La Napoli che si ribella al debito

La discussione sulla natura e sull’origine del debito resta un enorme tabù per l’economia contemporanea, la quale se ne nutre nell’intento piuttosto disperato di rimandare all’infinito le sue crisi. Il debito, per usare le parole chiare e semplici di Marco Bersani, è “un rapporto di potere, che si prefigge estrazione di valore e dominio sull’assoggettato, determinandone le scelte”. Quando la sua ingiustizia viene imposta per legge, la resistenza diventa un dovere: l’esperienza della Consulta pubblica di audit sul debito di Napoli e la sua ribelle Delibera di Giunta

Già nella Roma antica, Tacito
ammoniva come dalla questione del debito e il fenomeno dell’usura potessero
sortire creberrima causa di seditiones
discordiaeque
. L’oppressione per debiti spingeva i debitori insolventi a
diventare nexum dei creditori, cioè a
dare sé stessi a garanzia del creditore, del quale divenendo schiavi vi erano
assoggettati fino a quando non intervenisse un improbabile adempimento del
debito.

Già Solone nel IV sec a. C aveva provveduto con un provvedimento denominato seisachtheia alla liberazione della terra dai cippi ipotecarî e di molti Ateniesi dalla servitù o dal pericolo di cadervi.

Quando è il debito pubblico a essere odioso e illegittimo, perché contratto con la consapevolezza e la complicità dei creditori contro l’interesse e a danno delle popolazioni, rimonta il diritto di ‘resistenza’ del debitore per sottrarsi alla dittatura della finanza sui diritti.

Questa tipologia di debito non è irreversibile, e il “debito odioso” va ripudiato, come hanno fatto con successo negli ultimi due secoli Messico, Stati Uniti, Cuba, Costa Rica, Russia.

La stessa Grecia, poi, si è vista piegata dalla troika e dalle perverse e onerose logiche dell’indebitamento finanziario. La ristrutturazione del debito ha portato benefici solo alle banche creditrici, mentre ha condotto a un crollo drammatico delle attività economiche, a un peggioramento generale delle condizioni di vita della popolazione, a crescenti violazioni dei diritti sociali e alla precarizzazione dei diritti economici e collettivi.

Lo stesso sistema di dominazione
che dal XIX secolo ha usato l’indebitamento estero e l’adozione del libero
commercio come un “fattore fondamentale
per la sottomissione di intere economie periferiche alle potenze capitaliste
“,
come a più riprese ha avvertito Enric Toussaint.

Più recentemente, nel 2007, l’Ecuador ha dichiarato come odioso il suo debito nei confronti del Fondo Monetario internazionale sulla base di un’analisi curata ed accurata da una commissione ad hoc. Il risparmio di tale debito ha permesso all’Ecuador di investire in diritti sociali e in infrastrutture

Il primo a mettere a punto la tesi del rifiuto legittimo del debito illegittimo è stato il giurista russo Alexander Sack, il quale riteneva che se un governo incorre in un debito non per bisogni o per interessi dello Stato, tale debito è odioso e non essendo un’obbligazione per la nazione è un debito che deve essere respinto.

Mutatis mutandis la troika ha usato il debito come arma di dominio
e spoliazione economica, imponendo agli Stati Europei di modificare le proprie
Costituzioni introducendo il c.d. sistema del pareggio di bilancio, fondandolo
sulla falsificata necessità per cui l’eccesso di debito, come quello italiano,
fosse direttamente collegato all’aumento della spesa pubblica e agli sprechi.

Questa narrazione mainstream è in realtà contradetta dai
dati ufficiali che vedono l’Italia chiudere il bilancio statale quasi sempre
con avanzi primari, con le entrate superiori alle uscite al netto della spesa
per interessi, e la spesa pubblica in linea con la media dei paesi dell’Eurozona.

La fonte della crisi del bilancio pubblico va invece rinvenuta prevalentemente nella finanziarizzazione e speculazione sul debito, l’aumento degli interessi passivi, una selvaggia privatizzazione degli asset e quindi degli interessi pubblici, una tassazione solo formalmente informata ai caratteri di progressività nonché un capitolo di spesa sulle missioni e la armi ingiustificatamente alto per una nazione che ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà dei popoli.

In realtà la questione della
discussione sulla natura e sull’origine del debito è un tabù per l’economia
contemporanea, la quale si basa esclusivamente sull’economia
dell’indebitamento, che è, per usare le parole di Marco Bersani “un rapporto di potere, che si prefigge
estrazione di valore e dominio sull’assoggettato, determinandone le scelte
”.

È del tutto evidente come il sistema dell’Austerity abbia avuto un riverbero anche negli equilibri della gestione contabile e nell’erogazione dei servizi pubblici degli enti locali ed in particolare dei Comuni, luoghi primari della democrazia di prossimità, che hanno visto negli anni progressivamente depauperato le risorse, impoverito e frammentato le comunità.

Una crisi endemica che si è
acuita con l’emergenza sanitaria del Covid 19, la quale ha comportato a fronte
della moltiplicazione delle risposte socialmente indifferibili un azzeramento
delle fonti di tassazione locale e di finanziamento dei Comuni.

In questo quadro a tinte fosche a Napoli con Decreto Sindacale n° 228 del 11/7/2018 viene istituita la Consulta pubblica di audit sulle risorse e sul debito della Città di Napoli”, con funzioni di studio ed inchiesta, ma anche vere e proprie funzioni consultive, con particolare riguardo alle strategie per impedire che il “debito ingiusto” della Città di Napoli continui a produrre ulteriori effetti negativi, guidata caparbiamente dal Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena.

Si tratta di un esperimento che
intende rafforzare la promozione della democrazia di prossimità, la discussione
pubblica, e prima ancora la consapevolezza e la divulgazione sulle difficili
tematiche delle risorse fondamentali del Comune, sul bilancio, e sulle azioni e
i suggerimenti da intraprendere per quello che incide sul debito e sulla
finanza pubblica locale del Comune di Napoli.

Il primo approdo del lavoro di studio della Consulta ha condotto allo straordinario risultato dell’approvazione della delibera di Giunta del 24 aprile 2020 n. 117 sul rifiuto di una parte del debito del Comune di Napoli, grazie al contributo determinante, a titolo gratuito, degli studiosi della consulta, di professori e di intellettuali di profilo internazionale, dell’Osservatorio permanente sui beni comuni della città di Napoli, dal lavoro storico e la lunga militanza di associazioni e movimenti come CADTM, ATTAC e MASSA CRITICA, con il concorso risolutivo del Sindaco Luigi de Magistris e del Vicesindaco Enrico Panini del Comune di Napoli.

La Delibera, comincia col fare ciò
che è necessario, per fare ora ciò che è possibile, affinché tutti
possano all’improvviso sorprendersi a fare l’impossibile. Infatti per ragioni
tecnico giuridiche si deve necessariamente, muovere negli stretti spazi
dell’art 49 TUEL, come atto di indirizzo politico, essendo escluso per legge la
possibilità per la giunta di assumere impegni finanziari ed economici senza
acquisire i pareri degli uffici amministrativi responsabili, in una logica in
cui la politica deve giocoforza incontrarsi e ancora scontrarsi con logiche
contabili ragionieristiche degli Uffici Amministrativi.

Il significato politico e gli impegni trasfusi in un atto amministrativo ufficiale sono di grande rilevanza, nella misura in cui invertono la logica della narrazione del neoliberismo predatorio.

Si prospetta la necessità vitale di operare una revisione del debito pubblico del Comune di Napoli, il quale occorre sia indifferibilmente depurato dalle somme imputabili a tale titolo, come i contratti di acquisto dei “derivati” e altri simili “prodotti finanziari”, che sono illegali o non esigibili anche alle luce della recentissima Sentenza della Corte di cassazione n. 8770/2020, che ha dichiarato nulli tutti i derivati sottoscritti dai Comuni senza essere stati approvati da apposita delibera di Consiglio Comunale.

Vengono assorbiti nella categoria del debito ingiusto i debiti discendenti dai commissariamenti, per una cifra arrotondata per difetto pari a 300 milioni di Euro, che riguardano in particolare il commissariamento del post terremoto, durato incredibilmente in vigore per circa 40 anni, quello relativo alla bonifica del territorio di Bagnoli, e tralasciando altri minori commissariamenti, quello legato all’emergenza rifiuti.

I Commissariamenti sono tutti connotati dall’estraneità della responsabilità contabile dell’ente locale (e quindi del debito da loro generato), a causa della gestione extra ordinem e fuori da ogni controllo democratico.

Le scelte operate dai commissariamenti, caratterizzate da poteri eccezionali, hanno generato ingenti danni non solo economici, ma anche sociali, come quelli discendenti dal contenzioso per la stipula di contratti, concessioni e appalti e per tutti gli atti e i provvedimenti in deroga alle ordinarie procedure di controllo politico ed amministrativo del comune di Napoli.

Si considerano ascrivibili altresì al debito ingiusto quelli che derivano la loro fonte generatrice in contratti di mutuo stipulati a tassi di interesse fuori mercato, in quanto o illegittimi formalmente perché assunti da organi incompetenti o in quanto illegittimi perché assunti in conflitto di interesse con il perseguimento dell’interesse pubblico della cittadinanza.

Quest’ultimo un tema strettamente
collegato al delicato ruolo e ai finanziamenti contratti con cassa depositi e
prestiti, che con la privatizzazione avvenuta nel 2003 ha smarrito la primaria
funzione di Ente pubblico proteso alla raccolta del risparmio privato per
finanziare opere di pubblica utilità, comprese quelle degli enti locali.

Quella di CDP è una situazione surreale in cui i risparmi dei cittadini vengono utilizzati non per i servizi pubblici o per opere pubbliche ma per aumentare gli utili e la liquidità della CDP la cui compagine societaria è composta da circa l’84% dal Ministero dell’Economia e Finanze e dalle Fondazioni bancarie per il restante 16%.

Dallo studio condotto è emerso
che il Comune di Napoli ha in essere circa 700 mutui, la maggior parte contratti
con CDP, per un valore di circa 2 Miliardi di Euro ad un tasso fuori mercato
oscillante tra il 4 e il 5 per cento, laddove i tassi attuali viaggiano intorno
all’1 per cento di talché anche un abbassamento dello 0,50% del tasso praticato
sui Mutui presi in esame comporterebbe una diminuzione degli interessi passivi
di circa 140 milioni di Euro fino al 2044. Analogamente una riduzione del 2%
dei tassi praticati porterebbe una presunta riduzione degli interessi passivi di
circa 700 milioni di Euro, sempre fino al 2044.

La delibera si impegna a sollecitare con azioni istituzionali e iniziative nei confronti del Governo la rinegoziazione da parte dello Stato dei mutui del Comune di Napoli contratti con la CDP in conformità a quanto previsto dall’art. 39 legge 8/2020 (c.d milleproroghe), che prevede appunto l’accollo dei debiti da parte dello Stato con sua successiva rinegoziazione.

Infatti, in attesa del decreto ministeriale attuativo, che dovrebbe definire le modalità e i termini per le istanze degli enti locali, con un meccanismo abbastanza complicato l’articolo 39 del Milleproroghe consentirebbe agli enti locali di accollare i propri mutui allo Stato affinché il Tesoro li possa rinegoziare o ristrutturare per abbassare il più possibile il tasso di interesse anche attraverso l’emissione di titoli di Stato.

E ancora si è evidenziata
l’urgenza di adoperarsi per sterilizzare ogni effetto contabile distorsivo,
partendo proprio dal superamento della ratio
e dalle regole del pareggio di bilancio degli enti locali in grado di
fotografare una situazione finanziaria e patrimoniale, che non corrisponde
quasi mai all’esigenze reali delle comunità.

Occorre sostituire le formule ragionieristiche e la sintassi del neocolonialismo culturale di stampo liberale con una visione sociale ed ecologica del bilancio, che sappia indicare e indirizzare le azioni delle amministrazioni verso la copertura dei bisogni della comunità, il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone, l’universalità dell’accesso ai servizi pubblici salvaguardando l’equilibrio tra le attività economiche e sociali con la protezione dell’ecosistema urbano e territoriale.

È necessario stigmatizzare gli squilibri finanziari e il dissesto economico degli Enti Locali, molto spesso provocati da una legislazione ondivaga, altalenante e imprevedibile, contraria anche agli stessi principi dell’unitarietà, continuità, trasparenza e correttezza dei bilanci pubblici, che da un lato vengono ingabbiati nei draconiani principi costituzionali dell’art. 81 cost sul pareggio di bilancio e dall’altro estemporaneamente applicati così come interpretati e modificati con sentenze della stessa Corte Cost, basti pensare allo sconcerto degli effetti derivanti dalle sentt. n. 18 del 2019 e 4/2020, che hanno gettato disorientamento contabile nella confezione dei bilanci del Comune.

Bisogna rifondare il senso delle comunità locali in cui assuma centralità una visione cooperativistica tra cittadini e istituzioni di prossimità, valorizzate da un rapporto di sussidiarietà solidale orizzontale e verticale tra gli enti gli locali e i diversi livelli territoriali di potere, fino allo Stato.

È indifferibile rivitalizzare in senso perequativo il fondo di solidarietà comunale, che deve essere alimentato dalla fiscalità generale per dare linfa e respiro alle funzioni fondamentali delle amministrazioni locali, che debbono potersi  organizzare attorno ad un modello istituzionale alternativo che premia le formazione sociali e i beni comuni come beni che “esprimono, come affermò Rodotà, le utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona, essendo  informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità” in grado accompagnare in modo armonioso la crescita culturale, sociale ed economica del Comune in una visione lungimirante che anteponga gli interessi a lungo termine di tutti all’immediato profitto di pochi.

La “Consulta pubblica di audit sulle risorse e sul debito della Città di Napoli” è un esperienza di formazione e di consapevolezza sulle dinamiche di accumulo dei debiti, diventa un collegamento istituzionale tra i cittadini e le istituzioni da valorizzare, espandere e diffondere per predisporre le linee di azione relativamente alle risorse sulle quali poggiare lo sviluppo cittadino, laddove lo spettro del debito viene sempre più spesso agitato per “far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccett

Ferdinando Capuozzo e Michele A. Lauletta, componenti della Consulta pubblica di audit sulle risorse e sul debito della Città di Napoli

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/la-napoli-che-si-ribella-al-debito/

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