Riapre a Torino il Drop-in del Gruppo Abele, un luogo per gettare la maschera

28 Mag Riapre a Torino il Drop-in del Gruppo Abele, un luogo per gettare la maschera

28 Maggio 2020

Il Drop-in del Gruppo Abele ha riaperto le porte. La struttura di servizio per persone senza fissa dimora e/o consumatori di sostanze, che si trova nel quartiere periferico di Torino Barriera di Milano, e che accoglie in prevalenza uomini stranieri che necessitano di un luogo di relazione e di servizi di prima necessità come una doccia, del materiale sterile, qualche genere alimentare, un cambio di vestiario, era stata chiusa per l’emergenza sanitaria il 13 marzo scorso. Molte delle persone che lo frequentavano, facendone un punto di riferimento per una vita condotta sulla strada tra moltissimi disagi, si sono disperse, senza aiuti, per la città. Esposte, oltre che ai rischi di quella vita, anche a quelli straordinari della pandemia.
Dopo quasi due mesi il Drop-in è di nuovo un luogo di accoglienza. Con logiche di comportamento diverse e dettate dal protocollo di tutela sanitaria, ma con lo spirito immutato di assistenza per persone in difficoltà e integrazione con la cittadinanza di un quartiere già molto provato.
Abbiamo chiesto a Lorenzo Camoletto, operatore del Drop-in e formatore del Gruppo Abele, di raccontarci il nuovo inizio.

Come riapre oggi il Drop-in? Quali sono i cambiamenti alla luce dell’emergenza sanitaria?
Il Drop-in ha riaperto ma in forma ridotta. Innanzitutto l’entrata non è più quella abituale di via Pacini ma si accede dal sottopasso di via Leoncavallo. Usiamo due gazebo allestiti nel cortile esterno. Facciamo entrare soltanto tre persone per volta: dopo il triage, presa la temperatura e datagli una nuova mascherina, possono accedere. Fanno anche un ulteriore passaggio con i medici di Rainbow for Africa con i quali abbiamo cominciato a collaborare. Non possiamo più fare usare le docce come prima ma diamo molti buoni doccia in più e continuiamo a fare lo scambio di materiale sterile per i consumatori di sostanze.

Qual è la condizione delle persone che arrivano al Drop-in dopo due mesi di chiusura?
Dal punto di vista dell’epidemia le condizioni sono discretamente buone perché non abbiamo trovato ancora nessun contagiato. Da tutti gli altri punti di vista sono piuttosto critiche perché soprattutto quelli che non sono riusciti a entrare in qualche struttura hanno dovuto dormire fuori in situazioni disagiate e senza avere durante il giorno quei luoghi di compensazione informale come biblioteche, i centri commerciali o i bar. Anche il reperimento del cibo per alimentarsi è diventato più difficile. Anche se molte mense si sono attrezzate per l’emergenza. Quasi impossibile è stato trovare le sostanze, per chi le usa. Aggiungo che la chiusura temporanea dei servizi di bassa soglia, dove le persone potevano venire e togliersi per qualche ora la maschera della strada, ha inciso dal punto di vista psicologico. Molti si sono sentiti abbandonati.
Infine, per la popolazione che frequenta il Drop-in, costituita in gran parte da senza dimora e senza documenti, sarebbe il caso di fare un discorso più complessivo perché l’emergenza sanitaria ha messo a nudo problemi strutturali. Non occuparsi degli ultimi tra gli ultimi può avere ricadute sulla salute dell’intera popolazione, non soltanto per quelli che vivono ai margini. Forse varrebbe la pena ragionare su politiche pragmatiche utili per tutti.

Oggi, dopo una prova così pesante per il servizio, i lavoratori e gli utenti, come ti appare il futuro del Drop-in?
Il futuro mi appare ambivalente. Perché mentre da una parte non si è probabilmente dimostrato sufficiente a rispondere a momenti di imprevedibile emergenza come questo della pandemia, da un’altra parte è stato evidente che questa mancanza ha comportato conseguenze non da poco, mettendo in chiaro come per il futuro siano necessari più spazi come il Drop-in e aperti più tempo che non un solo giorno a settimana.

La pandemia ha dato maggiore visibilità mediatica ai problemi degli emarginati come senzatetto, lavoratori irregolari, migranti senza documenti e altri. Questo vale anche per i frequentatori del Drop-in?
Paradossalmente sì. Non so solo quanto questo sia evidente agli operatori del settore e quanto questi siano stati capaci di portarlo all’attenzione del resto della popolazione. Per cui non so se la società è pronta. So che ora ci sono condizioni favorevoli a questa svolta culturale. Dipende anche da noi operatori, da quanto saremo bravi a fare da ponte tra la strada e il resto del mondo.

Cosa auspichi che si porti dietro la pandemia dal punto di vista dei dimenticati della società?
Che la società che li accantona, segnata a tutti i livelli da questa prova sanitaria, sociale ed economica riesca a ricomprenderli come parte di sè stessa.
Questa dovrebbe essere l’eredità positiva di questa esperienza. Uso il condizionale perché ritengo che bisognerà essere capaci, e non sarà semplice. Peraltro non la intendo come capacità ideale di prendersi cura degli invisibili e degli ultimi ma come fatto pragmatico: la pandemia ha dimostrato come dimenticarsi gli ultimi diventi un pericolo anche per i penultimi e i terzultimi e così a salire sulla scala sociale, fino ai primi.
Quindi non è più solo una questione etica. È necessario essere consapevoli di come la nostra società sia composta da moltissimi elementi. E il fatto che qualcuno di questi stia male fa sì che l’intera società ne risenta. Spero che questa esperienza ci renda consci che occuparsi della salute di tutti non è un comportamento buonista bensì un rifiuto dell’ottica del premio-castigo. Perchè nel momento in cui dimentichiamo qualcuno castighiamo anche noi stessi.

(toni castellano)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/riapre-a-torino-il-drop-in-del-gruppo-abele-un-luogo-per-gettare-la-maschera/

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