Covid ed economia: ciò che si sa, ciò che ci aspetta

Dalla caduta del Pil all’aumento del debito, della povertà e delle disuguaglianze, fino alle trasformazioni del lavoro, della produzione e dei mercati internazionali: ciò che sta succedendo nel mondo a causa della pandemia. E ciò che possiamo ragionevolmente attenderci nel prossimo futuro.

Da diversi mesi si moltiplicano gli scritti sulle conseguenze del coronavirus: si diffondono le previsioni, si moltiplicano appelli, speranze o previsioni più o meno negative. Nessuno può veramente sapere cosa succederà nei prossimi mesi e anni. In questo contributo ci limiteremo a individuare alcuni, e solo alcuni, tra i fatti economici e sociali che stanno accadendo e che è molto probabile che accadano nel prossimo futuro.

Caduta del Pil, disoccupazione, povertà

Il Pil

È indubbio che il Pil di moltissimi paesi cadrà ulteriormente nei prossimi mesi, e ancora forse nei prossimi anni, sino al caso probabilmente estremo, almeno nel breve termine, dell’India, paese per il quale Goldman Sachs stima come plausibile una riduzione del Pil del 45% nel secondo trimestre del 2020. L’economia del Sudafrica dovrebbe contrarsi del 23,5% nello stesso periodo, secondo la banca Absa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la Fed valuta che una ripresa piena dell’economia ci sarà soltanto verso la fine del 2021. È poi noto che per l’Italia le previsioni sono di una caduta del Pil nel 2020 intorno al 9,5%, mentre per l’Eurozona in generale, secondo la BCE, dovrebbe oscillare tra l’8% e il 12%.

La Banca Mondiale stima che, a livello mondiale, il Pil si ridurrà del 5% nel 2020 (Wheatley, 2020). Faranno plausibilmente eccezione alcune realtà asiatiche, dalla Cina alla Corea del Sud, paesi che, avendo vinto rapidamente il virus, sono ora in rilevante ripresa, sia pure ancora con qualche problema qua e là. Notizie molto recenti ci dicono poi che, almeno in Europa, si assiste con lo scoppio della pandemia a un forte aumento dei risparmi delle famiglie, una misura precauzionale che potrebbe però contribuire a rallentare la ripresa. Insieme al Pil sono in caduta altre variabili chiave, dagli investimenti all’occupazione. Per quanto riguarda il primo tema, ad esempio, l’International Energy Agency stima che nell’anno in corso gli investimenti nel settore energetico si ridurranno del 20% rispetto al 2019, per un valore che si aggira sui 400 miliardi di dollari. E diminuiranno purtroppo anche gli investimenti relativi alle fonti rinnovabili.

La disoccupazione

Una cosa che appare certa è che continueremo ad assistere a una forte ondata di disoccupazione, più o meno mitigata nella durata e nelle conseguenze dagli interventi dei governi e delle organizzazioni assistenziali. Sono terrificanti i dati dei senza lavoro negli Usa: il 28 maggio siamo arrivati a oltre 40 milioni di persone, secondo le cifre ufficiali. Se poi si aggiungono al conto, secondo quanto riportato dal New York Times, le circa 8 milioni di persone licenziate tra quelle che lavoravano in nero, quelle che hanno lasciato in via permanente il mercato del lavoro e i giovani che non sono ancora usciti a entrarvi, i numeri aumentano in misura rilevante. La Fed ha stimato che a livello percentuale si arriverà a registrare nel paese un livello pari al 25% della forza lavoro. Il fenomeno sta toccando anche molti dirigenti e quadri. A testimoniarlo, tra l’altro, la presenza di molte vetture Mercedes e Bmw nelle lunghe code di auto in fila per ottenere un pacco viveri in varie città statunitensi. Si valuta inoltre che con la ripresa all’incirca il 40% delle persone licenziate non ritroverà il lavoro di prima e che molti di quelli che torneranno alle loro occupazioni riceveranno un salario più basso.

Il capo economista della Bank of England, Andy Haldane, stima che la Gran Bretagna rischia di ritrovarsi con tra un terzo e la metà della forza lavoro in una situazione di disoccupazione, di sottooccupazione o di riduzione dell’orario di lavoro (Monaghan, 2020). Intanto in India, a metà maggio, si contavano circa 120 milioni di senza lavoro. Anche in Cina si è registrata nel primo trimestre del 2020 una contrazione del 18,3% della forza lavoro, tra licenziamenti, riduzioni di salario, ferie forzate non pagate (Leng, 2020); ora l’economia appare in ripresa, in particolare nel settore industriale, mentre quello dei servizi resta un poco indietro, per cui alcune difficoltà occupazionali si trascineranno ancora per diversi mesi.

Le disparità

Saranno soprattutto le persone che svolgono i mestieri più umili e meno pagati a soffrire nel mondo. Uno studio (Elliott, 2020) indica che all’incirca un terzo dei lavoratori meno pagati ha perso il lavoro in Gran Bretagna nei mesi di marzo e aprile, contro soltanto il 10% delle persone comprese nel 20% di quelle meglio pagate. Accanto ai problemi del lavoro dipendente, si affacciano quelli del lavoro autonomo e della piccola imprenditoria, in particolare (ma non solo) in settori quali il turismo, la ristorazione, i trasporti, l’edilizia.

Parallelamente non poteva mancare un aumento dei livelli di povertà nel mondo. La Banca Mondiale stima che il virus spingerà 60 milioni di persone in più verso una condizione di povertà estrema, ovvero di chi – secondo la definita fornita dalla stessa Banca – dispone di meno di 1,90 dollari al giorno (Wheatley, 2020). La stima ci sembra peraltro piuttosto ottimistica, altre valutazioni indicano numeri ancora più drammatici. Anche nei paesi sviluppati si manifestano fenomeni inquietanti: il New York Times sottolinea ad esempio come negli Stati Uniti povertà e fame dei bambini abbiano raggiunto livelli senza precedenti.

Insieme alla povertà, le diseguaglianze. Gli esperti del Comitato delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano hanno pubblicato il 20 maggio scorso un Rapporto in materia (Bourreau, 2020). L’indice dello sviluppo umano nel mondo, in relazione alla crisi del coronavirus, sta conoscendo un declino rapido e senza precedenti, cancellando tutti i progressi fatti negli ultimi sei anni: si tratta della più grave caduta dal 1929, afferma il Rapporto.

I debiti

Per far fronte alla crisi, i governi dovranno necessariamente aumentare i deficit di bilancio, con un conseguente incremento dell’indebitamento. Tipico è il caso dell’Italia, il cui governo teme che quest’anno il livello del debito raggiunga il 160% del Pil, mentre dovrebbe arrivare al 200% in Grecia, al 130% in Portogallo e avvicinarsi al 120% in Francia.

L’Italia dovrebbe rimborsare (o rifinanziare) più di un quarto del proprio debito nell’anno in corso e in quello successivo, mentre per la Francia, la Spagna e il Belgio si parla di una cifra intorno al 20% (Albert, Chocron, 2020). Intanto i deficit di bilancio dell’Eurozona raggiungeranno nel 2020 in media l’8% del Pil, e i debiti dovrebbero passare dall’86% del 2019 al 103% del 2020: tale crescita potrebbe alimentare qualche futura crisi (Arnold, 2020). Ma anche in altri paesi non si scherza. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si pensa che il rapporto salirà al 106% nel 2023, oltre il livello registrabile alla fine della seconda guerra mondiale (Buiter, 2020). Più in generale, nei paesi dell’Ocse esso passerà dal 109% del 2019 al 137% del 2020 (Arnold, 2020).

Al contempo, dovrebbe aumentare anche l’indebitamento delle imprese e delle famiglie: le conseguenze negative di questo fenomeno saranno attenuate dal bassissimo livello dei tassi di interesse, ma nessuno può essere certo che essi rimarranno per sempre su valori così ridotti. Per quanto riguarda le imprese, è facile prevedere che aumenteranno fortemente i casi di fallimento nei paesi sviluppati e, ancora di più, in molti tra quelli emergenti. Ad esempio, una stima prevede che negli Stati Uniti entro la fine del 2020 almeno 165 imprese con più di 100 milioni di dollari di debiti falliranno (The Economist, 2020a). In Francia si valuta che il 55% delle piccole imprese siano preoccupate per una possibile bancarotta (The Economist, 2020, b), mentre in Italia la Cerved Rating Agency stima che un quinto degli alberghi, dei ristoranti e delle imprese costruttrici siano a rischio fallimento.

Ma i problemi non riguardano soltanto le piccole imprese. Diverse tra le grandi società europee, da Renault a Lufthansa, da Airbus a Rolls Royce a Tui, si trovano in forti difficoltà. Si annunciano licenziamenti e si chiede un intervento finanziario dello Stato, con o senza un suo inserimento diretto nel capitale. Sembra tornare, sia pure controvoglia (almeno in Europa), lo Stato azionista. Negli Stati Uniti, intanto, stanno fallendo molti grandi magazzini, spinti sul baratro in particolare dall’e-commerce, e il numero delle imprese dello shale oil in bancarotta cresce di giorno in giorno.

Come si farà fronte a questo aumento dei debiti? Buiter ricorda che, in mancanza di una marcata crescita dell’economia, si dovrà ricorrere al taglio delle spese e/o a una lievitazione della tassazione – o a una ristrutturazione degli stessi debiti, aggiungiamo noi. Dietro l’Argentina c’è una lunga fila di paesi emergenti in attesa. Di recente, la Banca Mondiale ha lanciato un’iniziativa perché i creditori alleggeriscano il carico dei debiti dei paesi più poveri, altro fatto rimarchevole portato dal coronavirus.

Il lavoro a distanza

Durante la crisi, facendo in molti casi di necessità virtù, si è fortemente sviluppato, praticamente in tutto il mondo, il lavoro a distanza. Solo in Italia il fenomeno dovrebbe aver toccato nelle ultime settimane sino a 8 milioni di persone. Si pensa che tale tendenza permarrà anche dopo la crisi. Che non si tratti di una moda passeggera è dimostrato, ad esempio, dal caso di Facebook, che prevede che entro una decina di anni circa il 50% della sua forza lavoro opererà da remoto. Twitter, dal canto suo, ha annunciato che i suoi impiegati potrebbero chiedere di lavorare a domicilio per sempre.

In effetti, tale forma di organizzazione presenta numerosi vantaggi per i datori di lavoro, dai grandi risparmi in termini di spazi e di attrezzature e impianti, alla possibile riduzione della pressione sindacale, al controllo dei comportamenti dei dipendenti tramite programmi elettronici. Ma si rischia così facendo di far deperire le interazioni tra le persone, che sono una delle fonti principali della crescita e dell’innovazione nelle aziende.

Peraltro, bisogna sottolineare che il fenomeno tocca soprattutto gli impiegati, meno gli operai. Per i dipendenti, accanto al vantaggio della maggiore flessibilità, c’è la perdita della socialità, l’indebolimento della solidarietà, la minaccia della precarizzazione del lavoro, la potenziale disponibilità a tempo pieno a favore dell’azienda, al di là di un orario di lavoro fisso. Senza contare che, come indica una ricerca francese di queste settimane, il telelavoro fa cadere fortemente la motivazione dei dipendenti (Rodier, 2020). I sindacati, anche nel nostro paese, stanno cercando di negoziare la messa in campo di regole adeguate sul lavoro a distanza che dovrebbero andare da una scelta volontaria del singolo lavoratore, alla parità di salario, di orario e di garanzie, al diritto alla disconnessione e alla tutela sindacale (Patucchi, 2020).

In ogni caso potrebbero manifestarsi alcuni vantaggi per la società intera, quali la riduzione nei livelli di inquinamento e congestione delle città. Una conseguenza laterale dell’aumento del lavoro a domicilio riguarda la caduta già in atto della domanda di spazi per ufficio e in prospettiva, insieme ad altri sviluppi (ad esempio, quella dell’auto a guida autonoma), la necessità di una ristrutturazione delle città.

L’avanzamento dell’economia numerica e i grandi gruppi

Abbiamo ricordato che la crisi porterà molte imprese a pesanti perdite, al fallimento o alla cessione. Continuerà invece nei prossimi mesi il rafforzamento dei grandi gruppi operanti in alcuni settori, in particolare quelli dell’economia numerica: questo riguarda soprattutto una decina di grandi gruppi distribuiti tra Stati Uniti e Cina. Il big tech sta infatti emergendo dalla crisi più forte di prima, come annuncia il titolo di un articolo pubblicato di recente sul Financial Times.

Per questi gruppi sta aumentando in modo rilevante il volume di affari, in particolare in alcuni dei suoi comparti, e apparirà forte la tentazione di far pesare sempre di più il loro potere economico e finanziario: da una parte per determinare le decisioni dei governi, dall’altra per cercare di assorbire i potenziali concorrenti all’orizzonte. Tra l’altro, negli ultimi mesi stiamo assistendo a un aumento spettacolare nelle acquisizioni di piccole e medie imprese da parte dei principali gruppi Usa del settore.

Segnaliamo inoltre come durante la crisi si sia affermata una grande spinta di mercato nel settore della robotica e più in generale nell’automazione del lavoro e nell’Intelligenza Artificiale. Quest’ultima si è rivelata molto importante nel corso della crisi da Covid-19 ed è destinata ad aumentare il suo peso anche nel post-epidemia, causando ovviamente grandi problemi sul fronte dell’occupazione, in particolare in molti tra i mestieri meno qualificati.

Ma il coronavirus non sta spingendo i processi di concentrazione soltanto nell’economia numerica. Negli ultimi mesi si va rafforzando anche nel campo dei fondi di investimento, almeno in Occidente, la presa sul mercato da parte delle cinque maggiori imprese del settore (Occorsio, 2020).

Il decoupling

Ben prima del coronavirus crescenti nubi si erano già accumulate sul fronte dei processi di globalizzazione. Da una parte si mettevano correttamente sotto accusa alcuni aspetti, dalla crescita delle diseguaglianze alla spinta ai cambiamenti climatici, alla finanziarizzazione dell’economia. Poi è venuto Trump e lo scoppio della guerra Usa-Cina sul commercio e le tecnologie. Infine, a completare l’opera, è arrivata la pandemia, che ha mostrato come le catene del valore si fossero spinte, soprattutto in alcuni settori, troppo in avanti.

Si è scoperto così che, a causa della chiusura delle fabbriche in Oriente, gli stabilimenti dell’auto in molti paesi si sono fermati per mancanza di pezzi, e si è visto cosa ha significato la mancanza di medicinali e dispositivi di igienizzazione e protezionale individuale. Intanto si chiudevano le frontiere anche in Europa, il Giappone offriva compensi in denaro a chi riportava nel paese attività oggi localizzate in Cina, Trump minacciava in molti modi i commerci di Huawei e bloccava alcuni investimenti in titoli cinesi da parte di organismi pubblici Usa.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio segnala ora che nel primo semestre del 2020 vi è stata una drammatica caduta del commercio internazionale. Ci si può chiedere cosa succederà ora. Quello che appare certo è che un certo livello di deglobalizzazione prenderà piede nel mondo, aiutato anche dai processi di sviluppo tecnologico. Ciò che invece è poco chiaro è sino a dove si spingerà questo processo.

Il decoupling è comunque molto meno semplice e fattibile di quanto possa pensare Trump – e per molti versi appare “una falsa buona idea” (Bouissou, Escande, 2020). Intanto, la Cina è ormai il primo mercato mondiale per molti prodotti e per vendere nel paese è opportuno avervi anche una presenza produttiva. Poi la stessa Cina è un produttore irrinunciabile di moltissime merci, in virtù dell’efficienza e vastità della rete di fornitori, del rapporto prezzi/prestazioni imbattibile, delle economie di scala, della rete logistica, del livello tecnologico d’avanguardia in molti settori, dell’affidabilità dell’intera rete.

Semplicemente, le grandi imprese multinazionali non possono lasciare la Cina. Si può quindi pensare che il decoupling non si spingerà oltre certi limiti. Quali saranno questi limiti, lo si vedrà abbastanza presto. Il decoupling si svilupperà probabilmente nei settori meno avanzati, attività che già le stesse imprese cinesi stanno da tempo delocalizzando verso i vicini paesi asiatici; minori movimenti si dovrebbero registrare invece nei settori più ricchi. Nessuno dovrà sorprendersi se nel 2020 gli investimenti stranieri verso la Cina aumenteranno.

Ricordiamo poi con il South China Morning Post come, ad esempio, i territori del Delta del Fiume Giallo e della provincia del Guangdong, che una volta producevano tessili e scarpe e montavano prodotti elettronici, oggi, dopo una delocalizzazione delle produzioni in altri paesi del sud-est asiatico, sono diventati dei centri d’avanguardia per l’innovazione hi-tech, sempre in collegamento con il resto del mondo. I processi di globalizzazione, in fin dei conti, sono troppo profondi e pervasivi per essere cancellati – ma questa vale solo come una previsione.

D’altro canto, la Cina, vista anche l’ostilità crescente degli Stati Uniti (appare indubitabile, in ogni caso, che il coronavirus ha portato a un ulteriore, grave deterioramento dei rapporti tra i due Stati, che dovrebbe continuare a prescindere dai risultati delle prossime elezioni di novembre) e quella più velata di altri paesi, sta pensando chiaramente, cosa che dovrebbe essere ufficializzata nel prossimo piano quinquennale, di basare lo sviluppo futuro del paese più di prima sul mercato interno.

Il carbone negli Stati Uniti

Il coronavirus ci porta anche qualche buona notizia. I giornali scrivono (Plumer, 2020) che quest’anno probabilmente e per la prima volta gli Stati Uniti produrranno più elettricità da fonti rinnovabili che dal carbone. Tale mutamento, appunto, è da attribuire almeno in parte alla pandemia. Nonostante gli sforzi di Trump per far rivivere un’industria del carbone in difficoltà, le forze economiche in atto hanno spinto le società elettriche a chiudere definitivamente centinaia di centrali ormai vetuste alimentate con tale combustibile, anche perché dal 2010 a oggi il costo di costruzione di una centrale eolica è diminuito del 40% e quello di un impianto a energia solare dell’80%. Anche il prezzo del gas naturale si è molto ridimensionato nell’ultimo periodo.

Ora, dal momento che la serrata di uffici, negozi e ristoranti con il coronavirus ha ridotto il consumo di energia, le società del settore hanno chiuso preferibilmente le centrali a carbone, che sono più costose da condurre di quelle a energia rinnovabile o anche a gas. Si pensa che anche una riapertura dell’economia porti al proseguimento di questa tendenza. Nessuna tra le più importanti società del settore ha in ogni caso in programma di costruire nuove centrali a carbone, mentre progettano invece di chiuderne molte altre nei prossimi anni. Si apre dunque una speranza. C’è persino chi crede, più in generale, che il coronavirus accelererà il passaggio alle energie rinnovabili.

Testi citati

Albert E., Chocron V., “La BCE craint une crise financière”, Le Monde, 28 maggio 2020.

Arnold M., “Soaring debt risks fuelling future eurozone crisis, ECB warns”, www.ft.com, 26 maggio 2020.

Bouissou J., Escande Ph., Mèjean I., “La relocalisation est une fausse bonne idée”, Le Monde, 26 maggio 2020.

Bourreau M., “L’épidémie creuse les inégalités dans le monde”, Le Monde, 24-25 maggio 2020.

Buiter W., “Paying for the Covid-19 pandemic will be painful”, www.ft.com, 15 maggio 2020.

Elliott L., “Low-paid workers bear brunt of coronavirus recession, study shows”, www.theguardian.com, 16 maggio 2020.

Leng S., “China faces looming crisis”, www.scmp.com, 11 maggio 2020.

Monaghan A., “Britain is at risk of ‘returning to 80s levels of unemployment’”, www.theguardian.com, 17 maggio 2020.

Occorsio E., “I signori del denaro”, la Repubblica Affari&Finanza, 25 maggio 2020.

Patucchi M., “Smart working in emergenza? A rischio tutele e perimetro”, la Repubblica Affari&Finanza, 18 maggio 2020.

Plumer B., “In a first, renewable energy is poised to eclipse coal in U.S.”, www.nytimes.com, 13 maggio 2020.

Rodier A., “‘J’en ai ma dose’: les dégats du télétravail”, Le Monde, 24-25 maggio 2020.

The Economist, “Chapter 11’s new chapter”, 16 maggio 2020a.

The Economist, “Buying time”, 16 maggio 2020b.

Wheatley J., “Virus will push up to 60m into estreme poverty, World Bank warns”, www.ft.com, 19 maggio 2020.

Fonte: Sbilanciamoci.info – https://sbilanciamoci.info/covid-ed-economia-cio-che-si-sa-cio-che-ci-aspetta/

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