Breve storia dei voti col portafoglio

Il movimento del Fridays for Future ha messo al centro il tema della giustizia climatica verso le future generazioni e il Sud del mondo, con un forte accento sull’importanza degli stili di vita e di consumo. Ma quando nascono e come si sviluppano il “voto con il portafoglio” e l’economia solidale nel nostro paese? Una breve storia per rammentare da dove veniamo e per ricordarci quanto è importante rinnovare sempre il nostro repertorio

foto Leonora Marzullo

di Danila Panajia

Oggi i governi e le istituzioni riconoscono sempre più di frequente che il sistema attuale non funziona come dovrebbe; le alternative però sono molto lente a emergere, ed è complesso rimproverare a un governo di aprire mercati di esportazione per le proprie imprese e volere proteggere i propri attori economici da quelli degli altri Stati. Il vero problema è che queste scelte vanno contro le esigenze democratiche; basti pensare che all’interno delle sei corporation più grandi al mondo ben cinque sono compagnie che producono petrolio, una materia prima strutturalmente alla base della nostra produzione e consumo che sta sconvolgendo ambiente e clima. Come invertire la rotta di fronte alla sempre maggiore impotenza dei governi contro una globalizzazione che ha permesso alle imprese di spostarsi là dove i costi del lavoro sono più bassi e dove è poca o nulla la presenza di sindacati?

È in questa nuova situazione che i movimenti collettivi si sono mossi verso l’individuazione di luoghi e forme di pressione nuovi, come il consumo responsabile: insieme a scioperi, manifestazioni, occupazioni – forme di lotta che sono state sviluppate alla fine dell’Ottocento per estendere i diritti di cittadinanza e che continuano ad essere utilizzate ancora oggi – nel “repertorio d’azione” (C. Tilly) di individui e gruppi organizzati a cavallo del millennio ha preso una politicizzazione del consumo, dando vita al consumatore critico che “vota con il portafoglio” attraverso le sue scelte quotidiane, riportando la questione sociale in un ambito schiettamente individuale.

Quest’attenzione al rapporto qualità-prezzo e al comportamento dei produttori e della sostenibilità ambientale e sociale del prodotto si lega così all’emergere del cittadino critico, individuo che sostiene con forza i principi democratici e che dichiara sfiducia nei confronti del funzionamento delle istituzioni e della partecipazione tradizionale, sperimentando dunque modalità innovative d’azione e partecipazione volte alla promozione del bene comune: e il consumo diviene così veicolo di partecipazione e azione politica.

Il modus operandi di questa pratica incorpora tutti gli elementi delle “ideologie della protesta”, cioè la logica dei numeri, quella del danno e quella della testimonianza. Similmente allo sciopero, l’uso politico dei consumi punta all’ampio numero dei sostenitori per danneggiare il più possibile l’avversario e spingerlo così a modificare le loro politiche di produzione; ma insieme a questo il consumo critico si vuole esemplare, vuole dimostrare con il proprio esempio la potenzialità di questa forma di azione per diffondere così tali atteggiamenti e incrementare la loro capacità di testimonianza e di danno.

I principali esperti del tema a livello internazionale, M. Micheletti e D. Stolle, hanno rilevato che nei paesi occidentali le pratiche di boicottaggio e di buycottaggio sono triplicate dal 1970 al 2000. Fenomeni che – riportano sempre i loro studi – fino agli inizio degli anni 2000 erano decisamente più diffusi in Nord America e Nord Europa, con una maggior diffusione della seconda variante, quella positiva dell’acquisto consapevole. In questo scenario l’Italia è arrivata più tardi, probabilmente a causa sia del ritardo con cui le istituzioni e il mondo delle imprese hanno iniziato a occuparsi di sostenibilità, sia all’iniziale chiusura di alcune organizzazioni dell’economia eco-sociale verso la grande distribuzione organizzata che hanno reso di difficile reperibilità intere gamme di prodotti.

È in occasione della nascita del Movimento dei movimenti e della “Battaglia di Seattle” del 1999 che si moltiplicheranno nel nostro paese le iniziative di consumo critico positivo e organizzato, di commercio equo e solidale e di ecoturismo, grazie a campagne di boicottaggio delle grandi multinazionali e alla partecipazione attiva di soggetti – come la rete del Commercio equo e solidale – che pongono al centro della loro azione la diffusione del consumo responsabile. E uno dei risultati di tali azioni nel nostro Paese fu proprio l’importante fondazione nel 1999 di Banca Etica, nata dalla collaborazione da volontari, cooperatori, pacifisti, ecologisti al fine di dare un riconoscimento finanziario al valore anche economico prodotto dal Terzo settore.

È proprio grazie all’azione delle organizzazioni di movimento impegnate nelle diverse campagne di consumo critico che negli anni è aumentata la consapevolezza da parte dei cittadini rispetto alle conseguenze sociali dell’atto del fare la spesa; ma la crescita del fenomeno è merito anche del consolidamento di quelle organizzazioni dell’economia eco-solidale che in questi anni hanno sviluppato iniziative per allargare gli “altri mercati” in cui prendono vita relazioni e scambi basati sul lavoro cooperativo e mutualistico e sulla valorizzazione di ragioni di vendita e acquisto diverse dal massimo profitto o dal massimo risparmio.

Se la nozione di mercato, da Adam Smith in poi, si è fondata sulla questione del soggetto come consumatore razionale, quella del consumatore responsabile designa dunque visioni alternative di mercato: in opposizione al modello liberista, quello critico si preoccupa di riconoscere le interdipendenze e di dialogare, con l’obbiettivo di realizzare la relazionalità, facendosi carico non solo dei propri bisogni ma anche degli effetti sociali, culturali, ambientali delle proprie scelte: il principio diviene quello del ‘poco ma buono’ e del recupero della relazione con le cose e la loro produzione, scambio e consumo, al fine di gustare appieno ciò che si acquista. È una concezione nuova, che porta a sostenere con forza che le relazioni di mercato fioriscono solo dove si pongono principi di eguaglianza e di re-distribuzione delle risorse. È così che si ricercano forme nuove di fare economia che vedono il mercato come luogo di relazioni in un territorio specifico: un mercato che deve essere regolamentato a partire da coloro che danno vita alle relazioni stesse.

Circondati come siamo da merci di cui è difficile stabilire la provenienza, la qualità e l’affidabilità diveniamo così sempre più consapevoli della non neutralità dei nostri acquisti relativamente alla produzione e distribuzione, così come alle questioni dell’emergenza ambientale e degli squilibri politico-economici a livello mondiale. È questa la consapevolezza che rappresenta il punto di partenza per invertire la rotta, a partire dal singolo: i cittadini, e di conseguenza la comunità, devono essere parte attiva di questo trasformazione, trasformandosi da ricettori passivi di informazioni commerciali annunciate da canali pubblicitari in attori attivi e impegnati nel cambiamento.
Perché la liberalizzazione e lo sviluppo, avvenuti con la globalizzazione, diventino anche sinonimo della nostra responsabilità nei confronti degli altri popoli e territori. La risposta è dunque racchiusa nel senso di comunità e nei piccoli agricoltori, nel cibo e nella relazionalità.

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/breve-storia-dei-voti-col-portafoglio/

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