Braccianti. L’appello della società civile per una stagione di dignità

Print Friendly

La Caritas di Saluzzo, con il progetto Presidio “Saluzzo Migrante”, la Delegazione  regionale Caritas Piemonte e Valle d’Aosta, la Caritas di Cuneo, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, Libera Piemonte, Gruppo Abele, Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta, l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, CILD – Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, LVIA, Acli Piemonte, Acli provinciali di Cuneo, la Pastorale sociale e del Lavoro del Piemonte e della Valle d’Aosta, l’Associazione Mai Tardi Amici di Nuto Revelli, la Fondazione Nuto Revelli, l’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, l’Anpi provinciale di Cuneo, l’Associazione Orizzonti di Pace, Arci Cuneo Monviso, la Rete Minerali Clandestini Cuneo, Aifo Cuneo, l’Associazione Micò, il Circolo cuneese di Legambiente, la Comunità di Mambre, l’Associazione Pro Natura, Emmaus Cuneo, il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale – Fossano,l’Anolf (Associazione Nazionale Oltre le Frontiere) Cuneo, l’Associazione Qui e Là di Boves, l’Associazione Mai più sole di Cuneo, i sindacati CGIL Cuneo, FLAI CGIL Cuneo, CISL Cuneo, FAI CISL Cuneo, UIL Cuneo

lanciano l’appello “Per una stagione di dignità” denunciando la condizione di oltre un centinaio di braccianti africani arrivati a Saluzzo per la raccolta stagionale della frutta, che da settimane  dormono accampati in condizioni indegne nei parchi cittadini e sotto i porticati dei palazzi del  centro perché senza dimora. Numeri destinati ad aumentare con l’inizio della raccolta delle pesche. Alcuni, pur contrattualizzati, non sono stati accolti nelle aziende in cui lavorano. Una situazione drammatica perché quest’anno tutte le accoglienze pubbliche (il dormitorio PAS gestito dal Comune di Saluzzo e le strutture del progetto “Accoglienza Diffusa” nei Comuni di Saluzzo, Lagnasco, Verzuolo e Costigliole Saluzzo) ad oggi sono chiuse a causa del COVID-19.

L’emergenza sanitaria, infatti, sta aggravando la condizione di lavoratori che da anni raggiungono uno dei principali distretti frutticoli italiani in cerca di un ingaggio. Di questi, tra i 1000 e i 1500 (su 12000 stagionali stimati) non trovano ospitalità nelle aziende, per le quali non vi è l’obbligo di accoglierli, essendo assunti al di fuori dalla normativa legata al “Decreto Flussi”. Il COVID-19 aggrava una situazione già fragile, creando situazioni di forte rischio sanitario sia per i braccianti (assembrati in giacigli all’aperto improvvisati negli angoli della città) sia per la collettività.

La pandemia mette in luce gravi contraddizioni e vuoti istituzionali che da anni generano emarginazione, povertà e sofferenza tra i braccianti stagionali, condivise da Saluzzo con gli altri bacini ortofrutticoli d’Italia. Una situazione dovuta all’insufficienza degli strumenti adottati per disciplinare la mobilità e il lavoro di centinaia di migliaia di braccianti che si spostano da Nord a Sud, seguendo il ritmo delle raccolte. Per farvi fronte, da anni nel Saluzzese lavoratori, amministratori locali, sindacati, Terzo Settore e alcuni imprenditori si adoperano per costruire soluzioni. Ora però, come sottolineano le organizzazioni promotrici dell’appello, con l’emergenza  in corso serve un intervento della Prefettura, della Regione e delle autorità nazionali.

“Dopo i vari Decreti legati al COVID-19 dei mesi scorsi – dicono le organizzazioni proponenti – speravamo di ottenere una risposta dalle autorità (Prefettura, Regione e Governo) in merito alle competenze per affrontare il problema dell’accoglienza dei braccianti. Da anni chiediamo un progetto di Accoglienza diffusa per garantire la dignità di questi lavoratori, ma finora hanno aderito solo quattro Comuni su 32 del distretto frutticolo: Saluzzo, Verzuolo, Lagnasco e Costigliole Saluzzo. Non basta”.

“Le norme – proseguono le organizzazioni – vietano gli assembramenti e, ad oggi, l’apertura del PAS e delle Accoglienze diffuse che fino allo scorso anno avevano ospitato oltre un migliaio di braccianti. Una situazione non gestibile con le sole forze locali, specie senza un intervento della Protezione Civile su coordinamento della Prefettura e senza indicazioni chiare dalla Regione. La pandemia non ha scoraggiato i lavoratori che sono comunque arrivati da altre regioni e zone di raccolta in Europa (soprattutto la Spagna) sperando di ottenere un contratto regolare, soprattutto per poter rinnovare il permesso di soggiorno ed evitare di cadere nell’invisibilità”.

Le organizzazioni promotrici dell’appello sottolineano come tra i braccianti che stazionano nel parco di Villa Aliberti a Saluzzo (originari del Mali, Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea, Ghana e Burkina Faso…) molti siano in cerca di lavoro, mentre altri hanno già un contratto (almeno 50 quelli incontrati durante i Presidi mobili serali, 20 quelli che lo hanno mostrato all’Infopoint  della Caritas), ma non sono ospitati in azienda.

Lavoratori invisibili, ma fondamentali per un comparto agricolo che solo in Piemonte conta un fatturato di oltre 500 milioni di euro, con esportazioni anche in Cina e Inghilterra. In questo quadro, tuttavia, le organizzazioni che lanciano l’appello sottolineano la contraddizione di una filiera che scarica il suo peso sui braccianti e i piccoli produttori.

“Conosciamo bene la realtà delle piccole imprese agricole schiacciate da una filiera che non riconosce un giusto valore al prodotto, trasforma ciò che è naturale in standardizzato, rendendo imprenditori e consumatori corresponsabili di uno sfruttamento sull’ambiente e sui lavoratori. Sono infatti i braccianti stranieri la fascia più vulnerabile di un settore che necessita un cambio di direzione che vogliamo tracciare con le Istituzioni”.

“All’inizio della pandemia – evidenziano le organizzazioni – il bacino frutticolo Saluzzese si è interrogato sull’impatto del COVID-19. Abbiamo assistito alla nascita di nuovi Tavoli di confronto, come il “Tavolo Emergenza Frutticoltura del Monviso”, ai quali purtroppo non siamo stati invitati. Si sono proposti di intervenire su “tutti i risvolti connessi alla raccolta agricola”, elaborando soluzioni come la piattaforma regionale “Io lavoro in agricoltura e il finanziamento regionale dell’accoglienza in azienda che tuttavia ci sembrano inutilizzate e insufficienti”.

“Insistiamo sull’applicazione del modello dell’ “Accoglienza Diffusa”, già sperimentato in modo virtuoso negli ultimi anni – ribadiscono le organizzazioni. Un sistema che coinvolge il pubblico e il privato, consentendo la riqualificazione di immobili in disuso o l’allestimento di piccoli campi di container, avvicinando i braccianti ai Comuni in cui lavorano, creando insediamenti dignitosi con pochi numeri, adeguati anche ai periodi freddi durante la raccolta autunnale. Tuttavia nello scenario attuale di emergenza, le Amministrazioni locali non hanno strumenti per assumersi la responsabilità nella gestione di queste strutture”.

Ed è proprio su questo punto, l’accoglienza del flusso di stagionali, che le organizzazioni  proponenti chiedono di focalizzare l’attenzione delle autorità competenti (Prefettura, Regione Piemonte, Governo).

“Abbiamo bisogno – scrivono le organizzazioni – di una gestione nazionale dei flussi interni di lavoratori. L’unica soluzione secondo noi è un collocamento pubblico, utile a garantire trasparenza e legalità, per mettere fine allo sfruttamento e al caporalato. Per organizzarli è inoltre fondamentale conoscere il fabbisogno reale di manodopera delle aziende, dato di cui dispongono le organizzazioni datoriali, ma su questo tema constatiamo che da troppo tempo non danno risposta.

Inoltre ci chiediamo, dato che non è obbligatoria, se effettivamente gli imprenditori stiano usando la piattaforma virtuale della Regione per contattare i lavoratori da assumere. Guardando a Saluzzo in queste settimane, pensiamo di no. I braccianti continuano a girare in bicicletta tra le aziende, convinti che se arriveranno prima degli altri e consegneranno il loro numero di telefono, potranno trovare un ingaggio. Questo meccanismo è la causa principale degli arrivi disorganizzati all’inizio di ogni stagione, con inevitabili insediamenti informali autogestiti che quest’anno potrebbero anche veicolare il contagio. Per scongiurare questo pericolo e dare dignità a questi lavoratori, sicurezza alla comunità locale, ribadiamo l’esigenza di un intervento forte e concreto delle autorità competenti”.

Fonte: Cild.eu – https://cild.eu/blog/2020/06/29/per-una-stagione-di-dignita/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *