Dove comincia la fine delle città

La subordinazione delle città allo sviluppo del sistema di produzione industriale e finanziario capitalistico ha creato periferie umane di esclusi ed esuberi, distrutto l’ecosistema nel quale le città erano storicamente inserite e stravolto gli equilibri tradizionali tra città e campagna, tra zone costiere industrializzate e antropomorfizzate e zone interne e periferiche, progressivamente emarginate e spopolate. Il risultato di questo processo è stato la non-città, la città informe di Calvino. Roma non è sfuggita a questo destino, il suo declino viene alla luce ogni giorno nella degenerazione della sua forma urbana e democratica. Per ripartire servirebbe un lavacro liberatorio con un radicale cambiamento dello sguardo sulla città. Alcune proposte per una riflessione comune

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere. Dove le forme esauriscono le loro variazioni e si disfano, comincia la fine delle città.»

Italo Calvino, Le città invisibili

“L’aria delle città rende liberi», così affermava nel Medioevo un proverbio tedesco (ripreso poi da Marx), ed effettivamente i contadini che arrivavano in città spesso lo facevano per ricominciare un’esistenza libera dagli obblighi e dai vincoli di servaggio cui dovevano sottostare nelle campagne dominate dal signore feudale. Di acqua ne è passata sotto i ponti, da allora. Adesso ci troviamo nel mondo postindustriale, immersi nella crisi strutturale di un modello capitalistico-globale urbano-centrico e consumistico.

Da qualche anno più della metà della popolazione mondiale vive in città. Ma siamo sicuri che l’aria della città renda ancora liberi? Ormai oltre la metà della popolazione mondiale vive apparentemente in città. In realtà vive nelle immense solitudini delle sterminate periferie delle metropoli.

Le campagne non sono più appannaggio di feudatari e la servitù è scomparsa da un pezzo, trasformata in una moderna forma di servaggio urbano, prima con la trasformazione del contadino in lavoratore salariato e poi, nella fase post-industriale, in plebe senza tutele, in “scarti umani” direbbe Bauman, depositati nelle grandi periferie urbane.

Frutto, questo, della avvenuta subordinazione della città allo sviluppo del sistema di produzione industriale e finanziario capitalistico, che ha creato periferie umane di esclusi e di esuberi, distrutto l’ecosistema nel quale le città erano storicamente inserite e stravolto gli equilibri tradizionali tra città e campagna, tra zone costiere industrializzate e antropomorfizzate e zone interne e periferiche, progressivamente emarginate e spopolate.

Il risultato di questo processo è stato la non-città, la città informe di Calvino che si espande come una protuberanza cancerosa nella campagna e ne colonizza gli spazi vitali rompendo col suo sistema ecologico e riproduttivo.

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Il sociologo Marco
d’Eramo la definisce “campagna edificata”, termine che spiega il concetto di quella
che chiamiamo “città diffusa”, piena di solitudini e sempre più povera di
democrazia e di relazioni comunitarie.

Crisi della forma-città e crisi della democrazia sono due facce della stessa medaglia e sono un prodotto entrambe dei processi di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia.

Ora un ripensamento è necessario. Una alternativa strategica alle megacityes e alle urbanizzazioni post-urbane si impone alla riflessione della politica, degli urbanisti e delle comunità più consapevoli che le abitano.

Roma non è sfuggita a questo destino e non può eludere questa urgenza.

Il
declino di Roma come degenerazione della sua forma urbana e democratica

L’espansione di Roma nella immensa non-città periferica, la sua frammentazione in isole sparse nella campagna romana fuori del GRA, è stata una delle componenti decisive della crisi della Polis come comunità autoconsapevole e dell’impoverimento e depotenziamento della sua democrazia e della partecipazione popolare ai destini della città.

Da questo legame interrotto tra governati e governanti, dal reciproco isolamento, anche spaziale, tra governo urbano e cittadini nasce e cresce tanta parte del disagio sociale e del rancore popolare che esplode periodicamente come rabbia incontrollata nelle sue periferie più martoriate, in contrasto con le vetrine luccicanti della città antica con la sua bellezza decadente che incanta i viaggiatori di tutto il mondo.

Il
declino di Roma si può leggere anche attraverso questa lente: una città di una
bellezza antica e “decadente” nel suo meraviglioso centro storico e, nello
stesso tempo, di una moderna “bruttezza”, umana e materiale, nelle sue
periferie più isolate e invivibili.

Foto riccardo troisi Rione Monti

Ma queste due città sono riunificabili? La risposta a questa domanda è nel vento, direbbe Bob Dylan. Penso però che in larga parte siano inconciliabili nella loro attuale forma e relazione.

Il Comune di Roma occupa un territorio enorme: dodici volte la città di Parigi, equivalente alle prime nove città metropolitane d’Italia, con una densità abitativa bassissima, circa 2.000 abitanti per Kmq contro i 7.000 di Milano e i 21.000 di Parigi.  

Il comune di Parigi conta 2.273.250 abitanti con venti municipalità, il comune di Roma 2.844.395 con 15 municipalità. La media di Roma di abitanti per municipio è di 180.000 circa, quella di Parigi di 110.000. Ogni municipio a Roma ha un’estensione media di 86 kmq, a Parigi invece di soli 5 kmq!

Ci sono municipi a Roma grandi come la città di Parigi, estesa per 105 kmq. La democrazia possibile si misura anche con questi numeri.

Il Piano Regolatore Generale del 2008, con le sue centralità urbane ed extraurbane che dovevano ridisegnare una città pubblica e policentrica, è miseramente naufragato e queste si sono trasformate in nuove periferie, in quartieri-dormitorio intorno a grandi centri commerciali e incapaci di ricucire i tessuti urbani frammentati.

Intorno alla città consolidata e a quella storica è cresciuto e si è rafforzato così un sistema periferico separato dalla città, un sistema informe, dilatato a dismisura nella campagna romana e che ha fagocitato e incorporato anche i comuni della prima cintura attorno alla città.

Il risultato è che chi governa Roma non conosce la città; (direi di più: Roma è una città inconoscibile e ingovernabile da un unico Centro); chi viene governato percepisce il governo dalla sua assenza, dal suo non-esserci, dalla sua invisibilità.

Da ciò ne discendono impotenza, rabbia, frustrazione per l’invivibilità urbana, per una mobilità disastrata, per la mancanza di lavoro dignitoso (direi pure di lavoro senza aggettivi), per i cumuli di rifiuti che insozzano le strade e i “vuoti” urbani, per il moltiplicarsi di luoghi infestati da rifiuti tossici che ammorbano e avvelenano la già precaria esistenza degli abitanti.

Da ciò discendono anche le conseguenti derive illegali per sopravvivere, che aprono spazi alle economie e agli interessi mafiosi e malavitosi che coinvolgono e inglobano masse di cittadini e di giovani nelle zone più escluse e abbandonate. Senza nessuna o vera interlocuzione con i poteri della città da parte dei suoi cittadini.

Roma è una città in decadenza democratica perché il tessuto istituzionale di governo del Comune e dei Municipi è drammaticamente inadeguato a costruire e a intessere un rapporto positivo o quand’anche conflittuale con le zone della sofferenza e del disagio urbano e sociale. Roma e il suo sistema metropolitano non sono governabili con una governance centralizzata.

Roma
vive così una crisi di comunità. Una crisi di governo democratico che estranea
i suoi cittadini dalla partecipazione alla cosa pubblica.

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Roma
Capitale dimidiata e misconosciuta
.

Roma
è una città che ha subito anche un doppio processo di delegittimazione, interno
ed esterno.

Ha perso considerazione e rispetto da gran parte  dell’Italia ricca e benestante del Nord che non la riconosce più o non l’ha mai riconosciuta come la propria Capitale. “Roma Capitale corrotta ” e “Roma ladrona” sono stati alcuni slogan negativi che l’hanno accompagnata nella sua storia a partire dal secondo dopoguerra.

In più la politica le nega le risorse indispensabili per svolgere con dignità e decoro la sua funzione di Capitale del Paese e della Cristianità.

Roma
è anche una Capitale che viene vissuta dai suoi cittadini più come un peso che come
una risorsa.

Che vuol dire oggi sentirsi cittadino romano di una Città Capitale? Credo che per molti romani sarebbe difficile rispondere a questa domanda.

C’è una doppia città e una doppia cittadinanza: quella del Centro, sempre più svuotato dei suoi abitanti storici, la città cosmopolita, la città-vetrina per turisti, gentrificata e abitata da ricchi e facoltosi; e quella della non-città periferica, dove vivono in prevalenza i suoi abitanti-cittadini, sempre più estraniati dalla realtà e dalla vita del suo centro. Una città dimidiata. Due città separate e non-comunicanti.

La non-città periferica è in realtà composta da frammenti di città che, pur in presenza di coraggiose esperienze di resistenza civica e sociale, riproducono solitudini e dolori non leniti che si fanno rabbia, nell’isolamento politico, sociale ed esistenziale.

Si pensi al degrado urbano e umano in alcune periferie, si guardi, ad esempio, alle condizioni di vita nei quartieri di Roma-est, la nuova Terra dei Fuochi.  Si pensi anche alla vicenda emblematica di “Via Mejo de Gnente” a Ponte di Nona, sulla via Prenestina, una delle centralità pubbliche del PRG, dove gli abitanti del quartiere, per protestare e ironizzare contro la mancanza di strade che li collegasse con la limitrofa Castel Verde, se ne sono fatta una abusiva intitolata “Meglio che niente”!

Si pensi anche alla dipendenza
di interi quartieri e famiglie da una economia “sporca”, fatta di arrangio,
lavoro nero e precario, e di economia criminale legata allo spaccio di droghe,
alla prostituzione e ai piccoli furti.

C’è la Roma del Colosseo e dei Fori,
ma anche  quella dei romani “brutti,
sporchi e cattivi”, come direbbe Ettore Scola parafrasando un suo vecchio e
bellissimo film.

Ne
viene fuori la realtà di un Comune e di una città divisa che arranca e
sopravvive a stento a sé stessa, e il suo essere anche la Capitale del Paese
non sembra apportare benefici tangibili e percepibili.  

Il risultato è una forma di alienazione e di estraniamento progressivi nel rapporto tra i cittadini e la loro Città Capitale, in cui stentano a riconoscersi.

No! L’aria di questa Città non
rende affatto liberi!

Un
progetto costituente per la città

A questo esito ha contribuito certamente il fallimento clamoroso dell’amministrazione grillina, un’occasione persa per la città, al cui esito hanno contribuito la loro presunzione e la loro mancanza di umiltà. Un’esperienza irripetibile e un capitolo chiuso per il futuro di questa città.

Ma hanno non meno contribuito a questo esito i fasti ingiustamente attribuiti ai governi del centro-sinistra nel ventennio trascorso e alle ideologie ingannevoli, come il cosiddetto Modello Roma veltroniano, che lo hanno animato e sostenuto.

Dico centro-sinistra e riguarda tutti: dal vecchio PDS-PD, alle varie forme che ha assunto la sinistra radicale da Rifondazione Comunista in poi. Senza avere ancora prodotto o tentato una benché minima, salutare e liberatoria autocritica.

Roma è una città che ha bisogno di un processo di redenzione per riscattarsi e salvarsi. A partire dal riconoscimento dei fallimenti di una classe dirigente lunghi almeno un ventennio. Oggi pesa questo vuoto e la sua incapacità di autocoscienza e la mancanza di apprendimento da questi fallimenti.

Per ripartire servirebbe un lavacro liberatorio con un radicale cambiamento dello sguardo sulla città.

Come servirebbe ora lo sguardo severo e compassionevole di un caro amico scomparso come don Roberto Sardelli, che sapeva coniugare il suo impegno instancabile e il suo amore verso gli ultimi e gli esclusi con l’umiltà e la capacità di ascolto!

Queste sono le qualità oggi da mettere in campo per chi abbia voglia di cimentarsi per risollevare le sorti di questa città magnifica e sfortunata! Roma avrebbe bisogno di un progetto costituente per affrontare e superare la crisi della città a partire dalle sue fondamenta materiali e morali.

Di un Progetto frutto di un processo partecipativo collettivo dei suoi intellettuali e della politica nel senso più nobile del termine, delle sue reti economiche e sociali, dei suoi cittadini “sapienti”, delle sue “comunità resistenti”, delle sue  associazioni di liberi cittadini, dei suoi saperi, delle sue  istituzioni culturali e di ricerca, che elaborino conoscenza critica e proposte sulla città: tutti insieme impegnati per ridare un senso alla comune appartenenza alla polis, per perseguire il bene comune, per ridare un’anima riconoscibile ad una città martoriata da un lungo malgoverno.

Come?

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Alcune proposte per una riflessione
comune

Innanzitutto dare vita ad un nuovo risorgimento urbano, sociale, civile e democratico che ridia forma alla città, una forma democratica ed autogovernata restituendo dignità e riconoscibilità al governo locale.

Lo si potrebbe  fare con un  Piano per la riforma della Capitale, a cui pare stia lavorando il ministro Boccia, che preveda  la riduzione del perimetro della Capitale  all’interno dei confini “naturali” del Grande Raccordo Anulare: una “Piccola Roma” nella quale lasciare il centro storico, l’anello ferroviario ed alcune delle borgate storiche oggi semi-periferiche e trasformando le  conurbazioni urbane fuori dal GRA  in nuove comunità municipali vere e proprie (vedere lo studio a cura di Marco Pietrolucci sulle nove città del GRA: “Verso la realizzazione delle micro-città di Roma”), che diano vita, insieme alla “ Piccola Roma”  e a  parte dei  comuni extraurbani, alla “Grande Roma”.

Una Grande Roma configurata come sistema metropolitano policentrico di comuni che andrebbe governata su basi federali (una mia opinione) o come Città-Regione, con Poteri e Fondi Speciali trasferiti con una nuova legge per Roma Capitale, a cui demandare la  programmazione del sistema dei rifiuti e della rete dei trasporti  e  a cui trasferire i poteri della pianificazione urbanistica. In tal caso sarebbe necessaria una modifica dell’attuale assetto della Regione Lazio.

La
“Piccola Roma” potrebbe  essere  ridisegnata con una rete fatta di municipalità
con poteri di gestione sui servizi pubblici locali  sul modello di Parigi, e con una rete fitta di
consigli eletti in ogni quartiere e riconosciuti nello Statuto Comunale,
corredati  da una rete di spazi e luoghi pubblici  (case di quartiere sul modello di Parigi e/o
di Torino) per allocarvi spazi comuni, laboratori sociali e culturali, servizi
pubblici di prossimità e attività di socializzazione culturale e ricreativa,
anche utilizzando  strategicamente  il patrimonio pubblico dismesso e abbandonato.

Occorrerebbe anche  una rivisitazione critica del PRG del 2008. Il suo limite più grande è stato il  non averci restituito un  vero progetto  di città. Roma rimane una città divisa tra il modello formale della città antica e barocco-rinascimentale e quella irregolare, abusiva, diffusa nell’Agro. Le centralità sono state un fallimento,  ridotte ormai a quartieri-dormitori senza le funzioni di eccellenza che erano state immaginate.

La città periferica non si riqualifica senza funzioni pubbliche di qualità. Non è sufficiente un grande centro storico per definire una Capitale.

Serve una nuova idea di Roma che si condensi in un Nuovo Piano Strategico per la città. Non ci può essere futuro per una Città Capitale se questa non è in grado di rigenerarsi.

Le ultime grandi trasformazioni moderne della città risalgono alla costruzione dell’EUR nel periodo fascista e al 1960 in occasione dei Giochi Olimpici, con opere pubbliche e di viabilità che ancora oggi costituiscono punti di forza della struttura urbana.

Le ultimi grandi “idee” per Roma sono state quella del Sistema Direzionale Orientale (SDO) che doveva ridisegnare un nuovo Polo Terziario della città con il trasferimento di sedi e funzioni pubbliche a partire dai Ministeri in periferia, e quella del  Progetto Fori della Giunta Argan, entrambe abortite.

Da allora la città ha
vissuto un lento declino, contrassegnato dai processi di deindustrializzazione
del suo sistema produttivo legato in prevalenza al polo tiburtino; dal
progressivo spostamento delle sedi direzionali 
delle grandi Banche e Aziende a Milano;  dalle tante opere incompiute come le Vele di
Calatrava a Tor Vergata; oppure dall’infelice localizzazione della Nuova Fiera
di Roma sulla via Portuense senza un adeguato servizio di trasporto pubblico, e
dallo stato di abbandono in cui versa la Ex-Fiera sulla via Colombo. E si
potrebbe continuare.

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Penso che lo SDO e il Progetto Fori siano state due grandi idee per Roma che andrebbero in qualche modo riprese e riattualizzate nelle loro migliori ispirazioni,  insieme ad alcune intuizioni rimaste sulla carta nel PRG come  l’Anello del Ferro  con i progetti sulle aree ferroviarie dismessi delle grandi stazioni ( Trastevere, Ostiense, Tuscolana, Tiburtina), a cui aggiungere la tutela dell’Agro romano da ulteriori cementificazioni.

Infine, ma primo punto ideale e programmatico, occorre restituire  a Roma la dignità smarrita di Città Capitale di un Repubblica democratica e sovrana.

Ogni Paese si riconosce nella propria Capitale  e i suoi cittadini ne vanno fieri. Non è questo il caso di Roma. La città ha subito diversi ostracismi  e disconoscimenti che hanno  avuto conseguenze politiche nefaste, non ultime quelle relative  alle insufficienti  dotazioni delle risorse necessarie al suo funzionamento.  

Roma è una città con le casse vuote e con un forte debito accumulato nel passato. Le sue aziende di servizi (ATAC e AMA) sono praticamente fallite. Ogni anno il Comune di Roma riceve dal governo nazionale 110 milioni di euro per finanziare gli extra-costi dovuti al suo “ruolo di Capitale”, palesemente insufficienti e inadeguati. In più non può indebitarsi per i vincoli del Patto di Stabilità.  Mai come in questa occasione la parola “ribellione” contro questa ingiustizia avrebbe più senso.

Penso che nessuna Capitale al mondo sia stata così tanto bistrattata dai suoi governi come Roma. Anche per responsabilità delle sue passate classi dirigenti, certo.

Penso che oggi chi si candidi al governo futuro di questa città debba porre sul tavolo questo problema  e  la necessità di una Legge per Roma Capitale che assicuri risorse e poteri adeguati alla sua funzione, facendone uno dei temi centrali della sfida elettorale. Innanzitutto contro  quelle forze che alimentano la narrazione di un Nord vittima presunta di Roma e che rivendicano un’autonomia differenziata per le regioni più ricche che sarebbe un colpo duro non solo contro il Sud ma contro la stessa Capitale.

Si possono sognare un’alternativa possibile e un nuovo risorgimento per questa città?

Un’ alternativa che sia
programmatica, ideale e politica rispetto alla storia dell’ultimo ventennio
almeno?

Difficile rispondere. Servirebbero idee progetti che sfidino e riscattino il suo passato, una classe dirigente nuova che li assuma e una partecipazione pubblica e popolare che andrebbe stimolata e motivata.

La Chiesa di Roma fu protagonista
nel 1974 del Convegno su “I mali di Roma” che pose la speranza di una
città diversa e mostrò che non si doveva rimanere inerti ma che si poteva fare
molto per cambiare.

Certo, erano altri tempi. A Roma nella Chiesa c’erano figure come don Giovanni Franzoni, don Roberto Sardelli e don Luigi Di Liegro che ne furono tra i protagonisti, e nella politica uomini come Petroselli ed Argan, che da lì a poco avrebbero assunto la guida della città.  Oggi mancano figure carismatiche di pari livello nel mondo laico e cattolico.

Ciò nondimeno questo sarebbe il terreno ideale per lanciare una sfida alle nostre grettezze e ad un certo narcisismo imperante nel mondo della politica e dell’intellettualità romana.

Foto tratta dal fb di Pas Liguori

Sarebbe bello se invece delle stanche e ripetitive alchimie sugli schieramenti e sui sindaci possibili da candidare, si manifestasse uno scatto collettivo promosso dai più sensibili e avvertiti per lanciare un evento, una costituente per la città, sui mali della Roma attuale e sul suo destino futuro.

Al contrario, sic stantibus
rebus
, temo che il prossimo sindaco della città sarebbe quasi sicuramente un
candidato di destra a trazione leghista. Con l’esito paradossale che Roma
potrebbe finire con l’essere amministrata proprio dai suoi peggiori detrattori,
con il consenso del suo popolo!

Per
impedirlo ci vorrebbero progetti, idee, energie creative e disinteressate ma
anche tanta forza morale e ideale per convincere i cittadini romani a
scommettere e a riconoscersi in una simile sfida, e soprattutto per provare a
cambiare davvero.

L’unica
speranza per cui varrebbe la pena combattere ancora.

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/dove-comincia-la-fine-delle-citta/

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