L’altra faccia della vita e dell’educazione

La scuola, anche a distanza, resterebbe un progetto sociale collettivo, esige che si costruisca a partire dal comune. Adesso c’è il rischio di snaturarla ulteriormente, di spingerla ancora verso un modello di scuola come gestione organizzativa dell’azienda o come Teaching to the test , un insegnamento finalizzato ai test e alle verifiche. In una democrazia, però, la scuola sarebbe prima di tutto un luogo aperto di incontro tra differenti, con la capacità di stimolare l’apprendimento dell’autonomia reciproca, il dibattito, la cooperazione, il mutuo aiuto, nonché di imparare a pensare, ricercare, analizzare, ragionare, creare, dubitare e domandare. Questo modello di confinamento omogeneizzante riduce invece l’infanzia a progetto di esseri umani e a spazio da vetrina, così come mette da parte gli anziani e ogni altro insieme che non sia considerato sano o produttivo. Questo modo di controllare l’emergenza non nasconde un’attenzione povera e una concezione molto miserabile per la vita?

Foto: pixabay

“Uno sguardo dalla fogna
può essere una visione del mondo

la ribellione sta nel guardare una rosa
fino a polverizzarsi gli occhi “

Árbol de Diana (1962), Alejandra Pizarnik

Le fessure erano già lì, la pandemia le ha trapassate con un colpo d’ascia. Le negligenze e gli errori si pativano nelle residenze per anziani, che in pochi giorni sono diventate inospitali depositi di cadaveri. Il mercimonio e le carenze del sistema sanitario pubblico erano note, ma in pochi giorni tutto questo è stato contaminato, è collassato e si è trasfigurato. Potremmo continuare, ma l’intenzione è un’altra.

Per quanto la fuga in avanti non si arresti, possiamo fermarci e percepire il vuoto in cui viviamo. Ciò che è accaduto nelle residenze per anziani sottolinea l’assoluto disprezzo per la vita. Come il profitto sia incapace di preservare la cosa più preziosa che abbiamo. Se giudicassimo una cultura dal modo in cui tratta gli anziani, i figli e le figlie e i lavoratori essenziali, come valuteremmo questa cultura?

L’infezione, la pandemia, il confinamento neoliberale, tutto ciò che viviamo è reale. E sebbene proviamo una sensazione di irrealtà, per la prima volta ci sta succedendo qualcosa di reale. Sta succedendo qualcosa a noi tutti insieme e nel medesimo tempo, riflette Alba Rico. Ma questa esperienza di pandemia e il confinamento sono radicalmente diseguali.

La pandemia causata da questo virus di origine animale non è un fenomeno isolato, senza storia, senza alcun contesto economico e culturale. Risponde a un modello di produzione e consumo, a un tipo di allevamento industriale, come spiega Rob Wallace. Non lo seppelliamo in mezzo a così tanta disinformazione e sovrainformazione, sia essa tecnocratica o prodotta dallo spettacolo dei telepredicatori a ruota libera.

Mentre il governo ci vuole indulgenti e sottomessi, l’agenda delle ultradestre si macchia di ottusità istituzionale, nel disprezzo del dolore di milioni di persone e in una costante offensiva di destabilizzazione tramite notizie false, insulti, discorsi di odio e politica dei troll. Abbiamo bisogno di iniziative di cittadinanza che richiedano informazione chiare, rigorosa e veritiera con il potere di invertire e consolidare un patto democratico contro l’odio, la disinformazione e le bufale (fascismo) online.

Le regole del confinamento sono prodotte sullo stampo dell’urbanismo mercificato di Madrid, con il suo sguardo adultocentrico, marziale, patriarcale, etnocentrico e un taglio superbo di classe sociale. Mentre lo shopping online non si ferma, i letti e le attrezzature di protezione sanitaria non sono disponibili. Amazon e Netflix raggiungono i massimi storici a Wall Street, Glovo e Deliveroo-Unilever moltiplicano i servizi, Blackstone effettua il più grande acquisto di asset in Europa, BlackRock si propone come commissario per le politiche post-crisi. Stiamo già vedendo chi prende posizione nel nuovo ordine mondiale?

Come ci suggerisce Bruno Latour, ora che il mondo si è fermato chiediamoci: quali sono le cose importanti? E con lui segnaliamolo: quali mestieri e lavori essenziali per la vita abbiamo svalutato e convertito in salari e condizioni di lavoro squalificanti?

Questo modello di confinamento omogeneizzante riduce l’infanzia a progetto di esseri umani da esporre in vetrina, parcheggia gli anziani o qualsiasi altro gruppo che non sia considerato sano o produttivo. Questo modo di monitorare lo stato di allarme non nasconde una concezione e una considerazione molto miserabile della vita?

E cosa pensare di quella grande assente nel dibattito, l’educazione come fondamento? Per quanto tempo manterremo imprigionato il dibattito, interessato e sterile, nel confronto “procedimentalista” tra l’educazione innovativa contro quella tradizionale? Perché ammettiamo che il benessere dell’infanzia e l’istruzione occupino l’ultimo posto tra ciò che è essenziale? Perché accettiamo l’uso partitico che viene fatto dell’educazione e l’incapacità dei rappresentanti politici di assumere le proprie responsabilità?

Quanto peso avrà quella cultura dell’insegnamento in cui valutare è qualificare e il più debole viene divorato da un orco? Quanta disuguaglianza, polarizzazione, naturalizzazione della disabilità e segregazione siamo capaci di generare? Quanti corpi docenti si sono gettati nel telelavoro seriale del programma di settembre, senza fermarsi, senza pensare, senza ascoltare, senza capire e senza rivedere il loro compito, al fine di completare il proprio resoconto?

Quanta cessione di autorità e di dati abbiamo consegnato a operatori tecnologici privati, corporativi e globali? Dove stanno – di fronte a Google, WhatsApp, ZoomVideo… – il controllo democratico dell’istruzione pubblica, l’autonomia professionale, i diritti di insegnanti e studenti, la vigilanza locale delle comunità sulle loro scuole …? Ci adegueremo per sempre all’evidenza della imprescindibile cooperazione scientifica e della scuola in chiaro, e alla miseria democratica e sociale che le licenze comportano?

Due lezioni dell’insegnamento
di Illich e Freire che rivivono: meno è più e l’alfabetizzazione deve essere
una lettura/scrittura critica della realtà.

Chiudere scuole e centri di servizio sociale può essere ragionevole, ma farlo senza altre misure che soddisfino i bisogni comporta un abbandono per le famiglie e le persone più vulnerabili. Il telelavoro si materializza per una parte, ma non è una realtà per tutto il mondo.

La scuola, anche a distanza, è un progetto sociale collettivo, esige che si costruisca a partire dal comune. C’è il rischio di snaturarla ulteriormente, la scuola verso la gestione organizzativa dell’azienda o il Teaching to the test [l’insegnamento finalizzato alle verifiche, ndt]. In una democrazia, la scuola è prima di tutto un luogo aperto di incontro tra differenti, con la capacità di stimolare l’apprendimento dell’autonomia reciproca, il dibattito, la cooperazione, il mutuo aiuto, nonché di imparare a pensare, ricercare, analizzare, ragionare, creare, dubitare e domandare.

È urgente opporsi al darwinismo
sociale, all’ecocidio, all’autoritarismo e alla competizione. Rifiutare quegli
slogan che cercano di rendere la nuova istruzione un succedaneo autoregolante
per la produzione di tecniche di gestione atte a competere. Cioè, una servitù
volontaria e adattiva che ci porta inevitabilmente al tramonto come risultato.

Sappiamo dal passato che una
politica pubblica democratica, sociale ed educativa esigente richiederà non
solo denaro pubblico, ma anche un grande tessuto sociale di masse, movimenti,
sindacati, partiti, associazioni e collettivi per spingere verso la
democratizzazione di ciascuna delle trasformazioni e pratiche di cui abbiamo
bisogno.

La sfida principale sono le relazioni; tra noi, con apertura verso l’altro, solidarietà, fratellanza; e l’equità con la natura. E se rendessimo il confinamento un’esperienza condivisa del mondo? Perché, come afferma Enric Casasses, “da quando siamo stati rinchiusi a casa, è diventata più acuta la sensazione di stare alle intemperie”. Deprivati di quegli spazi comuni, come la scuola, dove il congiungersi prevale sul connettersi, dove conoscenza, idee, dubbi, esperienze, sentimenti personali e collettivi si incontrano e condividono, imparando a dire “io” e a fare “noi”.

Feliciano Castaño Villar è docente di Pedagogia all’Università di Granada

Traduzione: Rebecca Rovoletto
Testo originale: El
Salto

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/laltra-faccia-della-vita-e-delleducazione/

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