Fare tutto in modo diverso

Siamo già in un nuovo territorio: la vita come la conoscevamo è finita. In quale direzione andremo? Intorno a noi e dentro ognuno di noi prevale la paura. La rigida disparità di classe è più forte che mai. Se sempre più persone in tutto il pianeta hanno bisogno di fare due o tre lavori, a chi importa? A quelli che sono in alto importa solo che si continui a pagare. Nello stesso tempo molti di noi hanno avuto, in queste settimane, l’opportunità di rivalutare i propri “bisogni” e di riscoprire la cucina fatta in casa, il piacere di conversare con amici e vicini di balcone, la gioia di leggere, scrivere, dipingere, suonare, stare con i propri pensieri. “Abbiamo bisogno di un processo pubblico che inviti tutti a pensare a come possiamo fare tutto in modo diverso… – scrive Chris Carlsson – Ricarichiamo le batterie, alimentiamo il nostro spirito creativo, abroghiamo e rimuoviamo il potere del denaro… Poi ripetiamo l’operazione se necessario”

È il 12 aprile e siamo ancora in quarantena, che è stata estesa fino al 3 maggio. Probabilmente potrebbe essere estesa fino a giugno, chi lo sa? Non abbiamo alcuna possibilità di partecipare a queste decisioni, provengono solo misteriosamente dalle “autorità”. Ci fidiamo di loro? Chi sono esattamente? Come possiamo avere un processo più democratico in questa situazione? Mentre tutto sembra andare a pezzi, dov’è la nostra rappresentatività in questo momento? Le vecchie abitudini fatte di passività, fiducia cieca nell’autorità e il nostro generale isolamento da qualsiasi tipo di impegno nelle dinamiche più ampie che modellano le nostre vite, tendono a dominare la nostra esperienza. Dobbiamo assolutamente cercare di trovare un altro modo.

Sono fuori tutti i giorni, in bicicletta o camminando per le strade, salendo su per Bernal Heights, godendo degli incontri fortuiti con vecchi amici qua e là. Sto anche seguendo delle conversazioni via e-mail, che si sono allungate a dozzine di missive, facendo emergere una gran varietà di collegamenti e analisi intelligenti.

A San Francisco, ad oggi, abbiamo ancora meno di 1.000 casi e solo una dozzina circa di morti, su una popolazione di circa 800.000. Gli abitanti di San Francisco sono stati molto cooperativi e adattabili e si sono impegnati in un processo autogestito di distanziamento fisico e riorganizzazione della vita quotidiana. Tutto questo è decisamente anarchico! Sì, il governo ha istituito la quarantena a metà marzo. Ma molte persone la stavano già facendo prima di allora, e non appena è uscito il decreto, sembra che la stragrande maggioranza della città l’abbia prontamente rispettato. Fa parte del motivo per cui mi piace vivere qui. Penso che ce la possiamo fare. Siamo in grado di intraprendere insieme azioni di buon senso, senza coercizione o applicazione forzata. Ho fatto esperienza di tanti momenti di collaborazione tra le persone, di gentilezze, di farsi da parte su un sentiero o tra gli scaffali di alimentari un po’ più affollati, aspettando qualche metro indietro o in un angolo per non accalcarsi. È notevole! È vera anarchia, anche se su scala molto piccola.

Abbiamo anche avuto l’opportunità di rivalutare i nostri “bisogni”: generi alimentari, articoli da toeletta, trasporti, comunicazioni, alloggio, famiglia/persone care. Alcuni di noi aggiungono alcune cose come libri, riviste, biciclette, aria fresca e lunghe passeggiate, musica, vicini di cui possiamo fidarci e su cui contare. E poi ovviamente le infrastrutture su cui tutti continuiamo a fare affidamento e che troppo spesso diamo per scontate: acqua potabile e fognature in cima a tutte. E di sicuro, dipendiamo tutti dall’assistenza medica quando ne abbiamo bisogno, ma in questo sistema statunitense incasinato, si tratta di pagare in anticipo per l’assicurazione e/o di potersela permettere quando ne hai bisogno. L’assistenza medica non è in alcun modo un diritto o una certezza. Ma la frenetica corsa per l’ultima moda o le ultime novità, per vedere uno spettacolo, una band, una partita, è svanita. Certo, probabilmente torneremo a godere di tutto ciò di nuovo in futuro, ma è interessante vedere come l’assenza di queste comodità e divertimenti ci ha lasciato… forse non più ricchi, ma sicuramente non più poveri.

Durante
questo periodo di quarantena, così tante persone hanno riscoperto:

• il piacere della cucina fatta in casa (e riscoperto il tempo per farlo bene!);

• il piacere di una passeggiata nel quartiere e le conversazioni con amici e conoscenti “dal balcone”;

la gioia di leggere un buon libro o una rivista;

• vecchi stimoli creativi come dipingere, suonare uno strumento o scrivere, che finalmente si è trovata l’opportunità per coltivare di nuovo;

• il tempo di stare con i propri pensieri.

E
tanti altri aspetti di una vita vissuta pienamente…

Mentre alcuni pensano alle conseguenze a lungo termine di questo arresto economico globale senza precedenti, sembra che molti ritengano che tutto tornerà alla “normalità” in un futuro non lontano. Personalmente, non faccio parte di questa cerchia. Penso, invece, che siamo già in un nuovo territorio e che la vita come la conoscevamo sia finita. Molti dettagli di quella vita permarranno anche nel futuro, ma la struttura profonda delle nostre vite verrà ridisegnata. La grande questione, che risale a più di un secolo fa, è: in che direzione andremo? Verso un qualche tipo di socialismo (preferibilmente e necessariamente una versione verde, sensibile al clima) o verso la barbarie? Il crudele e capriccioso giocherellare di Trump mentre il paese brucia, mette in evidenza la nostra attuale situazione ai margini dell’abisso e l’urgenza di un radicale cambio di direzione.

A fronte di coloro che sono riusciti a provare una qualche forma di gioia nella chiusura delle attività economiche e nella conseguente, strana lentezza imposta alle nostre vite, innumerevoli milioni di persone sono invece piombate nella paura: in mancanza di risparmi o reti di sicurezza, ora stanno esaurendo i soldi, l’affitto non pagato, la fame che bussa alla porta. La rigida disparità di classe che c’è sempre stata, ora è più forte che mai. Quante persone hanno avuto la possibilità di rimanere a casa e affrontare questo periodo con la sicurezza di poter gestire un mese o due in questo modo e godersi questa vacanza inaspettata dalla frenesia quotidiana? Quante rispetto ai milioni di persone che sono costrette a lavorare per Instacart o Amazon o Walmart a beneficio di quelle stesse persone che stanno a casa e ordinano in modo che tutto arrivi direttamente alla loro porta grazie al lavoro di coloro che non hanno scelta? Che dire di tutti i lavoratori degli alimentari o i dipendenti di altre attività essenziali non mediche, che devono presentarsi ogni giorno a lavoro e sperare di non ammalarsi? Che dire dei crescenti tassi di contagio tra gli operatori sanitari in prima linea, che lavorano sette giorni alla settimana con protezioni inadeguate, catene di approvvigionamento just-in-time che non funzionano, ecc.? Che dire del boom delle assunzioni di Amazon, Wal-mart e altri giganti online i cui profitti stanno aumentando mentre i loro lavoratori vengono rimandati a casa con una misera paga di due settimane di malattia se vengono colpiti dal diffondersi del virus nei magazzini affollati?

Scrive Umair Haque:

Quando le società finiscono per consentire – per negligenza, follia e fallimento – che improvvisamente intere classi di persone si ritrovino permanentemente più povere, allora anche la democrazia tende a morire. Pensa alla Repubblica di Weimar. Pensa alla Russia sovietica che diventa Russia putinista. Pensa… all’America dei giorni nostri. Il trumpismo è stato una conseguenza diretta e prevedibile dell’implosione della classe media americana. È probabile che il coronavirus acceleri l’implosione dell’America nell’autocrazia.

Avremo le elezioni a novembre? Ci saranno 50 casi come il Wisconsin, con espulsioni aggressive degli elettori, chiusura dei seggi elettorali ed esclusione delle aree non repubblicane? Perfino Trump riconosce che se si consentisse a tutti di votare per posta, i repubblicani non vincerebbero più. Quindi sappiamo che il sistema democratico è fallito, ora più che mai.

Sappiamo che il sistema sanitario non solo non è efficiente, ma sta semplicemente fallendo su tutta la linea durante questa pandemia (nonostante gli sforzi eroici e poderosi di infermieri, medici e tutti gli operatori sanitari per fare tutto il possibile per affrontare la crisi). Ma è un sistema progettato per produrre profitti, non per la salute, e dipende dalla malattia e non dal benessere. 

I ricercatori erano quasi arrivati a un vaccino oltre un decennio fa, durante la crisi della SARS, ma quando l’epidemia si placò, anche l’interesse e il progetto furono accantonati: non era redditizio per le aziende farmaceutiche e politicamente appetibile per i funzionari governativi che sono ideologicamente contrari all’idea di un governo capace di fornire beni universali alla sua popolazione. E con un governo in carica di buffoni e lacchè, guidato da un anti-intellettuali iper-narcisista, che pensa di poter trattare tutto come uno show televisivo, gli analisti, i ricercatori e i politici capaci sono fuggiti, lasciando una burocrazia sventrata incapace di pianificare in anticipo o reagire agilmente alle crisi che si manifestano. Almeno ora è palesemente ovvio per la maggior parte delle persone che l’assistenza sanitaria universale è una necessità fondamentale per tutti, perché non è possibile trattare un malato pandemico in base alla sua capacità di pagare.

Anche il mercato immobiliare sta per affrontare un crollo epico, qualcosa che molti di noi si aspettavano da anni. Nel corso del XXI secolo, il capitalismo è tornato indietro a un sistema di trasferimento di ricchezza dal più povero al più ricco. Mentre per decenni questo è accaduto attraverso il meccanismo del lavoro salariato, in cui si lavorava e produceva più ricchezza del proprio salario, negli ultimi decenni il settore immobiliare è diventato un importante vettore di trasferimento di ricchezza. A dire il vero, in tutto il pianeta, il lavoro salariato è ancora un ingranaggio vitale nella macchina della redditività capitalista e senza di essa il sistema si fermerebbe. Ma mentre la deindustrializzazione si faceva strada negli Stati Uniti e milioni di persone si trovano ora occupate in modo precario in lavoretti, lavoro part-time e temporaneo, lavoratori autonomi di piccole imprese, commercio di droga e sesso, ecc., la salute finanziaria del settore bancario andava sempre più basandosi sulle entrate di ingenti somme attraverso affitti e mutui. L’incessante e notevole aumento del costo delle abitazioni, che ha superato di gran lunga qualsiasi aumento dei salari o degli stipendi, è stato usato sia per concentrare la ricchezza sia per disciplinare le classi lavoratrici. Dal punto di vista della classe dirigente, questi decenni di crescita frenetica e di redditività sono stati resi possibili grazie all’incredibile aumento della disuguaglianza. Più le persone venivano fatte lavorare più duramente e più a lungo, più i proprietari sono diventati ricchi. Se hai bisogno di fare due o tre lavori, a chi importa? A loro importa solo che continui a pagare: per l’alloggio e per ripagare i debiti in continua espansione. Vuoi avere accesso a un appartamento o a una casa o andare al college o comprare cose senza contanti alla mano? Non lasciare che la tua solvibilità scenda troppo! Mantieni i tuoi pagamenti a tutti i costi!

Anche i nostri abbondanti approvvigionamenti alimentari sembrano essere a rischio. Il New York Times dell’11 aprile ha scritto di un’incredibile quantità di cibo distrutto nei campi o scaricato nel terreno. Nel Wisconsin e nell’Ohio, gli agricoltori scaricano migliaia di litri di latte fresco in lagune e pozzi di letame. Un contadino dell’Idaho ha scavato enormi fossati per seppellire un milione di chili di cipolle. E nel sud della Florida, una regione che rifornisce gran parte della metà orientale degli Stati Uniti, i trattori attraversano campi di fagioli e cavoli, arando nel terreno verdure perfettamente mature.

La
diffusa povertà e i problemi abitativi che sono stati ignorati e
messi da parte così insensibilmente per così tanto tempo, sono ora
un treno in corsa che si dirige direttamente verso la classe media
americana. L’apparente prosperità che abbiamo ritenuto
poggiasse su un terreno solido, potrebbe benissimo sciogliersi nei
prossimi mesi.

Il nostro fragile castello di carte sta per cadere. Dal 2008, quando i titoli garantiti da ipoteca sono stati identificati come i colpevoli del disfacimento dell’economia globale, il sistema ne è uscito solo rafforzato e radicalmente ampliato. Ora i prestiti agli studenti, il debito delle carte di credito e tutti i tipi di ricchezza basati sull’indebitamento, vengono trattati come “attività” e scambiati freneticamente sui mercati globali. Le imprese hanno fortemente aumentato i loro debiti, mentre si sono impegnate in ripetuti round di riacquisto di azioni per aumentare i prezzi delle stesse per conto dei dirigenti e dei loro maggiori azionisti. Così, mentre l’ondata di fallimenti si diffonde nel settore aziendale, sarà messa in secondo piano da milioni di persone sfrattate dalle loro case per mancato pagamento dell’affitto o pignoramenti su mutui non pagati.

Ma ciò presuppone che tutti si rassegnino al proprio destino, consentendo a questo assurdo corso di eventi di svolgersi secondo le regole e la logica del mondo così come lo abbiamo conosciuto. Tali regole, basate su un’adesione quasi religiosa al “fondamentalismo del mercato“, sanciscono la proprietà privata come principio sacrosanto che non può essere messo in discussione. È decisamente arrivato il tempo di ridefinire quali principi sono fondamentali per la nostra vita.

Se mai abbiamo desiderato un momento in cui i vecchi presupposti crollassero, avendo la reale possibilità di intraprendere un nuovo percorso, questo è quel momento. Come dice abilmente Umair Haque nel suo articolo (linkato sopra), l’economia non riguarda azioni, obbligazioni e profitti aziendali, ma [dovrebbe] riguardare il potenziale umano. Abbiamo permesso alla nostra creatività presente e futura di essere condizionata dalla coercizione del debito e dal sequestro delle nostre attività di vita anche in futuro. Le nostre attività, il nostro lavoro, la nostra capacità di creare un mondo in cui valga la pena vivere, sono dominati dalla necessità di ottenere denaro per pagare tutto. Ma la nostra capacità di rendere la vita grandiosa, bella, stimolante, sorprendente, stimolante, eccitante e molto altro, è un nostro diritto di nascita. Ma ci è stato rubato dagli stronzi che sostengono che glielo dobbiamo. Ma ora tutto questo è finito: ce lo devono!

È giunta l’ora di riconoscere le enormi potenzialità delle nostre vite – insieme – per reinventare il modo in cui viviamo e il modo in cui creiamo le condizioni della nostra prosperità e benessere condivisi. Propongo di pensare alla prossima economia come “economia R”:

Riscopri, Rifiuta, Ribellati, Rivolta, Riorganizza, Riavvia, Reinventa, Ripensa, Ricrea, Ripopola, Rinnova, Ricicla, Ridistribuisci, Ripara, Riconnetti, Ripristina, Relazioni, Resiliente … (aggiungi qui il tuo)

Abbiamo molto da guadagnare imparando dal tradizionale approccio politico indigeno “restituisci, restaura e recupera beni e luoghi”, come afferma Nick Estes nel suo eccellente recente libro La nostra storia è il futuro – restituire terre ai popoli a cui furono sottratte sarebbe già un buon inizio. Ma abbiamo anche molto altro da fare… rinnovare le abitazioni per utilizzare le acque grigie anziché l’acqua potabile fresca per la rimozione dei rifiuti; discutere le politiche di cattura e stoccaggio del carbonio mentre rallentiamo il nostro iper-consumismo dei combustibili fossili e contestualmente intensificare le alternative (riconoscendo, tuttavia, che le alternative non sono una panacea e portano il loro assortimento di rifiuti tossici, un uso improprio dell’acqua, una perturbazione della fauna selvatica e altri problemi ambientali); riorganizzare lo spazio urbano in modo da poter coltivare il 40% delle nostre verdure e frutta fresche come abbiamo fatto alla fine della seconda guerra mondiale; recuperare i centri commerciali, uffici e case vuoti per convertirli in cooperative residenti autogestite basate su fondi fiduciari; ricostruire le infrastrutture per aumentare i trasporti pubblici a bassa energia e ad alta densità, andare in bicicletta e camminare; reintegrare nella società i milioni di persone che sono state costrette a vivere ai margini, con posti di lavoro scadenti e mal pagati, invitandoli a lavorare insieme per ridisegnare le nostre città e periferie per armonizzarsi con i sistemi naturali, come la messa in sicurezza dei rivi sotterranei, le zone umide e l’innalzamento dei mari; ripristinare le comunità attraverso risarcimenti e commissioni di giustizia per facilitare la radicale decarcerazione della nostra cultura; restituire il 50% di tutte le terre ai processi naturali per consentire alle altre specie di rigenerare la rete della vita da cui tutti dipendiamo. E molto altro ancora. 

Abbiamo bisogno di un processo pubblico – un processo democratico autentico e ancora da scoprire – che inviti tutti a pensare a come possiamo fare tutto in modo diverso e migliore! Ricarichiamo le batterie, alimentiamo il nostro spirito creativo, abroghiamo e rimuoviamo il potere del denaro e rinnoviamo il nostro mondo… e poi… ripetiamo l’operazione se necessario!


Chris Carlsson, scrittore e artista da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di Nowtopia (Shake edizioni) e, più recentemente, di Critical mass. Noi siamo il traffico (Memori), invia periodicamente i suoi articoli (molti dei quali raccolti sul blog nowtopians.com), a Comune.

Traduzione per Comune di Virginia Benvenuti. Titolo originale completo Praticare l’anarchia mentre lo stato si trastulla


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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/fare-tutto-in-modo-diverso/

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