Ricostruire Roma

I trenta anni del pensiero neoliberista, vera pandemia culturale, lasciano una città distrutta nella sua radice storica. I piani regolatori sono stati cancellati ed è rimasto solo il dominio incontrastato della grande proprietà immobiliare. Occorre ricostruire il welfare urbano aggiornandolo alle attuali esigenze, mettendo in campo un pensiero alternativo, se non vogliamo che l’uscita dalla crisi del coronavirus comporti un’ulteriore crescita delle disuguaglianze. Le città sono il terreno di confronto su cui si giocherà la partita decisiva e non è scontato che siano mature le condizioni per ripristinarne il governo pubblico. Sono quattro i diritti fondamentali dei cittadini romani da rimettere al centro. Il primo riguarda la salute, da perseguire con la ricostruzione della rete di protezione sanitaria. Il secondo l’istruzione, da perseguire attraverso una nuova funzionalità dell’offerta scolastica. Il terzo riguarda l’abitare. La sudditanza dei pubblici poteri verso i detentori di rendita urbana, ha provocato la più grave crisi abitativa dagli anni ’80, cioè da quando si era vicini alla soluzione del problema. Il quarto diritto è quello alla mobilità, la riduzione delle distanze tra centro e periferie. Roma è cresciuta troppo e male. Per raggiungere i luoghi di lavoro dalle periferie si devono percorrere grandi distanze e la carenza di trasporto pubblico obbliga all’uso dell’automobile. Le città, e Roma in particolare, sono il luogo dello scontro tra due culture. Quella che ha provocato la distruzione delle città e quella che vuole affermare nuovi valori di uguaglianza e solidarietà. Non sarà facile vincere questa battaglia di egemonia. L’unica prospettiva da perseguire, se vogliamo salvare la convivenza urbana, è redistribuire ricchezze e opportunità sociali per costruire le città dell’inclusione

foto Pixabay

Qualche giorno fa, sulle pagine di comune-info, Antonio Castronovi poneva una questione fondamentale: per risollevare Roma dagli effetti del liberismo è indispensabile una elaborazione collettiva, una fase costituente come l’ha definita,  in grado di aggiornare le analisi e di formulare un progetto collettivo in grado di dare una speranza ad una città senza prospettive.

Subito dopo questo articolo, Nino Lisi, con il consueto acume, faceva notare che siamo di fronte ad una gigantesca “non città”, e cioè un centro storico divorato dall’economia dominante. È un’immagine di grande efficacia e vorrei partire proprio da essa per contribuire a dare contenuti all’alternativa di governo urbano di cui si sente l’urgenza.

Le immagini di Roma viste durante i mesi di lockdown restituiscono una città  squilibrata. Il centro storico appariva deserto. Il livello dei valori immobiliari ha causato la grande espulsione delle fasce sociali più povere che tutti conosciamo. In 70 anni i residenti sono passati da 450 mila a poco meno di 80 mila: è rimasto all’incirca un abitante su cinque. Troppo pochi per formare una comunità. Oltre la città consolidata, localizzati nella più completa anarchia, anche gli outlet e i grandi centri commerciali – il loro numero è impressionante: ottanta – sono deserti. Monumenti temporaneamente interdetti al consumo di massa. Tra queste due grandi aree, le periferie urbane evidenziano invece una consistente presenza umana intenta in due attività prevalenti. Le file ordinate per accedere alle catene di supermercati che si dividono il mercato alimentare. Le persone più anziane affacciate alle finestre di case prive di decoro. Strade sconnesse e cortili degradati. I romani abitano in maggioranza in una città senza qualità e bellezza.

Queste periferie hanno trovato nel mondo dell’associazionismo e della solidarietà l’unico strumento per non precipitare in una spirale senza fine. Per molte famiglie ormai prive di reddito, un pasto caldo o un cesto di generi alimentari fanno la differenza. In questa immensa città, lo Stato non si vede. Qualche pattuglia delle forze dell’ordine e poco altro.  Inesistente o quasi, la rete dei servizi assistenziali e di prossimità che formavano il welfare urbano, la grande conquista del secolo breve. Le periferie sono state salvate soltanto grazie a un imponente moto di solidarietà spontaneo guidato da associazioni di cittadini e dalle organizzazioni  cattoliche. La funzione di supplenza svolta in tempi normali da queste associazioni, in tempi di coronavirus è diventata l’unica ancora di salvezza per tante persone in preda alla solitudine.

Le prime due parti di città – i centri storici e i centri commerciali – sono luoghi di estrazione di ricchezza da parte dell’economia dominante.  A Roma, all’interno delle mura aureliane, esistono circa 20 mila B & B (Marco D’Eramo, 2017): fanno guadagnare molto più di un normale affitto ma creano il deserto urbano. L’antitesi dell’inclusione. L’antitesi dei legami sociali che sono stati alla base della nascita delle città.

I trenta anni del pensiero
neoliberista, vera pandemia culturale, lasciano una città distrutta nella sua radice
storica. Nelle città della cultura liberale era la pianificazione urbana a
tentare di fornire una logica unitaria, a dare un senso comune all’intera
città. I piani regolatori sono stati cancellati ed è rimasto solo il dominio
incontrastato della grande proprietà immobiliare.

In questi giorni di emergenza si è vista spesso un’immagine emblematica. Un anonimo palazzo privo di insegne istituzionali ubicato in uno squallido slargo che non raggiunge neppure la dignità di una piazza. È la sede del ministero della Sanità, localizzata all’Eur, all’interno di una lottizzazione privata di quel Luca Parnasi protagonista dello scandalo dello stadio della Roma calcio. Nella città che abbiamo conosciuto, i ministeri e i grandi uffici pubblici erano utilizzati per dare ordine e qualità ai tessuti urbani circostanti. Le piazze erano il lessico per sottolineare il decoro urbano. Oggi i luoghi simbolici del potere dello Stato si acquistano sul “mercato” come banali confezioni di merci, senza alcun pensiero urbano. E le periferie sono condannate senza scampo alla mancanza di bellezza.

La pandemia del pensiero neoliberale ha disarticolato lo Stato e distrutto la sua capitale, rendendole più ingiuste e infelici. E’ stato autorevolmente affermato che si uscirà dalla crisi della pandemia solo ripristinando il concetto di uguaglianza (Flores D’Arcais e Zagrebelsky, Micromega 3/2020). Occorre dunque ricostruire il welfare urbano aggiornandolo alle attuali esigenze, mettendo in campo un pensiero alternativo, se non vogliamo che l’uscita dalla crisi del coronavirus comporti un’ulteriore crescita delle disuguaglianze. Le città sono dunque il terreno di confronto su cui si giocherà la partita decisiva e non è scontato che siano mature le condizioni per ripristinare il governo pubblico delle città cancellato dal neoliberismo.

Quattro  diritti dei cittadini
delle periferie

Sono quattro i diritti fondamentali dei cittadini romani da rimettere al centro del governo delle città e dei territori. Il primo riguarda la salute da perseguire con la ricostruzione della rete di protezione sanitaria. Essa permetterebbe di creare i presidi territoriali in grado di comprendere senza ritardi l’insorgenza di nuove epidemie.

All’interno di questa prospettiva, è  indispensabile rimettere mano ai luoghi in cui
si svolge l’assistenza agli anziani. La gran parte di essi sono infatti
localizzati casualmente, sulla base degli interessi privati. Occorre tornare ad
una visione pubblica del problema in grado ad esempio di localizzarli al fine
di rivitalizzare i centri collinari e montani. E’ ancora presente un  grande patrimonio immobiliare pubblico
–spesso abbandonato- che potrebbe essere riutilizzato per dare un futuro a quei
territori.

Il secondo diritto riguarda l’istruzione, da perseguire attraverso una nuova funzionalità dell’offerta scolastica. In autunno si dovranno sfoltire le classi ipertrofiche per garantire il distanziamento degli studenti. Un’occasione progettuale irripetibile per ripensare le tipologie delle scuole e per ridisegnare  gli spazi della didattica. Una nuova generazione di architetti e di educatori potrebbe mettere in moto una progettualità diffusa, coinvolgendo  il personale delle scuole e i genitori. Una vera “ricostruzione”, dunque, che sappia suscitare partecipazione e arricchimento culturale.

Il terzo diritto riguarda l’abitare. La sudditanza dei pubblici poteri verso i detentori di rendita urbana, ha provocato la più grave crisi abitativa dagli anni ’80, da quando cioè si era vicini alla soluzione del problema. Da allora l’Italia –unico caso in Europa occidentale- ha cancellato la produzione di alloggi popolari. Non c’era più bisogno di case pubbliche perché il mercato avrebbe risolto la questione.

Gli interessi dei rentier hanno
bloccato questa possibilità perché era molto più conveniente intascare
gigantesche rendite da locazione.  Per
l’affitto di residence utilizzati per ospitare le famiglie in emergenza
abitativa, il comune di Roma regala alla grande proprietà immobiliare 28 milioni
di euro ogni anno. Nei trenta anni del trionfo della rendita, fanno oltre 800
milioni di euro che avrebbero potuto risolvere il problema. Un paese che guarda
al futuro, non può permettere che ci siano 
famiglie che vivono senza casa nella sua capitale. E’ una disuguaglianza
intollerabile.

Il quarto diritto riguarda la mobilità, e cioè la riduzione delle distanze tra centro e periferie. Roma è cresciuta troppo e male. Per raggiungere i luoghi di lavoro dalle periferie si devono percorrere grandi distanze e la carenza di trasporto pubblico obbliga all’uso dell’automobile. Costruire moderni sistemi di trasporto pubblico non inquinanti serve dunque a garantire il diritto di spostarsi: quello che Luigi Petroselli, l’ultimo sindaco di sinistra della città, sintetizzava in “accorciare le distanze” (Roma: accorciare le distanze. La lezione del sindaco Petroselli, a cura di Stefano Fassina. Bordeaux 2020).

Il perseguimento della mobilità
efficiente e non inquinante serve anche e a perseguire due altri obiettivi.
Ridurre le emissioni nocive  e creare
nuove opportunità di lavoro. La riconversione modale del trasporto territoriale
e urbano favorirà, come tutta l’Europa ha già messo in atto, la nascita di
aziende di produzione, di ricerca e di innovazione, di sperimentazione di
materiali e vettori. Occasioni di prezioso lavoro qualificato per uscire dalla
crisi economica incombente.

La capitale dell’ecologia integrale

Il perseguimento dei quattro diritti
urbani che abbiamo tratteggiato, si colloca all’interno della dialettica tra
potere pubblico e iniziativa privata. Ricostruire il welfare presuppone un
nuovo ruolo di guida da parte delle pubbliche amministrazioni dopo il
fallimento della cultura delle privatizzazioni.

Siamo, come si comprende, all’interno delle categorie culturali del Novecento. L’attribuzione delle prerogative di governo del territorio alla sfera pubblica e la subordinazione della proprietà privata rispetto agli interessi collettivi, è infatti parte della stagione in cui sono stati costruiti i piani regolatori delle città. La crisi ambientale e dell’ecosistema che dobbiamo affrontare, impone di guardare oltre e di affidare alle pubbliche amministrazioni anche il ruolo di guida nella definizione dei grandi obiettivi per uscire dal rischio della spirale di depressione economica. 

La pandemia del coronavirus ha avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dall’informazione anche se è certo che altre emergenze climatiche non tarderanno a manifestarsi. I nuovi diritti sociali da rivendicare per rendere le periferie vivibili (sanità, scuola, abitazioni pubbliche e trasporti) devono pertanto collocarsi all’interno di una città che si inserisce nel paradigma culturale dell’ecologia integrale. La proposta venne, come noto, dall’enciclica Laudato sì di papa Francesco pubblicata nel 2015 e riguardava un più ampio ragionamento sul rischio della vita nel pianeta. E’ importante che questa prospettiva sia applicata anche alle città, dove si svolge la vita della grande maggioranza della popolazione italiana. Se l’Etiopia si è data l’obiettivo di piantare 10 miliardi di alberi, anche le nostre città devono attrezzarsi per rispondere ai cambiamenti climatici e le uniche possibilità di mitigazione stanno nella costruzione di cinture verdi intorno agli abitati, parchi urbani, viali alberati e percorsi protetti.

Intervenire sui livelli di vivibilità e benessere, sul bene comune, significa favorire  l’uguaglianza che l’economia urbana dominante non è più in grado di garantire. Dalla metà degli anno ’90  fino alla crisi del 2008, l’affermazione del sistema immobiliare aveva fatto crescere i valori economici di tutte le case degli italiani. Oggi quel modello è finito e l’economia dominante privilegia solo i luoghi centrali perché la valorizzazione non è esportabile su larga scala. Ed infatti, i valori immobiliari del centro antico di Roma si collocano sopra i 10 mila euro al metro quadrato, mentre nella periferia estrema non arrivano a mille euro. E’ dunque evidente l’iniquità sociale della strategia della valorizzazione immobiliare. Le periferie sono escluse da ogni ipotesi di riscatto perché è conveniente investire solo nelle aree a forte redditività. Le tre città che evidenziavamo in apertura, confermano questa verità. L’economia dominante estrae ricchezza dai centri storici e dalle cattedrali del consumo di massa. In periferia, con la rendita ferma a mille euro a metro quadrato, non c’è alcuna convenienza ad intervenire. Non c’è nulla da estrarre.  Chi pretende ancora di far credere che dietro un’altra stagione di cementificazione ci possa essere qualche beneficio per la popolazione, mente.

Anzi, nasconde obiettivi inaccettabili. Pensiamo ad esempio alla vicenda dei centri commerciali. Essi sono nati sulla spinta dell’offensiva neoliberista che ha travolto ogni regola: così ne sono sorti troppi e male distribuiti sullo scacchiere urbano. Alcuni di essi già erano in affanno nell’ultimo anno proprio per l’eccessiva offerta esistente. Il coronavirus ha cambiato –e cambierà- le abitudini dei nostri spostamenti, ed è evidente che la crisi di molti ipermercati sarà accelerata e ci troveremo giganteschi relitti urbani da riconvertire.

Gli idolatri del mercato chiederanno a gran voce la loro trasformazione in alloggi residenziali, visto che questa rimane l’unica fetta di mercato ancora dinamica. Si apre dunque una evidente contraddizione con una visione della città che veda al primo posto la dignità delle persone. In quei luoghi desolati, spesso collocati tra grandi infrastrutture viarie è incivile pensare di realizzare case. Dobbiamo dunque contrapporre alla visione distruttiva dell’economia di mercato, una prospettiva inclusiva di tutte le persone.

Spesso discorso vale anche per il centro storico su cui si era soffermato su queste pagine Nino Lisi. Il turismo mordi e fuggi continuerà a svuotare la vita delle nostre città storiche e di Roma in particolare. Ci vorrà tempo, ma è innegabile che le logiche del mercato di rapina riprenderanno come prima. Altro che “nulla sarà come prima”!. Se non vogliamo perdere l’anima dei centri antichi, accorre che la mano pubblica guidi le trasformazioni urbane sottraendole alla follia economicista. Dentro le mura aureliane esistono immobili pubblici che possono formare la trama per aprire una nuova stagione di edilizia pubblica. Una prospettiva evidentemente in contraddizione con le teorie della “rigenerazione urbana” che privilegiano solo la valorizzazione fondiaria. Dobbiamo rivendicare che il nostro obiettivo è quello della valorizzazione sociale. 

L’unico modo per garantire uno sviluppo caratterizzato dall’uguaglianza è legato all’ampliamento della sfera dei diritti e dalla difesa dell’integrità urbana e ambientale, intese come grande opportunità per mettere in moto un modello di sviluppo differente. 

Le città, e Roma in particolare, sono dunque il luogo dello scontro tra due culture.  Quella che ha provocato la distruzione delle città e quella che vuole affermare nuovi valori di uguaglianza e solidarietà. Non sarà facile vincere questa battaglia di egemonia. Abbiamo idee e ancora un radicamento sociale (Povera Roma. Sguardi, carezze  graffi, a cura di Sandro Medici. Left edizioni, 2019) ma dobbiamo prendere  atto anche della sproporzione di potere economico e di rappresentanza politica tra chi ha guidato la restaurazione neoliberale e il mondo dell’associazionismo diffuso. L’unica prospettiva da perseguire se vogliamo salvare la convivenza urbana è redistribuire ricchezze e opportunità sociali. La ricostruzione del welfare urbano cancellato dall’economia neoliberista è dunque l’obiettivo da perseguire per costruire le città dell’inclusione.

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/ricostruire-roma/

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