolzano: a raccontarla è Emira Kola, operatrice sociale, impegnata anche nel Forum per cambiare l’ordine delle cose. L’area del Sud Tirolo, in Trentino-Alto Adige, è sempre più terra di transito e di confine: qui si manifestano le conseguenze della politica europea di chiusura in materia di asilo e migrazione. Dal 2014 le stazioni ferroviarie di Brennero e Bolzano sono diventate luoghi di passaggio per molti profughi diretti verso nord, ma anche luoghi di controllo e di blocco dove molti sono costretti anche a presentare la richiesta di protezione internazionale, negandogli cosi la libertà di movimento e alla fine anche il diritto di protezione. Come in molti luoghi di frontiera, oltre a sperimentare le peggiori politiche di respingimento le persone si trovano bloccate, senza ricevere alcun tipo di assistenza.


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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/mi-chiamo-rashad-vengo-da-gaza/

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