I terrapiattisti dell’ILVA

Ecco come sarebbe la Terra secondo la Flat Earth Society che raduna i terrapiattisti odierni

Quella che vedete è la Terra dal punto di vista della Flat Earth Society.

Scusate la brutalità e la semplificazione, ma non vedo sostanziali differenze fra un terrapiattista e un sostenitore del rilancio dell’ILVA.

Ambedue negano l’evidenza.

Il primo nega l’evidenza fisica: la Terra non è piatta.

Il secondo nega l’evidenza economica: l’ILVA subisce perdite record da cento milioni di euro al mese.

Come è recuperabile se perde oltre tre milioni di euro al giorno, ossia più del doppio del costo del lavoro?

Su questo dettaglio di non poco conto sorvolano tutti i terrapiattisti dell’ILVA.

L’ILVA è come una grande fotocopiatrice che può pareggiare i suoi costi solo se produce un minimo di fotocopie. L’ILVA, se scende sotto un livello minimo di acciaio, va in perdita. Il punto di pareggio per l’ILVA è 7 milioni di tonnellate/anno.

L’ILVA è un gigante e ha costi legati al suo gigantismo industriale che fissa il suo “punto di equilibrio” (breakeven point) a 7 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Spero che mi legga qualche ministro perché è pura follia arrivare a tale livello produttivo in queste condizioni degli impianti e in questo contesto avverso di mercato. 

Nessuno ci ha mai spiegato come fa ad andare in equilibrio una fabbrica che, producendo in questo momento meno di 4 milioni di milioni di tonnellate all’anno, non raggiunge il pareggio. Dovrebbe superare i 7 milioni per andare in pareggio.

Così come la terra non è piatta, il numero 4 non è 7.

Certo c’è chi, come qualche ministro dotato di fervida creatività, immagina che con qualche aiuto di Stato (vietato dalle norme della concorrenza internazionale) si possa passare da 4 a 5 a 6 a 7 e anche a 8. E poi? Dopo che l’ILVA dovesse raddoppiare la quantità di acciaio prodotto (con costi a carico del contribuente) a chi venderebbe tutto quell’acciaio? Il panorama è caratterizzato da un eccesso eccesso di capacità produttiva dell’acciaio. Quindi? Tutto l’acciaio prodotto rimarrebbe sulle banchine portuali di Taranto ad arrugginire, invenduto. Perché i terrapiattisti sono fatti così: hanno una fervida immaginazione, ma sono fuori dalla realtà. E per non apparire ridicoli perlano di “acciaio strategico”, concetto privo di ogni evidenza.

E tutta la fiorente comunicazione sull’acciaio “verde” serve a depistare l’attenzione rispetto al fatto che per l’acciaio dell’ILVA non c’è mercato, nè se è nero, né se è grigio, né se è verde.

Negare l’evidenza, negare la realtà, ripetere a cantilena cose prive di senso è purtroppo caratteristica di tante persone. 

Ma ecco che sento l’eco di quelli che dicono: l’economia è dinamica e ha sempre avuto alti e bassi, ci sono ve vacche magre e le vacche grasse, ritorneranno i tempi i cui all’ILVA verrà richiesto tanto acciaio, l’industria italiana non può esistere senza acciaio italiano, e sciocchezze di questo genere. E poi ci sono i creativi sostenitori della new company, che fingono di non sapere che le casse della new company si svuoterebbero nel giro di qualche mese a colpi di perdite come quelli attuali. E dove li trovi gli imprenditori che investono in una new company destinata a fallire?

A coloro i quali conservano la fede escatologica nella risurrezione dell’ILVA, occorre ricordare che l’economia è tutto tranne che bizzarra volubilità della Fortuna. Continuare a perdere oggi in attesa di un futuro più fortunato assomiglia alla ludopatia.

Per il futuro tante cose potranno accadere nell’economia di mercato ma non che il numero 4 non diventerà 7. Perché, nonostante tutte le litanie terrapiattiste della politica, è la Cina che modella il pianeta economico dell’acciaio. Che è tondo e non piatto. E il futuro prevede non un ampliamento ma un restringimento dei margini di manovra per l’ILVA, perché le fasi di crescita dell’economia mondiale saranno occupate dall’offerta debordante di acciaio della Cina che ha un eccesso di capacità produttiva in ambito siderurgico. Per capirci: persino la Cina chiude acciaierie (le più inquinanti) perché anch’essa ha troppi altoforni rispetto alla domanda effettiva di acciaio.

Chi pensa di fermare la galoppata impetuosa della siderurgia cinese, aumentata del 91% fra il 2000 e il 2015, vorrebbe fronteggiare uno tsunami con le mani. E questo atteggiamento, privo di ogni realismo, è ancora più pericoloso del fideismo dei terrapiattisti. 

E l’attacco frontale degli Stati Uniti alla Cina di queste ore ci dice proprio questo: la Cina sta plasmando l’economia del futuro sottraendo l’egemonia agli Stati Uniti. La cosa ci riguarda da vicino e suggerirebbe, anche per l’ILVA, di imparare dalle dure lezioni della realtà. 

Manifestazione a Taranto

Fonte: www.peacelink.it – https://www.peacelink.it/editoriale/a/47869.html

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