Pensare la decrescita dopo il Covid-19

L’emergenza mondiale sanitaria dimostra che soltanto dal basso è possibile rimettere in discussione la cultura politica dominante, concentrata unicamente sulla conquista del potere, e offrire risposte alle omissioni di un sistema costruito sulla crescita e sulla mercificazione di ogni bene materiale e immateriale. Esistono già saperi ed esperienze per fare a meno del sistema capitalista. Secondo Mauro Bonaiuti si tratta di puntare lo sguardo verso una visione di futuro che discende da un rapporto molto stretto con il mondo reale e con i suoi limiti ecologici e sociali, mettendo al centro qui e ora la vita delle persone e delle comunità. Questa è la strada della decrescita

Foto di Daniela Di Bartolo

Un cambiamento inderogabile per un nuovo patto sociale

La drammatica crisi attuale si è contraddistinta per l’evidente inadeguatezza della classe dirigente di tutti i paesi interessati dalla pandemia nell’affrontare la situazione emergenziale, sia nei suoi risvolti sanitari sia nelle sue implicazioni economiche. Ma, al di là delle responsabilità di singoli centri decisionali e agenzie tecniche-sanitarie, la crisi ha mostrato soprattutto gli enormi spazi lasciati scoperti per decenni dall’inazione politica che oggi richiede una risposta dal basso in grado rimettere in discussione le dinamiche patologiche dell’attuale cultura politica, economica e finanziaria.

Occorre un segnale chiaro del fatto che l’emergenza Covid-19 non ha fatto altro che esasperare e rendere più visibili le negligenze e le omissioni generate da un sistema interamente costruito sulla crescita, insostenibile e autoreferenziale, esito di un paradigma di cui oggi vediamo alcuni degli effetti più prossimi e rovinosi, ma che di fatto mostra le corde da tempi lontani.

I limiti sociali ed ecologici del sistema dominante

Il primo scorcio del nuovo millennio ha dischiuso un panorama globale disastroso. Crisi finanziaria, instabilità politica, conflitti civili, terrorismo, catastrofi ambientali, questioni umanitarie, cambiamenti climatici e altri problemi di portata planetaria, mai veramente affrontati partendo dalle loro radici, hanno tenuto con il fiato sospeso la comunità internazionale per almeno due decenni, con profonde implicazioni anche su scala locale. Nel contesto europeo, dopo il breve periodo di euforia dovuto all’introduzione della moneta unica – spesso dipinta come simbolo della fine del ciclo novecentesco – numerosi dilemmi sono riemersi in tutta la loro crudezza, mentre le divisioni dettate dagli egoismi nazionali (sul versante geopolitico) e dalla finanziarizzazione senza regole dell’economia globalizzata (sul versante economico) hanno dominato il confuso panorama internazionale.

In tutto il mondo avanzato, ormai, le sacche di disuguaglianza e di malessere sociale sono in rapido aumento, il che non lascia adito a dubbi: la politica, intesa come strumento di governo della collettività e dell’interesse pubblico, sta scomparendo, mentre le aree di potere vacante vengono occupate da forze che hanno ben altri obiettivi e motivazioni. La convivenza civile e il patto sociale non sono usciti indenni da questo processo di trasformazione coercitiva del mondo. Spesso le distorsioni della politica partitica, ormai concentrata unicamente sulle strategie elettorali e sulla propaganda più rozza per la conquista del potere, hanno prodotto una sorta di rimozione psicologica delle pericolose piaghe che attanagliano il mondo reale e hanno avallato le pressioni ideologiche e gli interessi particolari dei potentati finanziari, provocando un vero e proprio stallo della giustizia sociale e del benessere diffuso. La capacità di perseguire vere politiche pubbliche fondate sulla tutela dei beni comuni e sulla progressiva eliminazione della forbice sociale come principi fondanti di un vero sviluppo economico si è progressivamente affievolita, con effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La decrescita come opportunità

Per fortuna, malgrado la congiuntura politica ed economica innescata dalla pandemia stia mostrando le sue pesanti ripercussioni nella vita sociale di tutto il mondo, nella società civile oggi emergono nuove forme di partecipazione che vanno nella direzione di una riaffermazione della politica intesa nel senso alto del termine. È arrivato il momento di dire pubblicamente e senza timori ciò che nessuno ha il coraggio di dire, ossia che un riscatto del buon senso non solo è possibile ma non è più differibile, e che già ora abbiamo cultura, conoscenze e strumenti sufficienti per cambiare il sistema capitalista e alimentare forme economico sociali capaci di rimettere al centro l’essere umano e le comunità nel rispetto dei veri valori della convivenza.

Tornare, come molti auspicano, a una quotidianità basata sul business as usual e dominata dalle vecchie logiche di cinico disinteresse nei confronti dei bisogni reali dei cittadini, subordinando la cosiddetta “ripartenza” alle strategie economiche fondate sul mito della crescita, significa riproporre, magari con qualche “pennellata green” (green economy, economia circolare, ecc.), gli scenari che hanno determinato la crisi acuta che stiamo attraversando e che ancora oggi non consente di fare previsioni sul futuro. In soli due mesi si è verificato un peggioramento netto dei sentimenti di incertezza, inquietudine e scetticismo che già da molti anni covano in seno alla società italiana ed europea. Le conseguenze della pandemia offrono quindi un’occasione per innescare una trasformazione che appare sempre più necessaria, indicando vie di uscita dall’emergenza che vanno in senso opposto alle ricette preconfezionate dell’ideologia neoliberista che hanno alimentato la crisi odierna. Non si tratta di prefigurare soluzioni nostalgiche che rivendicano il ritorno a un mondo antico che non può più esistere, ma di puntare lo sguardo verso una visione di futuro che discende da un rapporto molto stretto con il mondo reale e con i suoi limiti ecologici e sociali. Questa è la strada della decrescita.

Il pensiero della decrescita e le sue suggestioni

Crediamo che i principi della decrescita possano fornire un considerevole aiuto al processo di trasformazione dell’attuale modello dominante. Deve essere chiaro che nessuno di noi professa il ritorno all’età della pietra: la caricatura della decrescita che spesso viene strumentalmente proposta da un certo giornalismo ben poco avvertito su questo tema è una banale invenzione dell’ortodossia economicista che predica lo status quo come ricetta risolutiva di qualsiasi impasse. La verità è che la decrescita non ha nulla a che fare con l’accettazione passiva della povertà, ma al contrario aspira a dignità e giustizia. L’Associazione per la Decrescita, espressione italiana di un ampio movimento internazionale, ha quasi vent’anni di esperienza di studio e riflessione sull’urgenza di un cambiamento radicale del modello di sviluppo capitalista. Il dibattito che ha suscitato ha spesso richiamato l’attenzione di molte realtà scientifiche, accademiche e culturali, insieme a quelle dell’associazionismo, dei movimenti di opinione, delle organizzazioni religiose, dei corpi intermedi e di altri soggetti della società civile che da tempo operano, sia pure con strumenti e prospettive differenti, nell’ambito della sostenibilità ambientale, della giustizia sociale e dell’emarginazione. I principi che sottendono la decrescita affondano le loro radici in quella “ragionevolezza” che viene dalle evidenze scientifiche ben temperate con il rispetto delle culture, della natura, delle donne e delle future generazioni. Decrescita, quindi, non significa aderire al fatale impoverimento delle masse a vantaggio della ricchezza dei pochi (i soliti noti). Decrescita significa progettare la redistribuzione della ricchezza e del benessere nel pieno rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani a vivere una vita decorosa, lavorando meno per vivere meglio e recuperando un rapporto sostenibile con la biosfera, di cui abbiamo un vitale bisogno per la semplice ragione che tutti respiriamo la stessa aria e consumiamo le stesse risorse, che sono garantite unicamente dalla buona salute dei sistemi naturali. Al contrario, la via diretta verso un inesorabile e ingovernabile impoverimento generale, con tutto ciò che ne discende in termini di terribili disparità, disoccupazione, distruzione degli ecosistemi e instabilità politica – avversità che purtroppo da anni abbiamo imparato a riconoscere – risiede proprio nel falso mito della crescita economica illimitata, che distrugge relazioni sociali ed ecologiche e al tempo stesso cancella ogni traccia di patto sociale nelle comunità. In un pianeta finito non può esistere alcun processo di crescita continua che implichi la trasformazione illimitata di materia ed energia. La termodinamica è la scienza che ha fornito il contributo più rilevante allo sviluppo del pensiero della decrescita; mentre l’irrazionale modello di sviluppo partorito dall’ideologia capitalista ha sempre rimosso dalla propria prospettiva la cognizione della “misura giusta”, ossia della limitatezza della Terra, trasformandosi così in una vera e propria ideologia del fallimento.

Cambiare prospettiva, avviare la trasformazione

Ogni essere umano del mondo occidentale oggi dispone di una quantità di beni infinitamente maggiore rispetto alle popolazioni di cento anni fa o di altre aree del globo. Spesso si tratta di beni voluttuari che vengono sottratti direttamente o indirettamente alla natura e il cui uso e smaltimento deteriorano profondamente ed estesamente l’ecologia terrestre, con effetti che ben conosciamo sulla qualità fisica, chimica e biologica del nostro stesso ambiente di vita. La tendenza delle persone a riempire ogni vuoto relazionale ricorrendo all’acquisto di merci e a consumi inutili è forse una delle malattie peggiori di questo periodo storico. Fare resistenza a un simile processo di degenerazione sociale, prima ancora che ambientale, promuovendo un cambiamento degli stili di vita è ciò che viene sostenuto con forza dalla cultura della decrescita. Nell’ultimo secolo abbiamo imparato una lezione particolarmente importante: l’attuale modello di sviluppo non solo non è in grado di realizzare un sistema più giusto ma non è nemmeno interessato a un tale progetto di convivenza. Una società in grado di guardare al futuro ridimensionando i suoi giganteschi consumi di materia e di energia non è “fuori dal mondo”, come molti paladini della crescita amano affermare, ma, al contrario, è totalmente immersa “in questo mondo”. Com’è stato argomentato in modo ineccepibile da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato si’, il punto è che la trasformazione dei modelli economici e di sviluppo non è un capriccio ma una vera innovazione antropologica in difesa della vita e dell’umanità intera. Nell’era dell’ideologia della “crescita a tutti i costi”, assurta ormai a forma mentis oltre che a granitico paradigma di regolazione dei rapporti sociali ed economici, la globalizzazione dei capitali, delle merci e ora anche delle persone e della malattie (come ci sta mostrando Covid-19) ha prodotto ovunque mercificazione di ogni bene materiale e immateriale, smantellando quel mondo di infinite relazioni di cui noi esseri umani abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. La sfida di costruire un mondo diverso non è semplice e richiede innanzitutto di tenere i piedi ben ancorati alla realtà, consapevoli del lungo cammino che ci attende.

Per concludere, vale la pena richiamare alcuni principi e suggerimenti della rete internazionale della Decrescita che fin d’ora possono guidarci in alcuni passi importanti per il cambiamento.

Mettere la vita al centro dei nostri sistemi economici: invece della crescita economica e dello spreco di produzione e di consumo, dobbiamo mettere al centro dei nostri sforzi la vita e il benessere diffuso. Alcuni settori dell’economia, come la produzione di combustibili fossili, la produzione di armi, le spese militari e l’industria pubblicitaria devono essere abbandonati, mentre altri devono essere rafforzati, come la sanità, l’istruzione, le energie rinnovabili e l’agricoltura ecologica.

Rivalutare radicalmente quanto e quale lavoro è necessario per una buona vita per tutti: dobbiamo dare più enfasi al lavoro di cura e valorizzare adeguatamente le professioni ad alto valore sociale. I lavoratori delle industrie distruttive devono poter accedere a percorsi di formazione per nuovi tipi di occupazione, che siano rigenerativi e sostenibili, garantendo una giusta transizione. È fondamentale anche ridurre l’orario di lavoro e introdurre sistemi di condivisione del lavoro.

Organizzare la società intorno alla fornitura di beni e servizi essenziali: se da un lato dobbiamo ridurre gli sprechi e gli spostamenti, i bisogni umani primari, come il diritto al cibo, all’alloggio e all’istruzione, devono essere garantiti a tutti attraverso servizi di base e/o schemi di sostegno al reddito universali. Un reddito minimo e massimo devono essere definiti e introdotti democraticamente.

Democratizzare la società: tutti devono avere la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita. Ciò significa in particolare una maggiore partecipazione dei gruppi emarginati della società alla vita politica ed economica, eliminando ogni tipo di discriminazione. Il potere delle corporazioni globali e del settore finanziario deve essere drasticamente ridimensionato attraverso la supervisione e la decisione democratica. I settori primari come l’energia, il cibo, l’alloggio, la salute e l’istruzione devono essere demercificati e definanzializzati. Bisogna inoltre promuovere le attività economiche basate sulla cooperazione.

Basare i sistemi politici ed economici sul principio di solidarietà: la ridistribuzione e la giustizia transnazionale, intersezionale e intergenerazionale rappresentano i requisiti fondamentali per la riconciliazione all’interno dei paesi e tra i paesi del Sud e del Nord del mondo. La giustizia climatica-ambientale deve fornire la chiave di volta per una rapida trasformazione socio-ecologica.


Mauro Bonaiuti è docente presso diverse università e fa parte dell’Associazione per la Decrescita. È autore di articoli e libri, tra cui La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita (Bollati Boringhieri)


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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/pensare-la-decrescita-dopo-il-covid-19/

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