La pandemia e i libri viventi

Questo male, venuto da fuori, ha un elemento terribile per i Nasa e gli Awá, popolazioni indigene che vivono nel sud della Colombia: l’alto tasso di mortalità fra gli anziani, che mette a rischio la trasmissione del sapere ancestrale. Loro “sono i nostri libri viventi”, dicono. La comunità dei Nasa chiama quel virus Wee wala. Gli Awá lo chiamano Wisca. I popoli originari si difendono rafforzando all’interno la comunità e lo stato di salute generale, avvalendosi soprattutto della medicina interculturale, che unisce conoscenze mediche occidentali con il sapere ancestrale. I gravissimi problemi preesistenti al virus, però, si aggravano in modo drammatico. Il primo è il fuoco incrociato tra paramilitari, esercito, corpi di polizia e mercenari contrattati da imprese transnazionali e nazionali che lucrano con l’estrattivismo nei territori indigeni, ricchissimi di risorse naturali e molto fertili. Il secondo è l’assoluta impossibilità di poter contare su ogni minimo aiuto da parte dello Stato, a cominciare dai problemi di accesso all’acqua. Alla guerra si sono aggiunte le migrazioni causate dalle piantagioni di palma, dall’estrazione del petrolio, dalle miniere d’oro, dal taglio illegale di legna e dalla coltivazione illecita di coca. Tutti questi affari nefasti hanno riempito la selva di strade. Provocano danni per la natura, violano i diritti territoriali e oggi mettono molto più a rischio la salute delle comunità

Una donna anziana dei Nasa. Foto Survival

La Colombia ha chiuso il 2019 con il funebre appellativo di “paese con più difensori dei diritti umani assassinati”. Sono infatti 250 i difensori uccisi lo scorso anno, secondo quanto riporta l’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (INDEPAZ), in quello che è stato uno degli anni più sanguinosi dagli Accordi di pace dell’Avana del 2016. Una pace firmata ma mai divenuta effettiva e che, in questo 2020, è messa ancora più in discussione.

Prima che il mondo si paralizzasse per il virus che colpisce i sette continenti, la difesa della vita, il territorio, la memoria storica, l’eredità culturale e il benessere comune in Colombia erano un fiume di sangue che non riusciva a seccarsi, alimentato com’era da sempre nuovi affluenti. Alla fine di febbraio erano già 56 le uccisioni di leader e difensori in questo paese dell’Abya Yala. A maggio si contano 84 morti violente di persone che hanno messo il loro corpo a protezione di diritti civili, ambientali, di genere, territoriali… A questa cifra si possono aggiungere 24 ex-combattenti delle FARC che, durante il processo di ritorno alla vita civile, sono stati assassinati quest’anno. In totale sono 108 omicidi in soli 4 mesi.

La Taula Catalana per Colòmbia e l’Observatorio por la Autonomía y los Derechos de los Pueblos Indígenas en Colombia (ADPI) hanno emesso comunicati dove si denuncia la recrudescenza del conflitto armato in piena situazione di crisi umanitaria. Entrambe le organizzazioni, oltre a vari Programmi di Protezione a Persone Difensore dei Diritti Umani nello stato spagnolo, sollecitano con urgenza una risposta nazionale e internazionale e segnalano che uno dei gruppi più colpiti da questa violenza è costituito dai circa cento popoli originari della Colombia. Da OADPI e Colectivo Maloka si è quindi iniziata una campagna di solidarietà internazionale con i popoli awá e nasa, gravemente colpiti da questa guerra che non accenna a smettere.

Nel 2020 le popolazioni indigene hanno perso almeno una ventina di compagni e compagne per mano di agenti armati. In tutto il territorio colombiano si trovano sotto il fuoco incrociato di gruppi illeciti, paramilitari, esercito, corpi di polizia e mercenari contrattati da imprese transnazionali e nazionali che lucrano con l’estrattivismo. Non è un caso che ci siano molteplici interessi che ambiscono al controllo dei loro territori ancestrali, ricchissimi di risorse naturali e molto fertili.

Di fronte a questo dispiegarsi di armi da
fuoco, interi popoli si mantengono in una posizione di difesa pacifica e agguerrita
della vita, delle tradizioni, della Madre Terra e dei beni comuni.

È arrivato il Wisca, il “male venuto da fuori”, dicono gli awá

Ecco che al tavolo da gioco si é aggiunto un nuovo componente. Il Wisca, il “male venuto da fuori”, come lo hanno chiamato gli awá. Questo popolo binazionale che non capisce di frontiere vive principalmente nella zona andina, montagne selvatiche fredde e umide nei dipartimenti di Nariño e Putumayo. Secondo le mappe, sono divisi tra Colombia ed Ecuador. Secondo loro, sono una grande famiglia di 21 mila persone, senza linee immaginarie disegnate con righe tracciate sopra il fitto del bosco.

Il Wisca li sta accerchiando con un circolo complesso. L’Ecuador è uno dei paesi che ha avuto più contagi in America Latina, molti a causa del turismo globalizzato. Nariño e Putumayo sono zone di passaggio tra i due Stati e per tutta la spina dorsale andina. Sulla strada panamericana che attraversa il sudest della Colombia c’è chi passa in maniera lecita o illecita, e tutto quello che non può passare di là si ingegna per saltare le frontiere al riparo delle cordigliere e del loro spessore.

Prima della chiusura delle frontiere per il confinamento c’è stato molto movimento. Noi stimiamo 300 passaggi illegali in terra awá”, racconta Yuri Acosta, membro dell’equipe professionale della UNIPA, organizzazione dell’Unità Indigena del Popolo Awá. Questo territorio poroso ha anche visto fuggire verso sud molte famiglie a causa dell’esilio forzato, prodotto del conflitto armato che la Colombia ha vissuto per più di 60 anni. “È una frontiera viva”, afferma Acosta.

Alla guerra si sono aggiunte le migrazioni causate dalle piantagioni di palma, dall’estrazione del petrolio, dalle miniere d’oro illegali, dal taglio illegale di legna e dalla coltivazione illecita di coca. Tutti questi affari di natura estrattivista hanno riempito la selva di strade. Provocano danni per la natura, violano i diritti territoriali del popolo awá e mettono a rischio la salute delle comunità.

In particolare rendono difficile l’accesso all’acqua potabile, dato che è abituale lo sversamento di petrolio da parte del grande oleodotto transandino che passa per di là, i residui minerali di mercurio o l’effetto del glifosato delle fumigazioni statali contro le coltivazioni illecite. “In quasi tutti i 2.500 ettari di territori dell’UNIPA ci sono problemi per accedere all’acqua potabile e la malnutrizione infantile è molto severa”, spiega Acosta. Sono molto preoccupati per questa nuova malattia infettiva, altamente contagiosa. “In queste comunità ci sono molte malattie respiratorie”, che si aggiungono al diabete, all’ipertensione e alla tubercolosi. Il clima freddo ed estremamente umido, con precipitazioni intense, permette che la flora cresca esuberante. Ma ha anche un impatto sui polmoni degli awá, rendendoli ancora più esposti al contagio.

Nonostante la popolazione sia molto dispersa e isolata, il rischio maggiore è costituito dai molteplici attori che attraversano il territorio awá, colombiano ed ecuadoriano. Per farsi un’idea, basti pensare che le zone abitate più remote sono separate da tragitti a piedi di 6-12 ore su sentieri di montagna. Quando si arriva a un villaggio più grande, ci sono altre 8 ore di viaggio in auto per arrivare a una città che abbia ospedali con reparti di terapia intensiva. “E quelle di Nariño sono all’80% della loro capienza”, ricorda Acosta, per cui non c’è possibilità di trattare eventuali nuovi casi.

“Quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto lottando con le unghie, perché il governo colombiano non ha fatto niente”, denuncia Yuri Acosta. Ci sono quarantene severe nel lato ecuadoriano e la Guardia Indigena awá ha stabilito punti di controllo per gestire gli accessi e le uscite dai territori, oltre a pattugliare l’interno, “ma non abbiamo mascherine, alcool, guanti o gel disinfettante, per cui le nostre guardie sono esposte nel loro lavoro di controllo”, spiega il membro dell’UNIPA.

Ci sono almeno altri tre focolai di inquietudine. Il primo, 18 casi positivi confermati alla fine di aprile tra membri delle Forze Armate colombiane di stanza a Ipiales, Nariño. I militari pattugliano senza mascherine e senza permesso in terra awá, che è scenario di contese e scontri tra gruppi armati. Secondo,  le grandi imprese estrattiviste che hanno continuato le loro attività. Sia quelle legali che quelle illegali si sono fermate alcuni giorni, ma hanno poi subito ripreso le attività senza rispettare le prevenzioni sanitarie atte a evitare contagi tra i loro lavoratori a giornata.

 “Lì non c’è nessuna autorità che conti più dei gruppi armati”, si lamenta Acosta. Questo si lega con la terza inquietudine. I 14 gruppi armati che si disputano il territorio awá hanno stabilito il coprifuoco e cordoni nella zona a causa della pandemia. Acosta spiega che hanno minacciato di uccidere chi pensano sia stato contagiato. Una minaccia compiuta: il 4 aprile un veicolo privato che trasportava una donna malata è stato attaccato e sia lei che l’autista sono stati assassinati. Le loro morti si aggiungono all’assassinio di un giovane awá a Barbacoas da parte di gruppi illegali.

Una delle risposte alla congiuntura è quella di rafforzare la medicina interculturale, che unisce conoscenze mediche occidentali con il sapere ancestrale awá, basato in quello che la natura offre. Anche se è complicato rispondere a “un male che non viene dalla selva” con coltivazioni che sono sotto assedio: l’estrattivismo occupa terre che un tempo erano destinate alle piante medicinali e anche quelle che crescono sono colpite dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici.

Qui e sopra, una postazione di controllo della Guardia Indigena nel Cauca. Foto: Tejido de Comunicación y Relaciones Externas para la Verdad y Vida – ACIN

Una minga verso l’interno per resistere nel Cauca

Attraversando Nariño si arriva al Cauca. Al nord del dipartimento si trova la Cxhab Wala Kiwe nasa, “il territorio del grande popolo”, tra la zona piana e il contrafforte occidentale della cordigliera centrale colombiana. I territori che formano la  Asociación Cabildos Indígenas del Norte del Cauca (ACIN) comprendono circa 115mila persone.

“I popoli indigeni sono sempre stati in resistenza, questa non è l’unica minaccia all’armonia che abbiamo avuto”, afferma Gloria Yonda, infermiera e coordinatrice del Tessuto Salute della ACIN. Parla del Wee Wala, “la malattia di questi tempi”, appellativo che le hanno dato gli anziani. Usare il nome di questa malattia estranea al territorio è un modo di convocarla per eluderla, con un esercizio di medicina interculturale simile a quello degli awá.

Gloria Yonda è parte attiva della salute interculturale, che unisce saperi ancestrali alla medicina occidentale per trattare in modo olistico le rotture nell’armonia di corpi, menti, famiglie e comunità. Si sta applicando nelle famiglie e nelle centinaia di punti di controllo territoriale stabiliti dalla Guardia Indigena nasa. Sono stati impiegati 2.760 Kiwe Thegnas, un corpo pacifico di azione umanitaria e difesa dei diritti umani.

Nei punti di controllo si trova anche personale sanitario del Tessuto Salute. “Il nostro obiettivo è quello di salvaguardare la vita delle comunità. Abbiamo fatto un lavoro preventivo, chiudendo il territorio, cercando di evitare che entrino persone senza permesso. Facciamo disinfezioni, fumigazioni con piante medicinali, diamo informazioni e spieghiamo quali precauzioni vanno prese. Rinforziamo la salute mentale, che in questi momenti è molto colpita con un aumento dell’ansia e della depressione”, spiega Yonda. “A differenza di molti anni fa abbiamo un sistema di salute indigeno interculturale e possiamo contare su personale sanitario professionista, oltre ad altre specialità”, afferma questa donna nasa.

“Facciamo lavori
spirituali per rafforzare l’armonia e scacciare il Wee Wala. Vediamo con
piacere che in questo momento non abbiamo nessun caso”, afferma Yonda,
nonostante nelle zone limitrofe ci siano stati casi positivi. Inoltre stiamo
elaborando un rimedio naturale che serva per la prevenzione che per il
trattamento, nel caso in cui questa disarmonia arrivi. Stiamo facendo delle
indagini con gli anziani per farne uso locale”, spiega.

Il governo colombiano di Iván Duque sta appoggiando la protezione dei popoli indigeni? “Lo Stato non investe né con denaro né con attrezzature”, risponde Yonda. “I materiali per affrontare questa disarmonia sono più cari: il prezzo di una scatola di mascherine è quadruplicato. Questo ha fatto schizzare il budget destinato ai dispositivi di protezione, necessari per il personale sanitario e per il controllo del territorio. Stiamo inoltre preparando spazi in caso di quarantena o contagi, dato che le case non sono attrezzate per isolare chi viene contagiato. Sono piccole, sovraffollate e non ventilate. Per questo stiamo chiedendo appoggio e solidarietà, perché lo Stato non sta facendo niente”, racconta Gloria Yonda. Il confinamento e le restrizioni rendono però più difficile l’organizzazione politica. “Ha cambiato le nostre dinamiche. Noi popoli indigeni siamo abituati a riunirci, a fare assemblee”, racconta.

Da quando è iniziata questa atomizzazione di un popolo che lavora in minga, in collettivo per il bene comunitario, la Guardia ha un altro compito imprescindibile: il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani. “Con più buona volontà che attrezzature, come sempre”, spiega Mauricio Capaz, coordinatore del Tessuto di Difesa della Vita e dei Diritti Umani, con mandato di protezione integrale del territorio, delle persone che lo abitano e della natura. “Solo nel periodo del confinamento si sono registrati 19 scontri tra esercito e gruppi armati nei nostri territori. Una settimana fa è morto un ragazzino di 14 anni per un proiettile vagante. Temiamo che la pandemia venga utilizzata per occultare questi fatti. Il governo sta dando la priorità alle questioni economiche”, afferma, a scapito delle necessità umanitarie. Fa un esempio: l’industria della canna da zucchero, con piantagioni estese nella pianura del Cauca, si è fermata solo per 8 giorni. Come nel territorio awá, nel Cauca continuano le estrazioni minerarie, la monocoltura del pino e il narcotraffico.

Capaz spiega che uscivano da un 2019 insanguinato, con molteplici omicidi, massacri e persecuzioni al popolo nasa. “Chiediamo alle parti armate un cessate il fuoco, è fondamentale che siano ascoltate le esigenze della popolazione civile”, afferma, per resistere alla congiuntura del Wee Wala e continuare a resistere al contesto di rischio e minaccia per le comunità. Inoltre questo male venuto da fuori ha un componente terribile per i nasa e gli awá: l’alto tasso di mortalità fra gli anziani, che mette a rischio la trasmissione del sapere ancestrale. “Sono i nostri libri viventi”, dice Mauricio Capaz, “è vitale proteggerli”.

“Anche se di solito facciamo molte cose in collettivo, adesso non stiamo con le braccia incrociate. Facciamo una minga verso l’interno, rinforzandoci: la nostra conoscenza ancestrale, l’economia, gli orti (tul), la capacità politica e organizzativa…ci rinforziamo per resistere. E continuiamo a fare la minga verso l’esterno. Cambiamo strategia, ma continuiamo a lottare. Protestiamo contro questo governo, che privilegia le grandi imprese e non i processi organizzativi che ci sono nei nostri popoli”, afferma Gloria Yonda. Nemmeno in tempo di pandemia.

Traduzione per Comune-info: Michela Giovannini

Fonte: El Salto

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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/la-pandemia-e-i-libri-viventi/

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