Movimenti nella pandemia V

Raccontano all’associazione dei Cabildos del territorio nasa, nel sud della Colombia, che per difendersi dalla pandemia lì si barattano prodotti di climi diversi, ma al primo posto c’è il bisogno, non il valore. Non si tratta di scambiare cose equivalenti ma ciò che serve. Da Inzá, un altro comune del dipartimento del Cauca, hanno fatto arrivare 36 tonnellate di cibo agli indigeni emigrati nelle grandi città, da dove vengono inviati ad Inzà prodotti per l’igiene e la pulizia, che le comunità non producono ancora. Nel municipio autonomo di Cherán (Michoacán, Messico), invece, dove l’amministrazione statale e i partiti sono stati soppressi in un centro abitato di quasi 20.000 abitanti, è il Consiglio degli anziani che ha redatto il primo protocollo sul coronavirus, approvato poi dalle assemblee dei quartieri. Il risultato è che a Cherán finora non ci sono casi di coronavirus, anche se il contagio ha già raggiunto i municipi limitrofi. La quinta puntata (qui le precedenti IIIIII e IV) del grande viaggio di Raúl Zibechi nella resistenza dei movimenti anti-sistemici in América Latina (nella quale i protagonisti parlano tutti direttamente con Raúl, che è a Montevideo) si conclude… in Grecia. Da lì Evgenia Michalo­poulou, racconta un insegnamento appreso nella escuelita zapatista del Chiapas: nei villaggi indigeni e contadini gli anziani invecchiano con le loro famiglie, mangiano cibo casalingo e sano, si scambiano solo prodotti biologici e senza denaro. In Grecia ci sono stati 241 casi e 13 morti per milione di abitanti, mentre l’Italia ne ha più di 3.000 e la Spagna più di 5.000, con circa 500 morti per milione in ciascuno dei due paesi. Evgenia dice che non è un caso, lo spiega così: “Qui non siamo abituati a portare i nostri anziani nelle strutture assistenziali”. Così si resiste alla pandemia da quelle parti: ritorno alla vita semplice, cibo casalingo, baratto e cura comunitaria degli anziani

Le fogatas, punti centrali di difesa da ogni pericolo a Cherán. Foto https://www.flickr.com/photos/eneas

“La vera autonomia sta nel cibo, lì c’è il Buen Vivir”,[1] spiega Delio, del settore educazione dell’Associazione di Cabildos Juan Tama, nel sud della Colombia, nell’ambito del Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC). Da quando l’organizzazione ha deciso di affrontare la pandemia con la Minga Hacia Adentro [“Minga verso l’interno”],[2] i campi e il baratto sono diventati centrali nella loro vita. “Il baratto è un’alternativa politica per un’epoca come questa“, spiega Ramiro Lis dell’Associazione di Cabildos[3] Uka­we’s’ Nasa C’hab, a Caldono, la parte nord-orientale del territorio nasa . “Si barattano prodotti di climi diversi, si stabiliscono punti di incontro e di scambio, in cui si mette al primo posto il bisogno, non il valore”. Dall’altro capo del telefono, Ramiro insiste sul fatto che “non si tratta di scambiare cose equivalenti, ma ciò che è necessario”. Sia Ramiro che Delio sottolineano che “il baratto è una forma di solidarietà che permette di rafforzare la propria economia”. Questo è ciò che i membri del CRIC chiamano il sistema economico non capitalistico, basato sui valori d’uso, che funziona nei territori dei popoli originari del Cauca.

Inzá è una delle porte d’ingresso alla suggestiva regione di Tierradentro, una delle più belle che ho conosciuto in Colombia. La popolazione rurale è ampiamente maggioritaria: nel capoluogo vivono circa 3.000 persone, meno del 10% della popolazione totale del municipio. I cabildos sono l’unità territoriale di base dell’amministrazione indigena, che governano i rispettivi resguardos o territori.
Da Inzá, Delio racconta l’enorme lavoro che hanno fatto per far arrivare cibo agli indigeni emigrati nelle città, Cali, Bogotá e Popayán. “Negli otto municipi, 800 famiglie si sono organizzate, con una dinamica comunitaria, per fare un primo invio di manioca, plátano, panela e altri prodotti, per un totale di 36 tonnellate, caricate su tre camion e un autobus”.
Gli indigeni delle città li ripagano non con denaro ma con prodotti per l’igiene e la pulizia, che le comunità non producono ancora. Le conclusioni di Ramiro rivelano che ci troviamo di fronte a un’altra visione del mondo: “Siamo ricchi perché produciamo cibo. Tuttavia ciò che più importa non sono le cose materiali, ma la fraternità, la dimensione spirituale. Il baratto ci aiuta a infrangere la dinamica dell’individualismo e rafforza la comunità“.

Il popolo kokonuko, ad esempio, alcune settimane fa ha realizzato la 61esima edizione dello scambio di prodotti agricoli tramite il baratto, nel territorio indigeno di Poblazón, con la partecipazione di 600 indigeni, per la maggior parte giovani, che rivendicano una “economia pulita in cui il baratto è una politica contro il neoliberismo e contro qualsiasi moneta”, come ha detto il dirigente Darío Tote (si veda: “El truque, la estrategia para hacerle frente al modelo económico de Colombia”, nel sito internet del CRIC).
Carolina Cruz, che lavora nel settore educazione del CRIC e collabora all’organizzazione dello scambio, segnala che durante la Minga Hacia Adentro la loro attività si svolge a sostegno della Guardia Indigena e della “autonomia alimentare”. In queste settimane non ci sono lezioni, “ma gli educatori vanno di casa in casa per distribuire mezzi di protezione, per potenziare il tul (l’orto) e perché i bambini tengano un diario della loro attività quotidiana”.
Nei territori indigeni non c’è internet, e nelle case non ci sono computer, per cui “la scuola non diventa virtuale”, dice Carolina. “Quello a cui diamo la priorità sono i nostri saperi e le nostre lingue, le piante medicinali e i prodotti dell’orto senza agrotossici, l’armoniz­zazione e la pulizia spirituale degli spazi comuni”.
Carolina spiega la differenza tra autonomia e sovranità alimentare (rispettivamente delle comunità indigene e degli Stati) e conclude con un dato di grandissima importanza: “Controlliamo 70 punti del nostro territorio con 7.000 guardie indigene, che insieme al nostro governo sono la spina nel fianco del sistema”.

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Cherán (Michoacán, Messico), foto: wikimedia commons

Ciò che è fondamentale per fermare la pandemia è l’organizzazione di ogni comunità”, spiega Beto Colín a proposito dell’esperienza nel municipio autonomo di Cherán (Michoacán, Messico), uno dei centri abitati del popolo purhépecha. Quest’anno il municipio autonomo ha deciso di non celebrare pubblicamente il nono anniversario della rivolta del 15 aprile 2011, quando un gruppo di donne aveva impedito ai tagliaboschi di continuare a prendere la legna dalla foresta, provocando la mobilitazione di tutta la popolazione. “A partire da quello scontro con ‘i cattivi’, ci sono stati notevoli cambiamenti. La fogata, il focolare, che è il centro delle nostre case, dove ci riuniamo e condividiamo la vita, esce in strada e diventa il nucleo iniziale dell’organizzazione”, dice Beto osando una connessione internet irregolare.

Fin dal 15 marzo la commissione sanitaria, che mantiene il collegamento tra il governo comunitario e le autorità sanitarie locali e statali, si è incontrata con i responsabili dei due ambulatori e dell’ospedale di Cherán per elaborare un piano di lavoro. Il “consiglio degli anziani”, che viene eletto secondo gli “usi e costumi” tradizionali, poiché l’amministrazione statale e i partiti sono stati soppressi in un centro abitato di quasi 20.000 abitanti, ha redatto il primo protocollo sul coronavirus che è stato approvato dalle quattro assemblee dei quattro quartieri di Cherán.
“La commissione sanitaria è molto importante: non è che vengano i medici a prendere decisioni, ma è la commissione insieme alle assemblee dei quattro quartieri che ha stabilito le azioni più rilevanti. Poi la commissione si è recata nelle farmacie di Cherán per fare un’analisi della situazione, per vedere quali persone avessero contratto malattie del sistema respiratorio, per accertare se avessero lasciato la città e per seguire ogni singolo caso”. Hanno creato un gruppo whatsapp con i medici per coordinare il monitoraggio dei pazienti.
Il passo successivo ha riguardato le tortillerías (piccoli negozi dove si cucinano e si vendono tortillas di mais). “Non possono essere chiuse, ma è stato spiegato loro il protocollo di attenzione comunitaria, è stato dato loro l’antibatterico ed è stata fatta una formazione su come prendersi cura delle persone”, dice Beto.
Il terzo passo è stato quello di predisporre la prevenzione alle barriere d’ingresso: “Cherán è una grande comunità e un luogo di transito per raggiungere altri centri abitati, ha tre ingressi e in tutti e tre si effettua un controllo comunitario 24 ore su 24 con transenne che bloccano il passaggio. A questi membri della Ronda di sorveglianza autonoma sono già state date istruzioni e informazioni perché chiedano da dove si viene e tengano una registrazione.
Come risultato di questa auto-protezione comunitaria, a Cherán finora non hanno nessun caso di coronavirus, anche se il contagio ha già raggiunto i municipi limitrofi. “Penso che abbiamo fatto un buon lavoro di sanità comunitaria e di corresponsabilità della comunità. Sono stati effettuati molti seminari in ogni quartiere sulle cure e sulla produzione artigianale di mascherine e detergenti, con grande partecipazione della gente”.
Sono anche coordinati con Ostula, un altro municipio della costa di Michoacán, che ha “un’importante esperienza di autonomia e lavora come noi”, conclude Beto.

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In Grecia e nei Balcani abbiamo pochissime persone colpite dal virus, lo sapete perché? Foto: https://www.flickr.com/photos/sidibousaid

Dalla Grecia, una compagna che esprime la sua solidarietà, Evgenia Michalo­poulou, mette sul tappeto una riflessione che ci fa pensare: “In Grecia e nei Balcani abbiamo pochissime persone infette”. Consulto le statistiche. La Grecia ha 241 casi e 13 morti per milione di abitanti, mentre l’Italia ne ha più di 3.000 e la Spagna più di 5.000, con circa 500 morti per milione in ciascuno dei due paesi.
Sapete perché?”, la domanda risuona nel whatsapp. “Perché qui non siamo così abituati a portare i nostri anziani nelle strutture assistenziali”. Nei villaggi indigeni e contadini non ci sono strutture di questo tipo, e gli anziani invecchiano con le loro famiglie.
Cibo casalingo e sano, scambio di prodotti biologici senza denaro e assistenza comunitaria agli anziani possono far parte di un programma di ritorno alla vita semplice, un percorso che ci è stato insegnato dalle basi di appoggio dell’EZLN nell’Escuelita[4] di sette anni fa.

Fonte: “Los movimientos en la pandemia: el retorno a la vida
sencilla

Traduzione a cura di Camminardomandando


[1]  Ndt – La
‘buona vita’, la vita in pienezza e armonia secondo la tradizione indigena.

[2]  Ndt – La
minga è un’antica tradizione di lavoro collettivo con finalità di utilità
sociale. Oggi per estensione il termine indica anche incontri politici fra
comunità e iniziative pubbliche, in quanto lavoro intellettuale e impegno
concreto all’azione. Ora il CRIC chiama a una “Minga verso l’interno”: invece
di mobilitarsi per rendere visibile una determinata situazione, è il momento di
mettere in primo piano la modalità tradizionale di affrontare i problemi della
salute, prendendosi cura di tutte le persone della comunità, la quale include
non solo gli esseri umani, ma le piante, gli animali, l’acqua, le montagne…
tutto un mondo interconnesso dalla cui armonia nasce la “buona vita”.

[3]  Ndt – Il cabildo è l’organismo collegiale che governa un municipio
o un territorio indigeno.

[4]  Ndt – Si tratta dell’iniziativa presa nel 2013
dagli zapatisti di invitare 1500 persone di tutto il mondo a partecipare a un
corso di una settimana nelle loro scuole sul tema «La libertà secondo gli
zapatisti». Visto il numero dei richiedenti, l’esperienza si è ripetuta altre
volte ed è stata ampliata con corsi di secondo e terzo livello.

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/movimenti-nella-pandemia-v/

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