Ripartire

Il collasso pandemico non avrà nell’immediato effetti socialmente positivi. La paura, il distanziamento, il ricatto economico non favoriscono relazioni solidali. Tuttavia, sostiene nel suo diario Franco Berardi Bifo, possiamo smettere di alimentare la megamacchina, lo faremo con la passività e l’inevitabile insolvenza. Il futuro, anche per quelli che sono in alto, è imprevedibile. E allora, come suggeriscono in tanti, la parola d’ordine è davvero ripartire: “Anche noi vogliamo ripartire, come no. Vogliamo ripartire le ricchezze che sono state privatizzate, vogliamo ripartire gli edifici sfitti di proprietà di un ente finanziario, vogliamo ripartire il denaro accumulato con lo sfruttamento del lavoro…”. Di sicuro occorre prepararsi a un lungo periodo di instabilità e di resistenza. “Resistenza vorrà dire creazione di spazi autodifesi di sopravvivenza, di produzione dell’indispensabile, di affetto e di solidarietà”

Foto di Brigate Volontarie per l’emergenza di Milano

13 maggio

Non mi illudo che il collasso pandemico abbia effetti socialmente positivi, nell’immediato. Al contrario, come scrive Arundhati Roy, «il coronavirus è entrato nei corpi umani e ha amplificato patologie esistenti, è entrato in paesi e società e ha amplificato le loro infermità e patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizia, settarismo, razzismo, caste e soprattutto disuguaglianza». Secondo Arundhati il virus ha fermato la macchina; si tratta ora di fermare il motore, per rendere definitivamente inoperante l’economia finalizzata al profitto. A tutti i costi.

Il ciclo dell’accumulazione non riprenderà, perché le giunture sono scardinate: quella sanitaria, quella psichica, quella produttiva, quella distributiva… tutto è andato a farsi fottere.

Nei decenni passati la precarizzazione del lavoro ha reso fragile la società e ne ha indebolito la resistenza. Il Covid-19 è stato il colpo finale: la società è stata disgregata dal confinamento obbligatorio e dalla paura, e al momento non è possibile resistere con l’azione. Ma per quanto ciò possa apparire paradossale, è proprio la passività che sconfiggerà il capitalismo portandolo alla morte per asfissia. La forma più sovversiva di passività è l’insolvenza, che consiste nel far saltare tutto non facendo niente, e più precisamente limitandosi a non pagare per la semplice ragione che non possiamo pagare.

L’insolvenza non ha bisogno di essere propagandata, predicata, urlata: verrà da sé come conseguenza naturale del crollo dell’economia. L’insolvenza non è una colpa ma una necessità universale. E la società dovrà cominciare a sperimentare forme locali e autonome di produzione e distribuzione finalizzate alla sopravvivenza e al piacere.

Nell’agosto dell’anno passato mi telefonò Marco Bertoni, un musicista che avevo forse conosciuto negli anni Ottanta, quando lui faceva parte dei Confusional Quartet, che sulla scena musicale bolognese di quegli anni aveva una collocazione particolare, non marginale ma estrema. In quegli anni a Bologna era arrivato il vento punk-no wave e si era mescolato con le ultime folate della tempesta insurrezionale del ’77. Perciò la scena musicale era affollata e appassionata: gli spettacolari Skiantos, i radical-punk Gaznevada, gli sperimentali Stupid Set, e altri di cui non ricordo.

I Confusional erano quelli più colti, raffinati, più musica contemporanea che pop, più jazz freddo che caldo punk-rock. Quarant’anni dopo, nell’agosto del 2019, Marco mi telefonò per dirmi che gli era venuta voglia di realizzare un’opera di cui aveva in mente solo il titolo. E che la voleva fare con me, non so perché. Il titolo mi fulminò, perché sintetizzava elettricamente molte delle linee che attraversano questo tempo: la grande migrazione, il grande respingimento, la violenza astratta tecno-finanziaria e la violenza concreta del nazismo di ritorno. Quando mi disse il titolo che aveva in mente fummo d’accordo subito: Wrong Ninna Nanna.

Immaginai una giovane madre honduregna che ha raggiunto il confine tra Tijuana e San Diego, ma alla frontiera ci sono le guardie armate e ora non sa più dove andare e cosa fare e sta lì, seduta per terra che culla il suo bambino. Ma potrebbe anche essere una giovane donna nigeriana o tunisina in una barca di gomma che si dirige verso la costa siciliana.

Io e Marco abbiamo cercato di immaginare cosa prova una madre che ha messo al mondo un essere sensibile e vulnerabile, senza riflettere forse abbastanza sul mondo in cui il nuovo arrivato deve crescere. C’è qualche ragione per riprodursi?

Nel film Cafarnao, la regista libanese Nadine Labaki racconta la storia di un bambino siriano dodicenne rifugiato in un infernale campo profughi di Beirut, che denuncia alla magistratura i genitori per averlo messo al mondo. Il film di Labaki è stato per me l’ispirazione principale dei testi che ho scritto per Wrong Ninna Nanna: sono poesie accartocciate nell’angoscia di un’epoca senza più speranza. Abbiamo cominciato a lavorarci a settembre, poi è venuto l’autunno della convulsione, le rivolte gigantesche e rabbiose da Hong Kong, a Santiago, a Beirut, a Parigi, a Barcellona

Marco cominciò a comporre con tutti gli strumenti musicali di cui l’ha dotato madre natura: le foglie, il vento, i corvi, i passerotti, l’acqua che scorre, e anche il suo pianoforte furiosamente squillante e cori di voci angeliche e misteriose.

Poi abbiamo chiesto a un’amica performer che ricordo di aver conosciuto a New York quando cantava nei locali punk del Lower East Side e io facevo il giornalista musicale, e che Marco ha seguito nella sua carriera artistica – Lydia Lunch, una delle più grandi performer musicali del nostro tempo. Lei ha detto sì, e ha registrato alcuni brani nel suo studio, poi ci ha mandato le registrazioni e così è cominciato un lungo lavoro di montaggio. Poi ho scritto a Bobby Gillespie, il magnifico magrissimo dei Primal Scream che certamente conoscete tutti. Hai voglia di mettere la tua voce recitando cantando facendo quel che ti pare su queste parole e questi suoni? Ha detto sì.

Poi è arrivato il coronavirus, la pandemia, il lockdown, e a quel punto la maledizione sembrava perfettamente compiuta, e abbiamo creato un brano introduttivo che si chiama «Earth and World», un brano per voce astratta, per voce non umana. 

Una casa discografica ci ha proposto un’edizione in vinile. Sì ma quando? Quando si potrà riprendere la produzione di dischi, di libri, di film? Prima o poi. Intanto però, nell’attesa che esca il vinile vogliamo far conoscere online quest’opera che pare essere la colonna sonora dell’apocalisse. Abbiamo parlato con i nostri amici Cuoghi & Corsello, artisti bolognesi che io conosco da quando negli anni Ottanta alcuni loro tag riempivano i muri della periferia bolognese, e gli abbiamo proposto di collaborare alla realizzazione video di Wrong Ninna Nanna.

Ci siamo incontrati proprio il giorno prima dell’inizio del lockdown, e nella solitudine creativa di questi due mesi C&C hanno realizzato il video di alcuni brani. Gli altri li ha realizzati Marco Bertoni con l’aiuto di suo figlio. Stay tuned.

[…]


16 maggio

Guido Viale mi è personalmente antipatico da quando nel luglio del 1970 pubblicò sul quotidiano Lotta continua una lunga stroncatura del mio primo libro che si chiamava Contro il lavoro. Non gliel’ho mai perdonata, però ammetto che negli ultimi tempi scrive sempre delle cose intelligenti. Oggi pubblica su Comune-info un articolo in cui parla di normalità «potenziata»:

«Potenziata per recuperare il tempo perduto: non quello di Proust, ma quello del Pil: più produzione, più sfruttamento, più precarietà – cioè mancanza di prospettive e di futuro – per tutti, più debito, più diseguaglianze tra ricchi e poveri, più emarginazione di chi è rimasto indietro, più respingimenti di chi non dobbiamo vedere tra noi (per poterli sfruttare meglio), più indifferenza verso le “vite di scarto”. Per molto tempo, per i lavori della riproduzione o di cura – il cui ruolo essenziale al funzionamento della società, ma a lungo occultato, è stato portato alla luce dai movimenti femministi – è stata rivendicata una “pari dignità” e una retribuzione adeguata a quelle che venivano riconosciute al lavoro detto produttivo. Si trattava, in altre parole, di sospingere con la lotta, il lavoro di cura entro la sfera del lavoro produttivo. Oggi però appare chiaro che il movimento da promuovere è esattamente l’opposto: occorre battersi per trasformare tutto il lavoro produttivo in lavoro di cura della Terra, del vivente, della convivenza umana, della riproduzione della vita. È la cura che deve attrarre, accogliere e trasferire entro la propria sfera di senso e di rivalutazione il lavoro detto “produttivo”, realizzando, entro questa trasformazione, quel riequilibrio tra generi e ruoli che lo “sviluppo delle forze produttive” non ha mai saputo né poteva realizzare: una inversione di campo non da poco. È in questa prospettiva che la rivendicazione di un reddito incondizionato può perdere il suo carattere retributivo – “mi paghi in cambio di qualcosa”; per assumere i connotati di una rivendicazione consustanziale a quella di un’appartenenza comune a un unico genere umano».

[…]


18 maggio

Sul New York Times esce un articolo di Roger Cohen, un giornalista liberal, moderatamente progressista, molto colto. Forse il mio giornalista americano preferito.  Il titolo «The masked against the unmasked» si annuncia piuttosto misterioso, ma il testo è chiarissimo, fin dalle prime righe.

«…un vicino in Colorado mi ha detto: gli altri, (i trumpisti) sono armati e non si fermeranno davanti a nulla. Cosa diremo ai nostri nipoti quando Ivanka Trump prenderà il potere come 46esimo presidente degli Stati Uniti nel 2025 e saranno aboliti i termini di durata della presidenza? Gli diremo che ce l’abbiamo messa tutta con le parole, ma che loro avevano il fucile?»

Naturalmente subito dopo Cohen aggiunge che non è d’accordo col suo vicino e che la democrazia americana non è come quella ungherese.

Però a me interessa la sostanza, non le buone intenzioni dell’illuminato liberal Cohen. Mi interessa sapere che in America si prepara una guerra civile, oppure una psicopatica vittoria dei suprematisti. E quel che si prepara in America si sta preparando anche in Brasile, e in molti altri paesi del mondo: la guerra civile è la prospettiva più realistica. Dobbiamo armarci anche noi? Non credo, se finisce a fucilate non c’è dubbio che perderemo. Ma dobbiamo sapere cosa ci aspetta, e smetterla di dire frasi retoriche sulla democrazia che è già morta e sepolta, per inventare una resistenza all’altezza della tempesta che arriva.

Devo farvi una confessione imbarazzante: negli ultimi tempi sono cambiato, la mia personalità è stravolta, insomma non mi riconosco più. Non per effetto della pandemia o del lockdown, intendiamoci, quello sarebbe perdonabile.No: è successo per colpa di Netflix.

Mi spiego: da una quindicina di anni io e Billi ci siamo trovati d’accordo su una cosa: basta con la televisione. Per anni ogni sera ci eravamo rovinati la cena con quelle facce da culo e con le valanghe di merda che ne fuoriuscivano. Basta. Lo schermo televisivo è stato sommerso da piante rampicanti, cactus e rododendri, poi è finito nell’immondezzaio. Per quindici anni non ho mai più visto la tivù se non per pochi secondi in qualche bar malfamato.

Sono diventato così un disadattato sociale. Nelle discussioni con i conoscenti metà dei riferimenti mi sfuggivano, personaggi molto nominati erano per me del tutto sconosciuti. Tanto meglio per me se non sapevo chi fosse Giletti.

Poi è arrivato il lockdown e sai che cosa ho fatto? Mica sono andato a comprare un’altra tivù, non esageriamo, però mi sono iscritto a Netflix. Ho pagato nove euro e ho avuto a disposizione una lista di roba di cui ignoravo l’esistenza. Più o meno a caso abbiamo scelto di vedere una cosa che si chiama Casa de papel – credevamo, pensa un po’, che fosse la traduzione di House of Cards. È una produzione spagnola che racconta una rapina gigantesca alla zecca nazionale. Non una rapina in realtà, ma l’occupazione della casa in cui si stampa il denaro: lo scopo è quello di stampare circa 2,4 miliardi di euro con la collaborazione degli ostaggi. Tra gli ostaggi c’è la figlia dell’ambasciatore inglese in Spagna, e gli eroi della rapina si attribuiscono ciascuno il nome di una città: Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo.

Be’ adesso non sto a raccontare tutto, ma una cosa la devo dire. Casa de papel è bellissimo, travolgente, meglio di Dostoievski, meglio di Stendhal, meglio di tutta la storia della letteratura universale. Certo alcune cose possono apparire inverosimili (tipo la liberazione di Tokyo da parte di quattro serbi con la barba). Ma quando voi leggete l’Odissea come potete credere che Ulisse ha attraversato a nuoto mezzo Mediterraneo? Ci credete e basta, perché l’ha detto Omero. 

Confesso che ho sempre avuto un debole per le rapine, fin da quando nel carcere di San Giovani in Monte dove ero detenuto per noiosi reati politici incontrai Horst Fantazzini, che aveva rapinato una dozzina di banche emiliane senza mai avere un’arma da fuoco: si recava agli sportelli dicendo semplicemente (con l’esercizio di quello che i linguisti chiamano «atto linguistico performativo»): questa è una rapina. I cassieri gli davano tutto quello che avevano in cassa e lui se ne andava sorridendo giulivo. Una volta a Piacenza una cassiera gli disse se ne vada o chiamo la polizia, e Horst (che era un gentiluomo raffinato, parlava un ottimo francese, e in carcere vestiva una giacca da camera di velluto amaranto) le rispose: mi scusi, passerò un’altra volta. 

Purtroppo io sono un cagasotto e non ho mi osato svaligiare nessuno. Mi sono limitato a concepire improbabili insurrezioni contro lo Stato, e vivo con una modesta pensione di insegnante che probabilmente nei prossimi anni scomparirà insieme allo Stato italiano e a tutti gli altri.

Ma insomma fino a dieci giorni fa ero ben informato, leggevo ogni giorno il Financial Times, il New York Times, Le Monde, il manifesto, L’Avvenire, El pais, più tre-quattro settimanali e grossi libri di storia e di filosofia. Adesso non so quasi più niente non penso ad altro che a Casa de papel, al simpatico professore, alla bellissima Tokyo e all’enigmatico e inquietante Berlino.

Il mio odio per le banche, per il denaro e per coloro che lo accumulano al momento si esprime così, ma spero che nei prossimi mesi, mentre il capitalismo continua a crollare come un castello marcio, l’esproprio si popolarizzi.

Forse il cambiamento della mia personalità è dovuto anche alla fine della droga. Ho letto che le vie di rifornimento si sono esaurite, più o meno, e comunque i ragazzi da cui mi rifornivo non li vedo più da quando il virus maledetto li ha separati da me. L’astinenza non mi fa male, intendiamoci. Anzi, senza le mie tre canne quotidiane il cervello si eccita esageratamente, e concepisco pensieri dei quali non dovrei parlare tanto allegramente. Solo con voi ne parlo, cari amici, ma acqua in bocca. Che non si sappia in giro.

Comunque questo settimo sigillo è l’ultimo della mia lunga cronaca della psicodeflazione. Vi lascio, non so bene che farò adesso, ma come si sa un bel gioco dura poco e questo è già durato per tre mesi. Dal 18 maggio per decreto si è tornati alla vita normale. Sort of

Come suggerisce Andrea Grop in un messaggio che ho subito condiviso, la parola d’ordine è: ripartire. Anche noi vogliamo ripartire, come no. Vogliamo ripartire le ricchezze che sono state privatizzate, vogliamo ripartire gli edifici sfitti di proprietà di un ente finanziario, vogliamo ripartire il denaro accumulato con lo sfruttamento del lavoro. La parola d’ordine è: ripartizione, esproprio, socializzazione dei mezzi di produzione, reddito garantito per tutti senza distinzione di sesso, di credo religioso e di provenienza geografica

Vedrete che fra un anno quasi tutti capiranno che se non si espropriano gli espropriatori la maggioranza della gente come me e come te finirà in miseria nera, e morirà male. Ed è meglio morire bene, piuttosto che morire male.

Qualcuno si chiedeva se dal confinamento usciremo migliori o peggiori. Dipende da cosa vuol dire: la paura, il distanziamento, il ricatto economico non ci renderanno certo più solidali, almeno per un po’. I padroni useranno la disoccupazione come un ricatto; i proprietari della Fiat già ricattano lo Stato, chiedono miliardi di euro per la loro lurida azienda, che dopo aver sfruttato gli operai e succhiato per decenni i contributi dallo Stato italiano (non) paga le tasse in Olanda e licenzia a Torino e Pomigliano.

Accadrà, e subiremo. Subiremo molte cose nei prossimi mesi, subiremo la violenza dei razzisti contro i migranti, subiremo l’arroganza dei padroni e quella dei fascisti. Ma non subiremo per sempre perché il potere non si consoliderà, la macchina economica non si rimetterà in moto, è irreversibilmente scardinata

Tutto sarà instabile, come una ciurma di ubriachi su una barca in mezzo al mare in tempesta. Occorre prepararsi a un lungo periodo di instabilità e di resistenza e occorre farlo fin da subito. Resistenza vorrà dire creazione di spazi autodifesi di sopravvivenza, di produzione dell’indispensabile, di affetto e di solidarietà.

Ci sono almeno ottantacinque probabilità su cento, anzi forse novanta e credo addirittura novantuno che la vita sociale peggiori, che le difese sociali si sgretolino, che forme di controllo tecno-totalitario si incastrino nel corpo malato della società, che il nazionalismo guerrafondaio prevalga. È probabile probabile probabile. Forse inevitabile. Ma se la notte di San Silvestro ti avessi incontrato per strada e ti avessi detto che nell’arco di tre mesi ci sarebbero stati trenta milioni di disoccupati in America, che il prezzo del petrolio sarebbe sceso a zero dollari al barile, che il trasporto aereo si sarebbe fermato in tutto il mondo e che al confronto l’11 settembre è uno scherzo, mi avresti fatto internare alla neurodeliri. Invece eccoci qua. Sai perché? Be’, te l’ho già detto non so quante volte: perché l’inevitabile in genere non accade, infatti è l’imprevedibile che prevale sempre.


Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO. Le altre parti del «diario della pandemia» di Bifo sono leggibili qui.


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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/ripartire/

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