Se il pensiero europeo vince sul debito

Sono stati definiti i “Paesi frugali” perché poco propensi a spendere e, soprattutto, a far spendere l’Europa. Olanda, Austria, Svezia e Danimarca hanno governi di colore politico diverso; i primi due hanno un orientamento spostato a destra, mentre gli altri due sono legati all’ispirazione socialdemocratica. Hanno leader molto differenti, dal “turbopopulista pentito” Kurz alla socialista “prodigio” Frederiksen, ma condividono l’idea che non sia ammissibile alcuna ipotesi di un debito comune europeo né tanto meno un’azione espansiva della Banca centrale europea. Questi Paesi stanno lavorando alacremente, al di là delle posizioni ideologiche, per spaccare l’Unione europea. Per fortuna, tuttavia, sembra proprio che stiano perdendo.

Tre elementi, infatti, pare si stiano muovendo nella direzione che i “frugali” vorrebbero scongiurare. In primo luogo, Christine Lagarde si presenta sempre più come l’interprete di una “politica” monetaria aggressiva; ha chiarito in un’intervista assai diretta che la Bce è pronta a estendere i propri interventi ben oltre i 750 miliardi di euro del Pandemic Emergency Purchase Programme qualora fosse necessario, procedendo a sostenere le economie più in crisi senza preoccuparsi troppo della proporzionalità dei medesimi interventi. Ha aggiunto che sarebbe utile cambiare alla radice il patto di stabilità, attualmente sospeso, facendo riferimento ai tassi di interesse e alla ripresa, piuttosto che al debito in quanto tale.

In secondo luogo nell’ambizioso piano annunciato dalla Commissione europea sono previsti per l’Italia, come principale beneficiario, un contributo di 82 miliardi di euro a fondo perduto e altri 91 miliardi sotto forma di prestiti, le cui condizioni sembrano assai favorevoli e legate a principi di natura generale, ispirati a una visione sociale, senza fare riferimento a misure di austerità o a riforme di struttura. Nell’ipotesi prospettata dalla Commissione si prefigura anche che una parte della copertura, o meglio ancora della garanzia, a questo piano, destinato ad andare sui mercati e ad avere alle spalle una Bce oltremodo espansiva, provenga da un fisco europeo in grado di colpire i colossi del digitale e della finanziarizzazione. Dunque, per la prima volta, si affaccia in maniera concreta la possibilità di una monetizzazione del debito e di un comune fisco europeo per contrastare lo strapotere delle grandi società.

La lotta alla pandemia sta modificando alcuni aspetti dell’architettura e della visione del Vecchio continente che parevano intoccabili. Dopo il grande cambiamento della Bce, che sta progredendo a grandi passi verso l’assolvimento delle funzioni di vera banca centrale, anche il debito e il fisco diventano oggetto di una nuova “europeizzazione”. In merito allo specifico tema del fisco, le opzioni sul tavolo sono molte, ma due paiono più efficaci. La prima è quella di immaginare di legare il potere impositivo di uno Stato al numero dei clienti e utenti che le grandi società digitali hanno nel suo territorio. La seconda mira invece a realizzare una minimun tax, una imposta minima, che blocchi la concorrenza al ribasso finora perseguita dai vari Paesi disposti ad ottenere dalle grandi società quello che, nella sostanza, intendono versare. Se un accordo in tal senso venisse trovato da Italia, Francia, Germania e Spagna, che costituiscono l’asse portante del mercato digitale e hanno un peso determinante nelle dinamiche dei mercati finanziari, i Paesi “frugali” farebbero molta fatica a lamentare la mancanza di coperture per il debito europeo e, al tempo stesso, si troverebbero in difficoltà nel mantenere una capacità di attrazione dei capitali esteri, così importanti per la tenuta delle loro economie. Si sta dunque compiendo una trasformazione politica, dettata dall’urgenza, a cui proprio la politica deve dare ora una compiuta definizione valoriale, concependo un pensiero europeo a cui, in Italia, non mancano le radici.

Infine, il terzo elemento è costituito dal successo dell’emissione del “nuovo” Buono del Tesoro poliennale (Btp) a 5 anni, creato per attrarre soprattutto “le famiglie”, “il retail”, che ha raccolto oltre 22 miliardi di euro; il successo dipende certo dalla sua natura e dalle sue condizioni, ma deriva in larghissima parte proprio da quanto si sta muovendo in Europa dove, è evidente, che la Germania sembra intenzionata a lasciare soli i “frugali”, intenti a guardare molto agli slogan e poco alla sostanza; in realtà senza troppe distinzioni tra destra e sinistra.

L’Italia deve trovare compratori del proprio debito pubblico per circa 200 miliardi da qui a fine anno e nel 2021, tra scadenze e nuovo debito, ne serviranno almeno 500. Il clima instauratosi nel Vecchio Continente risulta quindi determinante per un collocamento “sereno” che, abbinato al ricordato piano di aiuti, fornirà al nostro Paese, per la prima volta da tanto tempo, una straordinaria quantità di risorse disponibili da impiegare non solo per fronteggiare l’emergenza ma per porre le basi del futuro. Siamo di fronte a un “Piano Marshall” costruito dagli europei, senza il bisogno di aiuti esterni, che l’Italia non può disperdere in milioni di bonus e di misure nate dall’assalto alla diligenza.

Università di Pisa

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/pensiero-europeo-debito/

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