Aspettando il 21 Giugno

18 Giu Aspettando il 21 Giugno

18 Giugno 2020

Stare di fronte alla realtà e guardarla mantenendo gli occhi aperti è sempre un atto di impegno e coraggio. Il presente sta duramente mettendo alla prova le coscienze, chiedendoci di rimanere svegli e di abbracciare la responsabilità di vivere con consapevolezza questo tempo. Per non essere, come dice Luigi Ciotti, “cittadini ad intermittenza ma cittadini responsabili”.

Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti richiama l’attenzione sul problema del razzismo con una forza che ci impedisce di distogliere lo sguardo. L’eclatante violenza di un evento ci obbliga, però, ad una riflessione più approfondita che vada oltre il dovuto sdegno per un fatto apparentemente puntuale. L’omicidio di George Floyd è, infatti, il picco di un filone di abusi e discriminazione che troppo spesso resta sottotraccia, serpeggiando al di sotto della nostra soglia di attenzione. E in una società basata sull’illusione del sogno americano e sull’esaltazione dell’individualismo, in cui la difesa delle conquiste personali giustifica il possesso di un’arma da fuoco, è ancora più facile che la crudezza di uno spargimento di sangue per le strade di una metropoli venga derubricata ad “incidente medico”. Tanto più se il sangue a terra è quello di qualcuno che, nell’immaginario comune e addirittura in quello di un agente di polizia, ancora oggi viene troppo spesso associato alla criminalità, nonostante gli anni di rivendicazioni e l’elezione di un Presidente afroamericano.

È doveroso stare accanto coi pensieri, che ora valgono più degli abbracci, a coloro che vedono la propria vita mutilata o interrotta da una disuguaglianza basata sul corpo. Un corpo di cui non ci si può spogliare e su cui si può agire coercizione e violenza con poche remore; un corpo che fa più paura degli altri e viene percepito come minaccioso, invadente. Arriva poi un momento in cui quei pensieri devono però arricchire lo sguardo che dirigiamo al campo più ristretto della realtà a noi vicina. 

In Italia, il rumore fragoroso dei colpi di arma da fuoco diventa mormorio di sottofondo inascoltato e dimenticato. A distanza di quasi un anno dall’approvazione dei “decreti sicurezza”, la situazione per le persone migranti in Italia resta sostanzialmente la stessa, nonostante il Governo sia cambiato e risulti chiaro che le misure proposte da Matteo Salvini non abbiano contribuito ad una svolta positiva nella gestione del fenomeno. I decreti continuano a rappresentare un impoverimento degli strumenti volti al sostegno e all’inserimento delle persone che attraversano il Mediterraneo in cerca di condizioni di vita dignitose, in cui non vengano messi a repentaglio i diritti umani basilari garantiti ad ogni essere umano. Per esempio, l’eliminazione del dispositivo giuridico della protezione umanitaria continua a rappresentare una mancata opportunità per una grossa fascia di migranti di vedere riconosciuto il proprio status, limitando di fatto l’emersione di molte persone dai servizi di assistenza basilare della “bassa soglia” verso uno sviluppo pieno e completo, oltre che produttivo, della propria situazione di vita.

La recente sanatoria per la regolarizzazione dei lavoratori in nero, sicuramente si pone in una direzione diversa da quella dei due decreti, ma appare evidente, soprattutto agli operatori dei servizi dedicati, come l’esigenza attuale sia quella di un intervento consistente, strutturale e soprattutto non circostanziale, ma diffuso e duraturo nel tempo. La realtà delle strutture di accoglienza per migranti continua, dall’approvazione dei decreti a questa parte, a risentire di questo vuoto di risorse e strumenti e, da operatori coinvolti in prima linea nel fenomeno, essendo osservatori e attori al tempo stesso, la sensazione è che gli ospiti dei nostri servizi siano stati dimenticati. Perchè “l’Europa si deve prendere le sue responsabilità”, “gli sbarchi sono calati”, “l’emergenza è passata”.

Ma la Storia ci sta insegnando una lezione diversa: prima di attribuire la responsabilità ad altri, dobbiamo essere sicuri di averla compresa ed abbracciata noi in prima persona. Un’emergenza, quando passa, non sparisce, ma diventa caratteristica strutturale e come tale va accolta. E le prassi reattive ad essa si devono trasformare di conseguenza in buone pratiche, capaci di adattarsi alla complessità delle storie di ognuno.

Marco, Maria Laura, Monica
Équipe del progetto di accoglienza per titolari di protezione internazionale Vic

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/aspettando-il-21-giugno/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *