La piattaforma per denunciare lo sfruttamento di chi lavora nell’industria tessile

“Non abbiamo mai visto dati sui pagamenti da parte dei marchi, sui prezzi che pagano davvero. Il nostro direttore dice sempre che siamo in perdita. Secondo lui dovremmo lavorare ancora di più”. A parlare è una lavoratrice di un’industria tessile in Croazia. La sua è una delle testimonianze raccolte da Fashion Checker, la nuova piattaforma ideata dalla campagna Abiti Puliti, membro del network Clean Clothes Campaign, per denunciare i salari bassi dell’industria tessile e permettere a consumatori e attivisti di conoscere i dati reali sulle catene di fornitura delle principali imprese della moda. Perché, sottolinea Abiti Puliti, nonostante i loro report sulla sostenibilità i grandi marchi obbligano i fornitori a lavorare con margini di profitto ridotti così da comprimere i salari dei lavoratori, costretti a vivere in condizioni di povertà nei Paesi dove la produzione è delocalizzata secondo un modello basato sull’alta intensità della manodopera e il suo basso costo. La pandemia da Covid-19 ha mostrato ulteriormente le disuguaglianze del settore: i marchi hanno annullato gli ordini e imposto unilateralmente sconti ai fornitori.

La nuova piattaforma contiene informazioni su 108 brand e centinaia di interviste a lavoratori e lavoratrici in cinque Paesi produttori. Il 93% dei brand intervistati non ha fornito prove concrete dell’impegno a pagare salari dignitosi nella propria catena di fornitura. E il 63% non ha rilasciato indicazioni sui nomi e gli indirizzi dei propri fornitori. Tra i grandi marchi che non hanno risposto al questionario di Abiti Puliti, si trovano Geox, Prénatal e Falc: nessuno ha pubblicato informazioni relative ai fornitori né ha adottato strategie per migliorare i salari di chi lavora nella filiera. Tra le imprese italiane, solo il 50% ha risposto al questionario realizzato da Abiti Puliti. Tra i marchi che non lo hanno fatto, c’è Calzedonia: il gruppo -che comprende anche Intimissimi, Tezenis, Falconieri, Atelier Emé e Signorvino- non ha reso pubbliche le informazioni sui fornitori e sui salari. Gucci -che fa parte del gruppo Kearing insieme a Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen e Brioni- non ha pubblicato informazioni sui suoi fornitori. Il marchio ha affermato che più del 50% dei suoi fornitori dichiarano di pagare il salario ai propri dipendenti ma, secondo Abiti Puliti, al riguardo ha fornito “alcune spiegazioni ma non prove concrete”.

“Le aziende spesso non pubblicano informazioni sulla loro catena di fornitura perché ciò significherebbe associare il proprio brand ai salari di povertà che ricevono i lavoratori e le lavoratrici”, ha affermato Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. “Questo comportamento è irresponsabile e non può continuare: la necessità di avere dati precisi e aggiornati sui fornitori e sui salari effettivamente pagati lungo la filiera è ormai diventata urgente”. La maggior parte del lavoro informale, sia in autonomo sia in subappalto, è svolto da donne con salari ancora più precari.

Oltre alla raccolta dei dati, l’obiettivo della Clean Clothes Campaign è aumentare la trasparenza sull’industria tessile, esercitando pressione sui marchi affinché si ottenga un salario dignitoso per tutte le persone impiegate nel settore entro la fine del 2022. A tale proposito la Campagna ha elaborato una serie di richieste riguardo la necessità di usare parametri trasparenti e affidabili per il calcolo dei salari. “I marchi devono smetterla di nascondere le loro catene di fornitura”, ha dichiarato Paul Roeland della Clean Clothes Campaign. “I loro vestiti sono prodotti da persone reali, in luoghi reali e in condizioni che i consumatori hanno il diritto di conoscere”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/la-piattaforma-per-denunciare-lo-sfruttamento-di-chi-lavora-nellindustria-tessile/

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