Dateci il diritto a sperimentare

Saper ascoltare è un’arte difficile. Non è solo porgere l’orecchio, ma è fare spazio, è riservare un luogo e un tempo all’altro, in modo che le sue parole possano trovare rifugio. Chissà se governo, enti locali, grandi media riescono almeno a percepire, se non proprio ad ascoltare, l’immenso dibattito che da diverse settimane viene alimentato con molta speranza, umiltà e anche un po’ di genuino caos, da gruppi di genitori, insegnanti, educatori, realtà sociali e culturali. Sul bisogno di ridefinire la relazione tra territorio e scuola e di avviare sperimentazioni tra realtà di educazione informale e formale scrive ad esempio il Tavolo per l’educazione popolare. “Se i territori presentano spazi già ora in condizione di essere utilizzati, parchi, giardini, spiagge, luoghi aperti dove possibile mantenere il distanziamento e la disponibilità da parte di insegnanti di ricominciare a fare lezione, le istituzioni devono intervenire rendendo immediatamente realizzabile l’attivazione di nuovi patti educativi, che vedano insegnanti e genitori, educatori, cittadini, ma anche alunni più grandi, perché no, collaborare attivamente rendendo reale e concreto il valore della partecipazione…”

Foto di Mojca JJ, tratta da Pixabay

Le scuole sono chiuse. Questo è chiaro. Quello che non è chiaro è cosa dovesse accadere a partire da questa chiusura e cosa accadrà nel prossimo futuro. Si potevano immaginare soluzioni diverse? Si poteva mettere in conto l’articolazione di un piano che non delegasse alla buona volontà del singolo insegnante, o del singolo dirigente, il mantenimento di una relazione educativa? Difficile dirlo.

Certo è che i bambini, le bambine, i ragazzi, i loro diritti, non sono certo stati messi al centro dell’agenda politica in questo periodo e se non partirà una determinata, vasta, creativa, campagna sociale per farlo il timore è che poco cambi nel prossimo futuro.

È necessario, infatti, promuovere un’azione ampia, aprire un dibattito costruttivo, che produca un’analisi attenta su quello che è accaduto capace di offrire spunti sulla base dei quali avanzare proposte per il futuro. Ambiziose? Si, ambiziose, non è questo il tempo per superficiali palliativi, o gattopardismi che correggano in superficie quello che più profondamente viene lasciato identico a se stesso.

Che la Scuola andasse profondamente trasformata era chiaro a tutti e tutte prima della pandemia. Ora cambiarla è diventato un obbligo educativo, politico, morale, ed esigere che questo cambiamento si traduca in realtà un’urgenza, perché se ciò non dovesse accadere siamo consapevoli di come i terribili dati su dispersione scolastica, ingiustizie e diseguaglianza, siano destinati a peggiorare, catapultando tutti in una situazione sociale medievale che non possiamo permettere si verifichi.

Il neoliberismo che in questi trent’anni ha demolito gran parte delle conquiste sociali oltre ad averci lasciato una emergenza sanitaria sotto gli occhi di tutti, ha determinato un danno al sistema scolastico nazionale di cui troppo poco si parla, compromettendone la funzione democratica che a esso competerebbe.

LEGGI ANCHE L’educazione all’aperto aa.vv., Riapriamo i cancelli delle scuole G. Cantisani, Senza cornice il quadro viene giù F. Palomba e P. Sentinelli, Fare scuola fuori dalla scuola P. Nicolini, I fantasmi dell’educazione a distanza F. Lorenzoni, Una scuola libera e viva aa.vv. Una scuola oltre le mura P. Mottana e G. Campagnoli

Il
tempo è poco, l’esasperazione e le preoccupazioni ci assalgono, ma
non per questo dobbiamo agire come il cappellaio matto di Alice.
Dobbiamo invece cominciare a mettere in fila idee, immaginari e
pratiche dalle quali possiamo ripartire.

La
storia della nostra scuola è intimamente intrecciata a quella delle
forze sociali che nei decenni, con la loro passione, la ricerca
educativa, lo studio, l’organizzazione e la pressione sull’intera
società e le istituzioni, con le loro pratiche, con i loro sforzi,
hanno saputo promuovere un cambiamento, hanno saputo spingere perché
visioni pedagogiche nuove entrassero a far parte del patrimonio di
tutti.

Questi movimenti hanno saputo inventare il tempo pieno, rompere l’isolamento al quale erano stati relegati gli alunni con disabilità, hanno saputo introdurre organi e spazi perché la gestione della scuola fosse condivisa e non autoritariamente determinata dall’alto. Hanno reso la scuola più inclusiva a tanti studenti non italofoni a cui ancora viene negata la cittadinanza. Hanno profondamente contestato il rapporto trasmissivo che vigeva tra insegnanti e alunni. La dimensione selettiva che, come diceva don Milani, pretendeva di “fare parti uguali tra diseguali” (leggi anche Ripartiamo da don Milani di Franco Lorenzoni, ndr).

A
noi oggi spetta il compito di riagganciarci a quei processi,
consapevoli del fatto che sono stati parziali e hanno ottenuto solo
in parte gli obiettivi che si erano prefissi e rilanciare, di fronte
a questo virus, a questa pandemia, rimettere al centro l’idea che
solo sperimentando forme diverse da quelle a cui siamo abituati si
possa immaginare uno scenario nel quale continuare a far funzionare
la scuola come luogo di incontro, di scambio, di socializzazione e
apprendimento, garanzia per tutti e tutte di crescita e di sviluppo.

Naturalmente serve un contesto che consenta di agire le nostre pratiche. Servono ingenti finanziamenti, assai di più di quelli previsti dal governo che ha ancora una volta privilegiato le imprese. E serve che venga spazzato via il progetto di autonomia regionale differenziata che sarebbe un colpo mortale per l’ idea costituzionale di scuola.

Se
ciò non fosse, se non ci riuscissimo, dobbiamo essere consapevoli
che rischieremmo di vedersi produrre un arretramento inedito, ancora
più preoccupante di quello che si è verificato in questi trent’anni
e che minerebbe ulteriormente il ruolo democratico che alla scuola
attribuisce la nostra Costituzione.

Questo
rischio noi lo dobbiamo scongiurare.

Va stretto in sintesi un nuovo patto educativo, riprendendo la felice espressione del Movimento di cooperazione educativa, la costruzione di reti ad Alta Densità Educativa, “che, attraverso la piena attuazione dell’autonomia scolastica, riconoscano la scuola come principale agenzia educativa dei territori con una sua forte apertura verso l’esterno. Chiediamo un impegno dei sindacati a trattare la formazione nel nuovo contratto (o nel contratto integrativo, decentrato …) riconosciuta in ore di lavoro da effettuare a scuola, e di inserire il piano formativo nel progetto di plesso o di Istituto”.

A partire da questo percorso di ridefinizione dei rapporti tra scuola e territorio, tra agenzie educative e istituzione scolastica dobbiamo immaginare nuove collaborazioni possibili, di modo che educazione informale e formale ristabiliscano un dialogo che troppo spesso è stato interrotto. Il sentiero disegnato da cattive riforme, da tagli indiscriminati, da indifferenze e burocrazie, dalla competizione e aziendalizzazione va abbandonato, e rinsaldato il legame tra quelle pratiche di didattica relazionale innovativa e la Scuola.

Solo se le istituzioni decideranno di investire su queste alleanze educative territoriali coinvolgendo soggetti diversi, scuole, associazioni, società civile, amministratori locali per lavorare insieme all’attivazione di percorsi di educazione formale e non formale integrate tra orario scolastico ed orario extra scolastico, allora sarà possibile immaginare una ripartenza della scuola, altrimenti qualsiasi ipotesi sarà destinata a naufragare.

Questo
investimento deve essere immediato e deve permettere laddove ce ne
siano già le condizioni, la volontà di attivare delle
sperimentazioni che permettano ai bambini e alle bambine di tornare a
scuola e a far scuola subito.

Se
i territori presentano spazi già ora in condizione di essere
utilizzati, parchi, giardini, spiagge, luoghi aperti dove possibile
mantenere il distanziamento e la disponibilità da parte di
insegnanti di ricominciare a fare lezione, le Istituzioni devono
intervenire rendendo immediatamente realizzabile l’attivazione di
nuovi patti educativi, che vedano insegnanti e genitori, educatori,
cittadini, ma anche alunni più grandi, perché no, collaborare
attivamente rendendo reale e concreto il valore della partecipazione
e della corresponsabilità di fronte alle esigenze educative di cui
sentiamo l’urgenza.

Non
possiamo aspettare settembre.

La scuola deve ripartire subito! Il rientro dopo l’estate potrà essere vissuto come parte di un percorso che, nella fase acuta della pandemia, li ha costretti all’isolamento o alla Didattica a distanza ma, anche in virtù delle sperimentazioni educative estive a cielo aperto, come un proseguimento dell’esperienza formativa partecipata in modalità multiforme, contribuendo a superare lo spaesamento e solitudine vissuta senza la scuola in presenza.

Perché solo sfruttando questi mesi sarà possibile scongiurare un rientro dopo l’estate nel quale i bambini siano costretti a vivere una condizione di isolamento fisico e una offerta formativa ridotta al rapporto virtuale di uno schermo.

Solo
rafforzando il ruolo degli organi rappresentativi di genitori e
studenti, allargandoli anche al territorio, sarà possibile
immaginare di riaprire la scuola conciliando le esigenze di
distanziamento con quelle educative, culturali, sociali.

Solo ridisegnando la struttura dell’insegnamento, ripensando alla classe tradizionale, abbattendo i suoi muri perché essi non hanno più senso e riconvertendo la struttura della didattica in senso laboratoriale si potrà pensare di far riprendere la scuola a settembre, ma in un’ottica completamente diversa.

Solo potenziando l’organico, non solo dei docenti ma anche del personale tecnico-amministrativo sarà possibile scongiurare il pericolo che le classi con lezioni frontali in presenza e a distanza e con turni differenti sia lo scenario al quale assistere.

Per
questo chiediamo che le esperienze di educazione popolare, le
esperienze di educazione all’aperto che si sono realizzate in questi
anni diventino un interlocutore privilegiato un partner delle
istituzioni nella progettazione del prossimo anno scolastico, ma più
complessivamente di quello che la scuola deve diventare.

La situazione creata dalla diffusione del virus obbliga tutti, a tutti i livelli a fare uno sforzo, a dare prova di coraggio e di immaginazione, non è il momento di fare prevalere una visione securitaria, burocratica, ingessata della Scuola, ma aperta, cooperativa, democratica e popolare.


TAVOLO
PER L’EDUCAZIONE POPOLARE

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/dateci-il-diritto-alla-sperimentazione/

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