Senza la polizia. Lezioni dal Rojava

Un sistema come quello degli Stati Uniti, profondamente radicato in una storia sanguinaria fondata sulla supremazia bianca, il capitalismo e il colonialismo, può mai garantire giustizia? In seguito all’emersione delle violenze e degli abusi delle forze dell’ordine, c’è chi chiede di riformare la polizia, chi di abolirla e chi di toglierle i soldi pubblici. Quasi tutti, però, pensano che non si possa vivere senza un corpo dello Stato che assuma le funzioni di controllo sull’osservanza delle leggi, lotta alla criminalità e di protezione della legalità per i cittadini. Ma è davvero così? Molte esperienze, soprattutto indigene, dell’América Latina dimostrano che quella di affidare queste funzioni a un corpo separato e specializzato non è la sola via possibile. Il popolo protegge il popolo, gli incarichi che riguardano la sicurezza sono spesso assolti temporaneamente e per i ruoli gerarchici separati dalle comunità c’è molto poco spazio. Poi c’è il Rojava, la regione ad amministrazione autonoma della Siria del Nord, dove le cose funzionano molto diversamente, soprattutto grazie all’impegno e al ruolo sociale delle donne, e la democratizzazione, l’educazione e la decostruzione all’interno della società di gerarchie patriarcali, sociopolitiche, economiche e culturali ha un peso essenziale. Il Rojava ha decostruito tutte le forme di razzismo o le strutture di classe o i pregiudizi di genere o altre pratiche di discriminazione? Sicuramente no, ma sta cambiando la società in profondità in modo da poter evitare ed eliminare molte delle oppressioni che infestano gran parte del mondo. È importante, suggerisce in questo articolo Hawzhin Azeez, non averne una visione romantica, ma guardarlo razionalmente con l’intenzione di capire come funzionano le cose, cosa non funziona e quali correzioni sono necessarie. Dal Medio Oriente, mentre le comunità nere e quelle loro alleate insorgono in tutti gli Stati Uniti, si esulta perché il grido di libertà riecheggia ovunque la libertà viene negata e la solidarietà è uno straordinario ponte che unisce

Due HPC locali in servizio sulla strada nella città di Derik, cantone di Cezîre, 2016.
Foto Hawzhin Azeez.

Nelle ultime settimane, negli Stati Uniti, con l’uccisione di George Floyd, abbiamo visto venire alla luce altri orribili casi di brutalità da parte della polizia. Si è scatenata la pubblica indignazione e sono iniziate rivolte e proteste di massa in molteplici città, tuttora sono in corso. Il comune grido degli oppressi si è concentrato attorno all’idea di “niente giustizia, niente pace”. Questo fenomeno solleva la questione essenziale su come un sistema profondamente radicato in una storia sanguinaria fondata sulla supremazia bianca, il capitalismo e il colonialismo, possa mai fornire giustizia vera e significativa. Alcuni chiedono di riformare la polizia. Altri hanno chiesto la redistribuzione dei fondi. Alcuni hanno obiettato che abolire la polizia sia la migliore opzione. Molti, perfino a sinistra, non riescono neanche a immaginare che questa opzione sia praticabile.

Eppure, questo sistema esiste già in Rojava, la regione ad amministrazione autonoma della Siria del Nord. In Rojava la combinazione delle forze delle Asayîş e delle HPC (Forze di Difesa Civile) opera insieme in una relazione simbiotica per fornire incolumità e sicurezza alla comunità. Le Asayîş agiscono sul controllo del traffico, arrestano criminali, proteggono vittime di violenza domestica, servono come guardie di sicurezza nei principali edifici di governo e controllano il flusso in entrata di persone e merci da un cantone all’altro. Le HPC invece sono persone in un dato quartiere, formate alla sicurezza di base. Controllano soltanto il loro quartiere a meno che non debbano proteggere il popolo durante festival, cerimonie per i martiri, eventi locali e veglie notturne. La funzione di entrambe le forze è esplicitamente la protezione del popolo, specialmente da minacce esterne come le forze terroristiche. Sono sempre le HPC che proteggono il quartiere, mai le Asayîş. Le Asayîş proteggono la “città”, le HPC la “comunità”. L’organizzazione di entrambe consiste in almeno il 40% di donne, se non di più.

Le possibilità di istituire gerarchie di potere e autorità sono considerevolmente ridotte con questo metodo alternativo. Il popolo protegge il popolo, le persone con cui vive e con cui interagisce quotidianamente. La vicinanza delle “forze di sicurezza” alla comunità, essendo parte dello stesso quartiere, assicura che le violazioni non accadano. Dove accadono, sono attivati immediatamente attraverso le comuni di quartiere meccanismi comunitari di giustizia, rispetto e reintegrazione. Il monopolio su questo processo è inoltre prevenuto incoraggiando chiunque a partecipare attraverso un sistema di turnazione. Chiunque può diventare volontario. Questo include esplicitamente gli anziani, in particolare le donne come fonti di protezione civile. Non c’è niente di più “impoterante”, niente che ristori l’animo di una comunità traumatizzata e devastata dalla guerra che vedere le matriarche di un quartiere ergersi disinvoltamente agli angoli delle strade brandendo AK-47 per la protezione del popolo. Al contrario delle immagini terrificanti di brutalità da parte della polizia negli USA, queste immagini non ispirano paura e terrore. Ispirano fiducia nella comunità, orgoglio, dignità, appartenenza e autostima. Naturalmente, in Rojava gli anziani devono assumersi più responsabilità perché la maggior parte dei giovani uomini e donne stanno ancora combattendo al fronte nella guerra contro i terroristi di ISIS.

L’ecologia sociale di questo sistema è protetta attraverso la promozione della partecipazione delle donne, un profondo rispetto del multiculturalismo e della sacralità dell’ecologia. Questo sistema è istituito attraverso sforzi coordinati alla democratizzazione, all’educazione e alla decostruzione all’interno della società di gerarchie patriarcali, sociopolitiche, economiche e culturali. Non è abbastanza creare semplicemente istituzioni alternative senza compiere significativi sforzi educativi all’interno della società. Questo è l’unico modo in cui può avvenire un cambiamento a lungo termine, significativo e organico.

Per rieducare la società, le persone entrano spesso in accademia per 1, 2 o 3 mesi alla volta. Questo è su base volontaria, ma anche per ciascun ramo dell’istituzione governativa. Per esempio, il Ministero dell’Educazione sceglierà a turno un gruppo di trenta insegnanti alla volta da far accedere alle accademie. Le persone continuano ad essere pagate durante questo processo. Le donne con bambini possono portarseli dietro e affidarli all’assistenza infantile gratuita mentre passano settimane studiando e imparando doveri civili, diritti democratici, liberazione di genere, sostenibilità ecologica, storia del capitalismo e altro. Tutti partecipano alle pulizie quotidiane, alla cucina e alla gestione del centro di formazione mentre sono lì. La coesistenza comunitaria è promossa come uno sforzo deliberato e consapevole di riorganizzazione e riformulazione della società. Questi stessi membri della classe tornano nella comunità e si uniscono alle Asayîş, alle HPC, alle comuni, alle cooperative e ai consigli locali. Le persone sono incoraggiate a prendere parte su molteplici livelli a processi decisionali e di partecipazione.

Comunque, prima che fosse resa possibile l’istituzione di questo sistema alternativo, c’era bisogno che emergesse un’ideologia alternativa che fornisse un progetto per questa società ideale e democratica. Questo sistema funziona basandosi sulla teoria del confederalismo democratico del leader curdo Abdullah Öcalan, ispirata dall’ecologia sociale del teorico americano Murray Bookchin. Uno dei valori fondamentali del confederalismo democratico è l’approccio anti-gerarchico alle strutture comunitarie e alla coesistenza, partendo dal difficile compito di promuovere la liberazione e la partecipazione delle donne in tutte le sfere dell’arena pubblica. Una quota di partecipazione del 40/60% deve esistere in tutte le strutture amministrative e decisionali. Questo include anche il sistema di co-presidenza in cui tutte le posizioni di leadership sono rette da un uomo e una donna. Essenzialmente, un sistema basato sulla promozione attiva di uguaglianza attraverso processi etici, religiosi e decisionali è fondamentale per far funzionare questo sistema anti-gerarchico. Questo sistema si basa anche sul fondamento che le istituzioni con un alto livello di partecipazione delle donne tendono ad essere più inclusive e democratiche per natura. Secondo Öcalan:

Il grado in cui una società può essere trasformata a fondo è determinato dall’entità della trasformazione realizzata dalle donne. Similmente, il livello della libertà e dell’uguaglianza della donna determina la libertà e l’uguaglianza di tutte le sezioni della società. Perciò, la democratizzazione della donna è decisiva per l’istituzione permanente di democrazia e laicismo. Anche per una nazione democratica, la libertà delle donne è di grande importanza, poiché la donna liberata costituisce la società liberata. La società liberata a sua volta costituisce la nazione democratica.

foto tratta da http://kurdistanamericalatina.org

L’orientamento ideologico del Rojava tende a sovvertire tutto quello che sappiamo sullo Stato, sulla pace, la liberazione e la coesistenza. È esplicitamente anti-gerarchico in tutte le forme. Dal concepimento del sistema di Westfalia, le minoranze divise e colonizzate hanno vissuto sotto Stati-nazione artificiali e autoritari. Un sistema escludente, violento e gerarchico che insegna che la diversità è l’antitesi del patriottismo e del nazionalismo. La diversità deve essere sacrificata sull’altare sanguinario dello Stato-nazione con una lingua, una bandiera, un’identità e un mito nazionale. Questa storia ha insegnato agli oppressi, agli espropriati e ai senza Stato che soltanto ottenendo uno Stato possono raggiungere la liberazione. Questo processo, comunque, porterebbe naturalmente all’oppressione di altre minoranze poste all’interno dei confini di quello Stato. Invece con Bookchin e Öcalan è emerso un progetto alternativo in cui gli odi primordiali e le fratture etnico-religiose di lunga data potrebbero essere risolti attraverso un modello radicale dal basso di confederalismo democratico. Il confederalismo democratico unisce il ricco mosaico di culture e religioni in una società arricchita che prospera sulla diversità anziché tentare di cancellarla per servire gli interessi di un particolare gruppo dominante.

Molte persone di sinistra hanno fatto l’errore di credere che questo implichi che tutte le espressioni di identità nazionale debbano essere cancellate. Che tutto il “nazionalismo” curdo, armeno, assiro e yazida non dovrebbe essere espresso. Questa è una prospettiva profondamente orientalista ed euro-centrica. Chiedere agli yazidi di smettere di essere yazidi o ai curdi di smettere di essere curdi serve soltanto gli interessi delle forze imperialiste e genocide che hanno istituito le loro ideologie fondanti sulla cancellazione di minoranze profondamente oppresse. Di contro, in Rojava questo significa che tutte le culture dovrebbero vivere liberamente, esprimendo la ricca bellezza delle loro antiche culture e dei loro colori, con altre culture altrettanto liberamente esistenti. Significa patriottismo nel sentire orgoglio per la propria identità, combinato con meccanismi decentralizzati di coesistenza basati sulla decostruzione attiva di gerarchie di potere. Questo significa esplicito rispetto per il multiculturalismo, non di chiedere alle minoranze etnico-religiose oppresse e colonizzate di formare una “cittadinanza” alternativa basata sulla negazione di tutto ciò per la cui preservazione hanno combattuto attraverso i secoli di assimilazione forzata. Il Rojava sostiene che la diversità sia essenziale e sia la spina dorsale di una nazione democratica.

In Rojava questo ha significato che le scuole si gestiscono sulla base delle tre lingue più diffuse, ovvero il curdo, l’arabo e il siriaco. I segnali stradali sono scritti in tutte e tre le lingue. Le minoranze come gli armeni hanno maggiore capacità decisionale e “seggi” in più nei consigli decisionali per assicurare che la volontà della maggioranza non venga emanata a discapito delle minoranze. Le chiese distrutte vengono attivamente ricostruite e rese visibili, i festival multiculturali vengono promossi; arte, cultura, musica, letteratura di differenti culture sono presentate fianco a fianco. La diversità è promossa, supportata, incoraggiata, celebrata e non cancellata, temuta o uccisa.

In questo sistema, le persone sono incoraggiate anche alla partecipazione alla società civile in modo che gli interessi e i bisogni vengano espressi attraverso meccanismi alternativi oltre alle linee etnico-religiose. Questo riorientamento civico funziona soltanto quando le persone non si sentono minacciate per le loro identità culturali. In questo modo l’alienazione, la frammentazione e le ansie coloniali vengono evitate e si creano molteplici e interconnesse vie di appartenenza ed espressione politica. Ugualmente, la partecipazione politica e civica è incoraggiata e attesa. La de-politicizzazione, l’apatia e il non coinvolgimento sono visti come l’antitesi della società democratica.

Questo sistema perciò ricrea il corpo civico lungo una diversa psicologia di liberazione. Decostruisce odi e oppressioni interiorizzati verso sé e gli altri. Disassembla pratiche coloniali e capitaliste di alterità e cancellazione in ciò che Eduardo Galeano chiama i “nessuno”. Questi nessuno sono meno che l’Altro. Essi sono “i nessuno: figli di nessuno, proprietari di niente…i nessuno, i senza corpo, che corrono come conigli, morendo nel corso della vita, fregati da tutte le parti.” Affinché qualsiasi ideologia di liberazione abbia successo deve ricreare un sé, un qualcuno, da quelli che sono stati resi l’Altro, i nessuno.

Il Rojava ha decostruito tutte le forme di razzismo o le strutture di classe o i pregiudizi di genere o altre pratiche di discriminazione? Sicuramente no, ma sta attivamente ristrutturando la società in modo da poter evitare ed eliminare queste oppressioni alla ricerca di una società veramente democratica. È perciò importante non romanticizzare il Rojava, ma guardarlo razionalmente con l’intenzione di capire come funzionano le cose, cosa non funziona e quali correzioni sono necessarie. L’innovazione è essenziale tanto quanto evitare i dogmatismi è vitale per raggiungere una società giusta e democratica. Nelle parole di Murray Bookchin: “se non facciamo l’impossibile, dovremo confrontarci con l’impensabile.”

La lezione essenziale è che il mondo alternativo che immagini esiste già e funziona, ferito e abbandonato, ma ancora in vita; nonostante la mancanza di sostegno da parte della sinistra internazionale, nonostante le ripetute invasioni, annessioni, colonizzazioni, pulizie etniche e utilizzo di armi chimiche illegali contro di esso da parte della Turchia e delle sue forze terroristiche delegate. La disumanità e la violenza di cui ha avuto esperienza la comunità nera negli USA sono state profondamente scioccanti e traumatizzanti per quelli con una coscienza e per quelli che desiderano costruire comunità basate sul rispetto reciproco, l’umanità, la cooperazione e il sostegno. Per far emergere questa società alternativa in luoghi come gli Stati Uniti, le rivoluzioni del popolo del Terzo Mondo devono essere considerate più seriamente e attivamente studiate ed emulate. Si devono imparare lezioni, porre domande, scambiare idee e mettere in atto cambiamenti innovativi per adattarsi alla struttura sociopolitica specifica delle diverse società.

L’intera ecologia sociale del sistema americano è stata distrutta dalla povertà di massa, dalla disparità di reddito, dal furto di salario, dalla mancanza di assistenza sanitaria e di abitazioni, dall’incarcerazione di massa, dalla distruzione degli ecosistemi e dall’acqua potabile avvelenata. L’arresto e l’incarcerazione non soltanto di Derek M. Chauvin, ma anche degli altri tre poliziotti responsabili dell’uccisione di George Floyd, possono funzionare soltanto come sforzi simbolici verso la giustizia. La brutalità della polizia è legata ad una pratica sistemica di molteplici e intersecanti strati di violenza, oppressione e ingiustizie. Dobbiamo domandarci cosa sia la giustizia vera, duratura ed efficace. Niente che non sia vicino all’abbattere l’intero sistema ingiusto, fondato sull’oppressione delle persone nere, potrà mai avvicinarsi ad essa.

Come curdi, guardiamo attraverso il Medio Oriente mentre le comunità nere e alleate insorgono in tutti gli Stati Uniti. Esultiamo per il loro coraggio rivoluzionario, per la loro dedizione risoluta alla giustizia e per il desiderio di libertà; il loro grido di libertà riecheggia nei nostri cuori – entrambi battono al ritmo della libertà negata; e nonostante le nostre catene possano essere diverse, sostanzialmente affrontiamo lo stesso sistema oppressivo che continua ad ucciderci e ad imporci varie violenze. Con il Rojava, abbiamo assicurato che un mondo alternativo sia possibile. Ora dobbiamo lasciare che la solidarietà sia il ponte che ci unisce.  

black lives matter,rojava

Fonte: Rete Jin

Jin è una parola curda che significa donna. Rete jin è la rete delle donne in solidarietà con il movimento delle donne curde e quindi, più in generale, con la lotta per il confederalismo democratico: contro stato, patriarcato e capitalismo; per la democrazia, la rivoluzione delle donne e il cambiamento sociale. “Organizziamo presentazioni di libri, seminari, incontri più lunghi, presidi in piazza, e iniziative di diverso tipo. Crediamo che il conflitto che si svolge in Mesopotamia che vede il sistema patriarcale e statale attaccare le forme di autogestione dei popoli e la rivoluzione delle donne, sia un conflitto che non è geograficamente limitato ma che ci riguarda tutte e tutti”.

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/senza-la-polizia-lezioni-dal-rojava/

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