Salvare l’ILVA toglierebbe posti di lavoro e rinvierebbe solo di qualche mese la sua fine

Un intervento statale di salvataggio brucerebbe risorse importanti per rilanciare l’occupazione

Un governo disposto a nazionalizzare e a pagare 100 milioni di euro di perdite mensili pur di salvare l’ILVA, di fatto toglierebbe posti di lavoro, non li salverebbe. Infatti con 100 milioni di euro si darebbe un reddito a molte più persone di quante sono occupate in questa azienda decotta

6 giugno 2020


ILVA di Taranto

Sapete quanto occorre ogni mese per tenere aperta l’ILVA? Una somma di 100 milioni di euro. Lo dice il Sole 24 Ore. A tanto ammontano infatti le attuali perdite dell’ILVA. Una cifra pazzesca (ed è per questo che Mittal va via, e fa bene). Che fare? Nazionalizzare?
Un governo disposto a nazionalizzare e a pagare 100 milioni di euro di perdite mensili pur di salvare l’ILVA, di fatto toglierebbe posti di lavoro, non li salverebbe. Infatti con 100 milioni di euro si darebbe un reddito ad almeno 50.000 persone. Pensateci: 50.000 x 2.000 euro= 100.000.000 di euro. E’ un calcolo semplice.

Un prelievo fiscale per salvare con 100 milioni di euro/mese 15.000 posti di lavoro, perpetuando le pedite di esercizio dell’ILVA contro ogni logica di buona amministrazione aziendale, sarebbe una sciagura per una collettività che potrebbe beneficiare in ben altro modo dei 100 milioni mensili necessari a tenere in piedi la baracca cadente del’ILVA. Sottraendo denaro pubblico ad altri settori si condanna l’intera città alla morte sociale. E si sottrae il futuro agli stessi lavoratori ILVA. Alla follia opporremo i lumi della ragione: l’ILVA va chiusa per tenere aperta la speranza e per garantire il futuro di Taranto. Mi auguro che ArcelorMittal tolga la spina quanto prima a questo stabilimento in coma farmacologico da anni.

Stop all’accanimento terapeutico!

La morte dell’ILVA sarà la nostra salvezza.

Fonte: Peacelink.it – https://www.peacelink.it/ecologia/a/47761.html

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