Amazzonia tra la vita e la morte

Le popolazioni indigene ostaggio del governo Bolsonaro e del coronavirus, alla ricerca di un complesso equilibrio tra i rituali funebri sui cui si fonda la loro cultura e l’emergenza sanitaria

Foto tratta dal Fb di Amazônia Real

In Brasile quelli che muoiono di più sono quelli che sin dalla campagna presidenziale del 2018 sono stati trattati come cose: afrodiscendenti, poveri e sempre di più gli indigeni.

Già a gennaio dello scorso anno Bolsonaro dichiarava che «gli índios si stanno sviluppando e sempre più assomigliano a umani uguali a noi. Quindi dobbiamo far sì che si integrino e  siano veramente parte di questa terra».

La dichiarazione suona di un cinismo disarmante e esplicita il pregiudizio secondo cui gli indigeni, non avendo abbracciato una modernità fatta di comportamenti distruttori e consumistici compulsivi, non possono essere considerati «completamente umani» e come tali devono essere redimenti o eliminati.

A poco più di un anno dall’elezione di Bolsonaro la pandemia del Covid appare come l’accelerazione di un piano che già era in atto e che sembra dare continuità ad antichi processi, visto che i patogeni sono stati storicamente uno dei fattori più potenti nella decimazione delle popolazioni indigene del Sudamerica.

La minaccia derivante dal nuovo coronavirus e dalle azioni messe in campo dall’attuale governo brasiliano sono state dettagliate in una lettera pubblicata il 17 aprile 2020 sulla rivista scientifica Science.

La comunità indigena risponde come può. Quando le misure governative a livello comunale e statale, hanno decretato la quarantena, l’isolamento sociale e la sospensione delle attività scolastiche in Amazonas, i leader di villaggi Yanomani e rappresentanti dell’Associazione Hutukara Yanomami hanno predisposto che molti indigeni lasciassero i loro xaponos (comunità) per rifuguarsi nella foresta profonda e tentare di sfuggire al contagio.

È un modo di proteggersi che era già stato utilizzato dai più anziani durante la dittatura militare negli anni ’70, quando le epidemie di morbillo e pertosse causarono molte vittime, ma a cui non si era mai più ricorso, fino all’arrivo del Covid-19.

La situazione in Amazzonia è drammatica. Il piano del governo mostra la sua aggressività colpendo ogni aspetto della preservazione del territorio e della vita delle sue popolazioni.

Foto: Paulo Desana/Dabakuri/Amazônia Real

Approfittando dell’opportunità della pandemia la deforestazione avanza rapidamente. Antonio Oviedo, coordinatore del programma di monitoraggio presso l’Instituto Socioambiental, ha commentato che «esiste una relazione quasi diretta tra le manifestazioni di un presidente difensore della legalizzazione delle attività illegali di estrazione mineraria in Amazzonia e l’aumento della deforestazione».

Il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha dato chiari segnali che non tollererà la repressione delle attivitá dei cercatori d’oro, i  garimpeiros, attualmente illegali, permettendo di fatto la recente invasione delle terre indigene da parte di oltre 20.000 di loro. Due importanti responsabili dell’Ibama (Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili) impegnati nella prevenzione del massacro nella foresta sono stati dimessi. Come sta avvenendo anche nel ministero della Salute, la protezione dell’ambiente trasferisce le azioni di ispezione e controllo nelle mani dell’esercito.

La Funai – organo indigenista federale – è attualmente presieduto dal delegato Marcelo Xavier, noto per essere stato rimosso da un’operazione che mirava ad espellere invasori da una terra indigena: era sospettato di collaborare con gli invasori.

Poi ha lavorato come consulente per i ruralisti durante una Commissione parlamentare d’inchiesta di Incra e Funai, ossia contro la stessa istituzione che ora presiede.

Molti dipendenti sono stati licenziati e sostituiti da persone senza formazione accademica in antropologia e scienze sociali. Sollevando grandi critiche (inascoltate) da parte della popolazione indigena, Xavier ha nominato lo scorso gennaio come coordinatore delle comunità indigene isolate Ricardo Lopes Dias, già membro della Missão Novas Tribos do Brasil (MNTB), nota per il suo aggressivo lavoro di evangelizzazione degli indigeni.

Come se non bastasse questa situazione di per sé surreale di nomine, con incarichi di difesa e tutela delle comunità indigene affidati a personaggi dichiaratamente avversi alle stesse, sono state chiuse le tre basi di protezione etno-ambientale rivolte a gruppi etnici con pochi contatti e isolati.

In questo contesto anche la forma in cui gli índios in Amazzonia, in quanto “uguali a noi umani”, vengono seppelliti oggi solleva importanti riflessioni. A partire dalla morte di un giovane yanomami avvenuta il 9 aprile all’Ospedale Generale di Roraima, nello stato di Boa Vista, l’ordine di seppellire gli indigeni in città per prevenire la diffusione del coronavirus è vissuto come una violenza contro la cultura delle popolazioni tradizionali, che chiedono una mediazione.

Antonio Guerreiro, antropologo e professore all’Unicamp, rileva che esiste una varietà di modi in cui i popoli indigeni si rapportano ai loro morti, «Penso che ogni Distretto speciale di salute indigena dovrebbe dialogare con i rappresentanti dei popoli che partecipano all’elaborazione di protocolli d’azione specifici per ciascun contesto».

I rituali mortuari nello Xingu, ad esempio, si svolgono in tre momenti diversi, sono un elemento fondamentale nell’identità dei popoli che abitano qui.

Foto tratta dal Fb di Amazônia Real

Per Guerreiro «è necessario valutare e chiarire i rischi di contagio e discutere quali sono le possibili alternative per garantire che un popolo possa dare ai propri morti un destino che considerano degno, entro i limiti imposti da questa situazione molto grave in cui viviamo».

Anche la leader indígena Kaiulu Kamaiurá sottolinea la necessità di un dialogo tra le guide di ogni popolo (cacique) e le autorità sanitarie rispettando le linee guida per la prevenzione.

Anche padre Justino Sarmento Rezende, del gruppo indigeno Tuyuka della regione del Pari-Cachoeira, che ha vissuto a lungo con i Yanomami del rio Marauiá, nel municipio di Santa Isabel do Rio Negro dove è tornato a vivere da poco, descrive la tradizione yanomani che prevede la cremazione e successivamente la festa lunga alcuni giorni che culmina nella preparazione e condivisione di un porridge di banana mescolato alla polvere delle ossa del defunto. Rezende pone in discussione la tradizione cercando un punto di incontro tra questi rituali e l’attuale emergenza sanitaria.

Ma la situazione è complessa, alla luce del fatto che per le popolazioni indigene la cerimonia funebre non è solo un momento di commiato che permette ai viventi e al defunto di dirsi addio, è un momento di connessioni tra le vite umane e quelle degli spiriti, e con esse le vite del mondo, armonizzandone la convivenza e garantendo la pacificazione di tutto ciò che può danneggiarci.

Come Bruce Albert, antropologo francese autore insieme a Davi Kopenava del seminale libro A queda do céu ( La caduta del cielo) spiega, lo scopo di questi rituali è quello di «mettere le ceneri dei morti nell’oblio», al fine di garantire il viaggio senza ritorno della sua anima (poro) fino alla «parte posteriore del cielo» dove vivrà una nuova vita senza mali.

In assenza di questo trattamento rituale delle ceneri funerarie, si ritiene che le anime dei morti torneranno sempre a chiamare i vivi durante i loro sogni, causando loro nostalgia e una malinconia senza fine.

Quello di piangere i morti in modo culturalmente appropriato diventa quindi, sia nella società Yanomami che nella nostra, un diritto umano fondamentale.

Articolo pubblicato anche su il Manifesto

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/amazzonia-tra-la-vita-e-la-morte/

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