L’architettura sociale custodisce e riadatta le tracce della Palestina

“Difendere la nostra eredità culturale significa preservare la nostra identità di palestinesi. È dal 1948 che Israele distrugge le nostre città e villaggi. Dobbiamo custodire le tracce materiali degli antenati: custodire le antiche costruzioni, riadattarle per nuovi usi e lasciarle alle future generazioni”. Per Nadia Habash, architetta palestinese, la tutela dell’eredità culturale è una forma di resistenza territoriale. Soprattutto in Cisgiordania dove, secondo un rapporto realizzato dal centro per i diritti umani B’Tselem, solo nei primi tre mesi del 2020 si sono verificati almeno 50 raid compiuti dai coloni israeliani.

Direttrice dell’Habash Consulting Engineers e docente presso l’Università di Birzeit, Habash è una delle professioniste che ha preso parte alla restaurazione di 25 ahwash, le forme abitative tradizionali che caratterizzano il villaggio di As Samou’, distante 20 chilometri da Hebron nella West Bank. Iniziato nel 2017, il progetto è stato concepito dallo studio italiano HYDEA e realizzato insieme all’amministrazione comunale attraverso il finanziamento ottenuto dal Cultural Protection Fund, gestito dal British Council. Obiettivo dell’iniziativa, raccontata nel webdoc Ahwash. Rehabilitating the past to build the future, è stata la valorizzazione delle strutture, che spesso includono anche reperti archeologici, attraverso interventi di restauro con tecniche tradizionali. Gli edifici sono stati ripuliti da detriti e vegetazione, mappati, catalogati e inseriti in un inventario. Restaurati, ora sono destinati a un uso sociale e comunitario.

“Abbiamo lavorato insieme alla popolazione che è stata coinvolta su vari livelli”, spiega Habash. “Sono state organizzate visite negli edifici che avremmo ristrutturato e incontri con i cittadini, durante i quali abbiamo parlato delle ricchezze culturali e architettoniche di As Samou’. Abbiamo tenuto corsi di formazione per gli artigiani locali sui metodi tradizionali di restauro”, prosegue. All’iniziativa hanno anche partecipato volontari, studenti della Università di Birzeit e del Palestine Polytechnic University, oltre a organizzazioni non governative che lavorano sul territorio.

Nadia Habash è specializzata nel restauro di edifici antichi. Definita come una delle più influenti architette palestinesi, si è occupata del restauro del mercato vecchio di Betlemme, situato nel centro storico della città accanto alla chiesa della Natività, che ospita i bazar di piccoli agricoltori e allevatori. Quando è basata “sul recupero delle risorse -spiega- l’architettura favorisce uno sviluppo sostenibile dei territori. Ad As Samou’, per esempio, può incentivare una forma di turismo responsabile e promuovere i produttori e artigiani locali. Pe questo abbiamo pensato di implementare visite guidate che si muovono proprio tra gli ahwash recuperati”. Nella regione, infatti, il tasso di disoccupazione è alto e il 59% delle persone tra i 15 e i 25 anni non ha un lavoro o è sotto occupato. Al-Aqeeli, uno degli ahwash recuperati, è stato riadattato per ospitare il Cultural Youth Center: nei suoi spazi si terranno iniziative rivolte alla comunità e manifestazioni culturali. Si potrà studiare e saranno esposte le opere di giovani artisti. “Se offre un sostegno alle risorse territoriali e alle capacità individuali, ed è legata a obiettivi etici e non commerciali, l’architettura funziona come un catalizzatore di processi che partono dal basso”, spiega Habash. “Diventa una fonte di ispirazione e cambiamento. Una forma di architettura sociale”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/larchitettura-sociale-custodisce-e-riadatta-le-tracce-della-palestina/

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